Pensieri oziosi. 3

Grande è l’abbondanza di ipotesi su come sarà la vita dopo il coronavirus che circolano in rete. Basta impostare la ricerca “il modo dopo il coronavirus” e ci ritrova sommersi da futuri possibili che però si assomigliano tutti: inevitabile una “nuova normalità”, inevitabile mantenere le “distanze sociali” (ci sarà un doppio senso?), inevitabile il telelavoro di massa, inevitabili separatori in ristoranti e mense, inevitabili le misure di controllo rese possibili dal 5G, ecc. Ipotesi, certo, ma formulate, si suggerisce, sulla base di necessità tecnica e conclamata.
Ma:
1. La Tecnica non riflette su se stessa: se lo facesse sarebbe Filosofia o Storia o Politica o Psicologia, ecc. (A scanso di equivoci: ovviamente un tecnico può senz’altro riflettere su quello che fa, ma in quel caso si ritrova nel campo della Politica o della Filosofia, ecc.)
2. La Tecnica non decide dove andare: ti ci porta. (Es.: non fu la Tecnica a decidere lo sbarco sulla Luna, fu John F. Kennedy., e quando Einstein e Szilárd scrissero a Roosevelt agirono da politici, o da scienziati preoccupati che è la stessa cosa.)

E allora, se uscendo dalla crisi ci ritroveremo in un mondo diverso, che però, vedi sopra, è già bell’è definito, a cosa va attribuito questo carattere di inevitabile cogenza?
Il gruppo di consulenti nominati dal Governo ha il compito di indicare il modo di uscire dalla crisi, cosa che comporta la definizione di modalità di funzionamento di un mondo che non può che essere pensato sulla base delle possibilità offerte dalla Tecnica. Scambiare il possibile per inevitabile viene giustamente definito “fare ciò che è tecnicamente possibile”.
Dunque la Politica si affida alla Tecnica, ma la Tecnica può solo restare nell’ambito di un immaginario definito da se stessa, il risultato è una profezia che si auto-avvera. O, se preferite, al “non sappiamo che cosa stiamo facendo, ma lo facciamo lo stesso”.

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