Perle, 3. L’anello

Ad Efeso, sconfitto Nestorio, prevalsero le tesi di Cirillo, gran persecutore di ebrei e pagani, distruttore del Serapeo di Alessandria e della sua biblioteca, assassino di Ipazia e padre della Chiesa. Fu così definitivamente stabilita l’indissolubilità della natura umana e divina di Cristo e furono così create le premesse per accese e secolari discussioni intorno alla natura e al destino di ciò che dal corpo divino del Figlio era stato espulso o scartato, cosa che che provocò, com’è facile immaginare, non pochi imbarazzi in seno alla Chiesa. Il Santissimo Prepuzio di Nostro Signore in particolare – di cui un migliaio di anni dopo si arrivarono a contare così tanti esemplari da indurre Giovanni Calvino a interrogarsi sulle dimensioni del membro da cui provenivano – fu per secoli reliquia straordinariamente ambita e di grande venerazione per via dalle immaginabili proprietà che le venivano attribuite, fino a quando non fu derubricata a “curiosità irriverente” dal Concilio Vaticano II.

Prima di arrivare a questa conclusione uno dei tentativi più brillanti di alleviare gli imbarazzi ecclesiali fu quello di Leone Allacci, custode della Biblioteca Vaticana che, conformemente alla convinzione secondo cui tutto ciò che Cristo aveva lasciato sulla Terra doveva necessariamente essere ascesa al Cielo al momento della Resurrezione, propose la teoria secondo cui il lacerto di pelle era anch’esso salito oltre le nuvole e poi ancora più su nello spazio fino all’estremo Saturno, ma raggiuntolo, frenato verosimilmente dalla sua natura di vestigia di cerimonia ebraica, non aveva potuto andare oltre e ne era così diventato quell’anello che solo pochi decenni prima era stato scoperto da Galileo.

1 pensiero su “Perle, 3. L’anello

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *