Nel confinamento, un bagliore di decrescita

[ Ginestra Rossa ospita il documento su quarantena e decrescita prodotto dalla Maison Commune de la Décroissance. N.B.: non è una raccolta firme]

È stato di martedì, a mezzogiorno, e nessuno l’aveva previsto. Senza la minima resistenza, abbiamo accettato lo sconvolgimento. Un’autolimitazione collettiva, poi individuale. Non è quel “passo di lato” che noi decrescitisti abbiamo sempre auspicato. Né è scontato che le misure di confinamento, così come le subiamo oggi, rivelino il fallimento delle politiche pubbliche a monte della pandemia, che si traduce a valle in una gestione autoritaria e tecnocratica. Si tratta delle due facce di una medesima biopolitica della crescita. Manageriale, elitaria, indecente e insensibile. D’altro canto, nel confinamento vi è come un “passo sospeso della cicogna”. E non va disdegnato. Dopo il confinamento, sarà il turno della recessione, assisteremo a contraccolpi e a reazioni; ma “durante” il periodo di quarantena, accidentalmente, sperimentiamo una specie di decrescita. Quale, esattamente?

Viviamo un momento storico, poiché all’improvviso l’imperativo economico dell’accelerazione e della dismisura è stato sospeso, messo tra parentesi. Una parentesi aperta il 9 marzo 2020 in Italia, il 17 marzo in Francia. Parentesi che forse si richiuderà a maggio o a giugno, ma aperta in questo momento nel cuore della globalizzazione e nel mondo intero. Più della metà della popolazione mondiale è confinata! Una parentesi di minore produzione, minor consumo, che significa meno estrazione, meno rifiuti, meno inquinamento, meno spostamenti, meno rumore, meno lavoro, dunque meno reddito; e ancora, niente vacanze, musei, concerti, eventi e incontri sportivi. Nient’altro che un “essenziale”, tutto da definire…

Che si viva in campagna o in città, una certa qualità della vita è preservata, sebbene con gradi molto ineguali di “resilienza” (giardino o balcone o finestra) e di sofferenza, che non va trascurata: una decrescita metà subìta e metà scelta. Le condizioni di vita sono molto più difficili per le persone più vulnerabili – in particolare, laddove vi è violenza domestica –, tuttavia la sobrietà si fa strada e le nostre relazioni sociali, familiari, amicali diventano rimedi preziosi. Si fa strada la ri-localizzazione, la filiera corta, il rallentamento, la rinuncia. Partecipiamo o assistiamo a manifestazioni di solidarietà e di creatività, contempliamo il risveglio della primavera. Insomma, si manifesta la gioia di esistere semplicemente e questo grazie alla nostra organizzazione sociale comune, frutto di un minimo di vita democratica a partire dal 1945, che garantisce ancora l’essenziale: un po’ di pace sociale. Certo, il Presidente Macron ha dichiarato: “siamo in guerra”. Ma non è una guerra, poiché non c’è nessun nemico da battere, nessun essere umano da uccidere, a meno di non distorcere il senso delle parole per finalità biopolitiche. Certo, ci sono dei morti: quindi forse è una mezza guerra, ma non vi è nessun nemico all’orizzonte. Mezza guerra e dunque mezza pace, diffusamente amministrata dal personale dei servizi pubblici e dei servizi alla persona, che limita la pandemia permettendo l’accesso dei malati alle cure. I servizi pubblici ma anche tutte quelle funzioni – questa sorta di “paese sotterraneo” – che si trovano “in prima linea”, evitandoci un crollo generale. Nemmeno lo Stato sembra crollare, come stordito dalla sua stessa audacia nell’aver preso la decisione di porre un freno all’economia; purtroppo, esso si auto-conferma amplificando più che può la sua autorità poliziesca e le sue sperimentazioni giuridiche da stato d’eccezione.

Mezza guerra con la morte in agguato; mezza pace perché sono stati vietati gli agguati. La morte – limite di ogni vita – fa paura. Soprattutto in un regime politico di crescita che si presume infinita, un regime interpretabile come l’organizzazione sociale della negazione della morte. La morte può fare paura e una cattiva paura è sempre un buon arnese per un potere che mira ad auto-preservarsi: da qui, la mezza guerra. 

Prima lezione per la decrescita: se essa fa appello ad una cattiva paura, muore. La decrescita è una parentesi, ma nella pace. 

Stando al confino, abbiamo la possibilità di riflettere su un dato: “l’imprevedibile è avvenuto”. Bisogna esserne consapevoli: grazie al confinamento, i governanti hanno scelto di salvare delle vite invece che l’economia. Il passo sospeso della vergogna? Quale che sia la diversità delle nostre condizioni sociali di vita, ed esse non sono certo facili per tutti/e, possiamo assaporare in profondità questi momenti: l’alleggerimento dell’impronta ecologica, la consistenza dei legami che ci uniscono, lo spessore dei silenzi, l’aria che si purifica, il colore delle nostre vite, il fruscio del vivente. Carpe diem! Teniamo a mente questo sapore, quello del sale, del senso della nostra vita comune. Carpe dies relegationis!

Insomma, questo confinamento è un po’ una decrescita: finora nulla è mai somigliato di più alla decrescita che questo momento “consentito” di confinamento; tanto più che vi è anche un parziale razionamento dei beni per (quasi) tutti.

La nostra impronta ecologica decresce globalmente e pacificamente, per ora. Date le circostanze, questo momento è ecologicamente un po’ più tollerabile per l’umanità. Il bilancio ecologico di questa parentesi decrescitista sarà inconfutabile: “è stato un tempo di tregua, un tempo di riposo”. Ma dopo il confinamento, che cosa dobbiamo aspettarci?

Economicamente, sarà tutta un’altra storia. Socialmente, ancor peggio, la nostra attenzione all’altro e la nostra preoccupazione per l’altro ci obbligano a denunciare senza remore il lato oscuro di questo confinamento. È chiaro che la pandemia colpirà soprattutto i più deprivati, gli impoveriti dal sistema economico. E, soprattutto, non scomparirà l’indecenza degli ultra-ricchi, seppur confinati. Nessun miracolo investirà i governi. Non è (ancora) immaginabile la sottrazione delle ricchezze agli arricchiti (attraverso prelievi straordinari sui patrimoni e sui redditi, come nel dopoguerra) per garantire la redistribuzione e il ben-vivere a tutte e a tutti in una società socialmente decente. La decrescita delle disuguaglianze non è ancora all’ordine del giorno.

Per il momento, si tratta piuttosto di un cambiamento d’ora… e di anno nel programma: eccoti qua 1984! Il Grande Fratello è davvero qui, ci guarda, c’invia SMS, ci spia, ci registra, ci parla dall’alto del suo drone, ci bracca attraverso il nostro smartphone, ci dissocia, ci individualizza. Il senso della tecnica è fortemente politico… Telelavoro, telemedicina, didattica a distanza, skype-aperitivo, ecc. Gli schermi accartocciano la nostra sensibilità. Accelerazione delle reti sociali che non possono che ri-connettere ciò che prima era separato. Anche qui, piccolo dettaglio politico, nessun miracolo investirà la condivisione dei poteri: i governi continuano a decidere da soli, senza di noi, quindi contro di noi. Ovunque, la democrazia è messa in quarantena. La cura da cavallo è questa: decreti a tutto spiano! Non c’è da gioire, democraticamente parlando. Soprattutto se ci ricordiamo che il colpo di stato d’eccezione è già stato perpetrato e s’infiltra nella legge ordinaria.

Queste sono, per il momento, le lezioni che possiamo trarre dal confinamento: 

a) esso ha aperto una parentesi. Care decrescitiste, cari decrescitisti, teniamolo bene a mente. Non stiamo sognando: il sogno della decrescita è dunque possibile. In questo senso, la decrescita è uno spazio tra parentesi, un tragitto auto-organizzato verso società ecologicamente sostenibili, socialmente decenti e democraticamente organizzate, passando per la compressione dell’estrazione, della produzione, del consumo, della circolazione e dei rifiuti; 

b) quando la parentesi del confinamento sarà ufficialmente chiusa, sappiamo bene che non giungeremo miracolosamente in un mondo decolonizzato dall’immaginario della crescita, che l’economia avrà buon gioco a imporre nuovamente le sue narrazioni, i suoi debiti, i suoi ri-aggiustamenti strutturali, che essa strumentalizzerà una ri-localizzazione cosmetica al servizio di una sovranità distorta… Ma anche nell’ora della loro rivincita, disporremo di un nuovo argomento: ebbene sì, il politico può decidere d’imprimere una frenata all’economia. Ne avremo vissuto l’esperienza sulla nostra pelle. 

La decrescita è il buon senso che occorre per ricollocare (ri-fermare) il mondo al suo posto.

Zimmerman Olivier (Svizzera), Élodie Vieille-Blanchard, Mathilde  Szuba, Christian Sunt, Agnès Sinaï, Michel Simonin, Luc Semal, Onofrio Romano (Italia), Olivier Rey, Christine Poilly, Irène Pereira, Jean-Luc Pasquinet, Baptiste Mylondo, Karine Mauvilly, Vincent Liegey, Michel Lepesant, Bernard Legros (Belgio, Francis Leboutte (Belgio), Stéphane Lavignotte, Antony Laurent, François Jarrige, Mathilde  Girault, Maële Giard, Loriane Ferreira, Guillaume Faburel, Robin Delobel (Belgio), Alice Canabate, Thierry Brulavoine, Thierry Brugvin, Geneviève Azam, Alain Adriaens (Belgio).

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