La giusta distanza. Contro l’autonomia scolastica

di Antonella Buttiglione

“Dove sono i sistemi politici, le istituzioni, le forme di convivenza, i modelli culturali, le persone, gli eventi che ci hanno accompagnato nel corso della nostra esistenza? Possiamo ricostruire le tracce che questi stampi del “noi” hanno impresso nel nostro condiscendente o riluttante “io”? Siamo davvero vissuti – incalza il nostro stupore, con un crescente estraniamento – allorché esistevano regimi e stati di cose ormai consegnati alla storia?

Remo Bodei, Destini personali

2012, scuola dell’Infanzia della secondogenita. Un’improbabile esperta di teatro ha in mente dei quadri à la Anne Geddes. Costo abiti: 60 euro. I poveri, gli storpi e i poco noti, dietro. I belli in prima fila mentre di sottofondo un impotente strumento sonoro della scuola gracchia musica profana.

“Impossibile, inaccettabile in una scuola pubblica!”, penso. Ottengo un appuntamento con la dirigente. Le espongo le mie rimostranze. Mi risponde piccata: “signora, non esiste più la scuola anni ‘50 che vuole lei! I genitori devono entrare a pieno titolo nella gestione della scuola, supportandola in ogni modo, anche economico”. E sull’incapacità della improbabile esperta di teatro continua: “sa quante persone con curricoli ultra-titolati hanno prodotto progetti pessimi?”.

Se per lungo tempo ho pensato che quella risposta fosse dovuta ad un atteggiamento che mischiava ideologia e illecito, solo dopo ho capito che quello è stato un momento alto di verità.

L’aneddotica potrebbe continuare all’infinito. Con le sante messe durante l’orario scolastico. I figli di non credenti lasciati soli in classe. Le preghiere prima di iniziare le lezioni e le merende con i bambini musulmani messi alla porta, per “rispetto” (nell’occasione, l’Assessore invitato alla riunione – l’autonomia scolastica sollecita le sinergie con le istituzioni territoriali – prospettò le classi differenziate come rimedio). Inutile richiedere l’attività alternativa all’ora di religione senza creare un buco nel sistema. Le classi scelte e via e via.

Si prova rabbia, frustrazione e disagio nel dover abitare la scuola come genitore guardiano delle più elementari regole di civiltà, acquisendo nel tempo l’amara consapevolezza che andando via tu, osservatore umanitario, finito il ciclo scolastico, le consuetudini anticostituzionali verranno ristabilite. Nuovi clienti, nuova forma. 

I genitori immigrati dei bambini mussulmani, molto fragili esistenzialmente, non avevano la forza e la conoscenza per poter richiedere il rispetto della normativa italiana. Il diritto potevo rivendicarlo io, in quanto italiana, istruita e cittadina attiva.

Questo contributo descrittivo e interpretativo parte da una riflessione autobiografica. I docenti che con gentilezza, durante la “quarantena”, hanno avuto la pazienza di dedicare parte del loro prezioso tempo ad un’intervista, o per fornire materiale audio o video, sono ‘fonti’ ma non responsabili degli esiti di questo contributo.  

Sono stata una studentessa delle scuole superiori degli anni 90 e sono madre di figlie scolarizzate dal 2010. Dopo un ciclo di trent’anni, sono nodo di una rete sociale che prevalentemente è impegnata nel mondo scuola su tutto il territorio nazionale. Sono una 45enne, figlia della classe operaia con reddito monogenitoriale, laureata in scienze politiche (nel tempo della volatilizzazione della scienza e della politica) e meridionale (mentre abolivano il Mezzogiorno).

Sono quindi vittima di un vero e proprio shock culturale.

La scuola pubblica e laica, quella Pensata dalle madri e dai padri costituenti, che mi ha permesso ‘solo’ di immaginarmi in una sorte progressiva è stata consegnata ad altra storia: la sorte regressiva e tribalista (proveremo a guardare questa nuova storia). 

Siamo infine in una società clanica. (E forse per questo mi è indifferente se il capo clan sia uomo o donna). Vince il più forte e il gioco è sempre truccato. 

La storia che racconteremo oggi, dunque, la definiamo per semplicità una storia del sostantivo singolare “Scuola”, sostantivo che ha mutato profondamente il suo significato istituzionale, declinandosi al plurale: scuole, istituti. 

Istituzioni, e per questo istituite, vale a dire, fondate su un pensiero e allo stesso tempo istituenti, che formano un pensiero. 

Abbiamo pensato di attraversare la più grande riforma avvenuta sulla testa delle scuole, delle Università, delle Regioni, senza uscirne “istituiti e istituenti”?   

Parlare di Scuola avrebbe dovuto portare con sé la consapevolezza politica (leggera e volatile) che ha per breve tempo riguardato la sanità in tempo di Covid: il fallimento della gestione dell’autonomia addolcita dal termine sussidiarietà. L’accettazione dei diversi livelli qualitativi dei sistemi sanitari regionali: esiste la sanità calabrese e quella tosco-emiliana e non facciamo una piega. Pensare così che in fondo “ciascuno ha ciò che si merita”, anche e soprattutto se sei di sinistra, è un sentimento nuovo che ha a che fare con la colonizzazione del pensiero. Se si pensa poi che il voto di sinistra è concentrato nei centri storici e ricchi delle varie città, si comprende come sia facile illudersi che le scuole del centro siano “la scuola” e rimuovere l’esistenza delle periferie come luoghi che istituiscono classi e mondi. Una meritocrazia a taglio lineare che ha ricostruito un mondo istituzionale e con questo l’idea di sanità e nella fattispecie di scuola pubblica. 

Ciascuno di noi, in una rete di relazioni, ha potuto constatare come ogni scuola ha avuto una sua peculiare organizzazione e offerta didattica in virtù dell’Autonomia scolastica. Mentre si continua a parlare di Scuola, continuiamo a recepire racconti differenti dai territori e da ciascun istituto all’interno di questi. Lo accettiamo perché si è promossa l’idea di una scuola ritagliata sui singoli. Si è immaginata una scuola inclusiva al dettaglio: a ciascun alunno il suo. Contestualmente si tagliavano i fondi ordinari. Una sorta di marxismo pedagogico. A ciascuno secondo i propri bisogni, ma senza la propedeutica società giusta, non corrisponde forse al liberismo più spietato? Vince il più forte mentre pensiamo di essere buonissimi, i migliori.

Vengono premiati i presidi che si attivano per dare da mangiare alle famiglie dei propri studenti. Esempi virtuosi, best practice!

Si immagina un’istituzione in grado di elargire just in time il giusto per ciascuno. Si immagina che la scuola debba fare welfare ritagliato sui singoli. Senza spreco e a zero scorte (chi ha dimestichezza con i modelli di organizzazione economico-sociale postfordista può rileggere la scuola secondo questo nuovo tipo di organizzazione).

Quindi personale flessibile, non troppo istruito, abituato a tollerare alti livelli di stress, al problem solving e a lavorare in gruppo. Chi lavora nella scuola sente di essere chiamato a questa impostazione lavorativa. Ma chi cerca lavoro sa anche che queste sono le caratteristiche richieste per mansioni base, iper precarie, iper sfruttate, con la proiezione del miraggio di una carriera interna economicamente non riconosciuta. 

La precarizzazione dilagante tra il personale scolastico è di fatto un architrave della scuola dell’autonomia.

Il Covid ha portato alla luce migliaia di scuole, ciascuna con la sua particolare declinazione delle informative ministeriali e delle aggiuntive normative regionali. Ciascuna scuola per sé: 

la scuola che si è immediatamente interfacciata agli studenti mantenendo lo stesso orario, con  pause di un quarto d’ora tra le lezioni; le scuole che sono scomparse per settimane assegnando esclusivamente compiti a casa tramite due, tre, quattro piattaforme differenti; l’insegnante devota, che dal primo giorno ha letto poesie e ha dispensato amore; il docente che, in una crisi di nervi e tensione, si è eclissato; chi ha dimezzato le ore, chi le ha turnate, chi le ha splittate sull’intera giornata; chi ha usato solo Whatsapp per garantire la privacy e contro ogni forma di bullismo; ecc. Ciascuno come ha potuto. La scuola del centro di Milano e quella della periferia calabrese. Ciascuna a partire da sé, secondo norma di legge, secondo l’autonomia. Oggi parliamo di un sistema composito di corpi autonomi. Ciascuna scuola è strettamente legata al proprio contesto socioeconomico[1]. Non pare difficile dedurre che la ratifica delle condizioni di partenza, con la conseguente iconica forbice che si allarga tra ricchi e poveri, tra bravi e ciucci, tra buoni e cattivi, resta la risposta più semplice alla gestione della complessità, rimandata a soluzioni iperlocalizzate. Non è difficile immaginare che ad un tratto con passo veloce e improvviso rispunterà la proposta di abolizione del titolo legale di studio, ratificando la realtà istituita da questa nuova istituzione (non esiste la Scuola, ma le molteplici scuole con il proprio valore nel borsino dell’istruzione come Eduscopio, Fondazione Agnelli), mentre la gran parte dell’opinione pubblica sarà attardata dentro la percezione del sistema d’istruzione così come l’ha esperito (nel mio caso con spirito anni ’50 – porto male la mia età).

IL CORPO DOLENTE 

Dalla prima ondata Covid il mondo scuola è stato al centro delle scene di vita quotidiana delle famiglie italiane e dei docenti. La scuola non poteva rientrare nella scatola del rimosso mattutino quotidiano che permetteva al mondo adulto di stare altrove. E la scuola così è tornata al centro del dibattito pubblico (con un’immagine esca semplificata, a basso costo, data in pasto ai social, con la conseguente cannibalizzazione delle reazioni: banco singolo con le rotelle; questione trasporti; ecc. I giornali e la rete che rispecchiano senza apparati critici e conoscitivi la vanvera urlata dai social).

La scuola in famiglia-visione e viceversa. Un’intimità forzata dall’evento pandemico. 

Eppure, la didattica a distanza di primo acchito è sembrata inumana, intollerabile, in quanto allontanava, separava, metteva appunto a distanza, consegnandoci al contempo ad una prossimità inedita. 

Come insegnare a distanza, senza i corpi?  E come mantenere le distanze, senza i corpi?

Come insegnare a chi non ha la strumentazione per partecipare? (Ritorna la questione delle disuguaglianze o, semplicemente, si vedono meglio?).

Queste domande che si sono affacciate con esasperata urgenza nel dibattito pubblico potrebbero essere una grande occasione di riflessione nuova sul senso della scuola. Sono domande che dovremmo riportare nell’ordinario, sebbene questo sia immerso nella nebbia e di là da venire.

Mentre si racconta di come la Dad ci separa, ci ritroviamo d’incanto ad ascoltare il racconto di come essa ci approssima così tanto, troppo, all’altro (alunno, collega, consiglio, preside, genitori) fino ad affondarvi dentro, a fonderci con esso: nel senso del passaggio di stato, da solido o gassoso a liquido, portando la complessità al mescolamento e all’indistinto. E la fusione, nella diade educante, non è mai un indicatore di relazione ‘salutare’. E mentre raccontiamo di quanto questa invasione sia insopportabile, associandola all’emergenza, torna alla memoria la vita scolastica prima del Covid: in qualsiasi posizione ci trovassimo nel mondo scuola (docenti, discenti, familiari, amministrativi, collaboratori, …) si soffriva, senza avere le parole per dirlo, di un’eccessiva vicinanza.

Le famiglie troppo invasive nella vita dei figli (registro elettronico), degli insegnanti e dei dirigenti; l’assenza di autorevolezza dei docenti, in ragione del venir meno di un’adeguata distanza culturale, economica e sociale rispetto alle famiglie, risultato della loro ventennale precarizzazione; i genitori sempre attivi e richiedenti nelle chat, chiamati a partecipare economicamente, professionalmente, volontariamente ora alla frittura delle pettole, ora alla ripitturazione dei muri e alla pulizia delle aiuole, alle giornate della memoria, alla foto di gruppo con sotto la scritta “libertà è partecipazione” ripresa dai giornali, in modo da far crescere la quotazione dell’istituto nel borsino territoriale.

E se pensiamo alle differenze, si comprende che seppur troppo invasi, nell’era pre-Covid i corpi in presenza, in fondo, permettevano un distanziamento sociale maggiore che in dad. Nel confronto “in presenza”, non si sta mai a due palmi di mano dal naso del nostro vicino e dalla sua casa. 

Seppur paradossale, la distanza garantita dai corpi ci sembra oggi un’utopia. 

E col rientro in presenza, paradossalmente, sembra che la distanza non basti mai (in classe, sui mezzi ecc.).

Ma quando è iniziata questa sovrappopolazione immateriale nella scuola?

E se la critica alla didattica a distanza non fosse altro che una paradossale, a nostro avviso auspicabile, richiesta di distanziamento?




IL MALESSERE DIFFUSO

Sono partita dalla domanda “Cosa ti duole, mondo scuola?”

Da un primo ascolto del corpo docente possiamo ricavare un elenco delle criticità impellenti. Di fatto, accogli le esperienze di un paradosso semantico: la didattica a distanza che ci invade.

E’ immediata, intuitiva, leggibile la critica al mezzo che mette a distanza i corpi. Un’amputazione drastica della comunicazione.

La comunicazione verbale diviene un audio distorto dalle casse a distanza invariabile. La comunicazione non verbale entra in un riquadro bidimensionale e bidirezionale: lo schermo. 

In aula, in presenza, le restituzioni verbali si acquisiscono e si soppesano in relazione alla comunicazione non verbale dell’altro e alla comunicazione non verbale della classe: guardando i corpi disposti sui banchi o in cattedra, il vocio o il silenzio, gli sguardi e i vari strumenti di distrazione di classe, riesci a capire se il contenuto è passato. 

In Dad, il dubbio sulla ricezione del messaggio è il sentimento prevalente.  Alunni e docenti comunicano ad un volume incerto o troppo marcato, con interferenze date da un eco assillante, appiccicato alla vocale di ogni fine parola. Si viene a creare una pausa sempre superiore alla media esperita nella comunicazione in presenza: il tempo che l’eco di ritorno si esaurisca creando così il silenzio nel quale proferire la parola successiva. 

Come insegnare? Come valutare? Come imparare? Come esporre? Come intervenire?

Ci siamo detti che qualsiasi cosa fosse quell’esperienza a distanza era utile per mantenere il legame, la relazione. (Quando si è entrati in lockdown nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto e come si sarebbe evoluta la nostra vita collettiva e questo sentimento di incertezza ha tenuto molti sull’essenziale: essere scuola, fare scuola.)

Ah, brutale distanza! Ma quale distanza?

Passare dall’intimità della tana – un letto, un pigiama, la colazione, i fratelli, i figli, i genitori – alla diffusione della propria immagine in assenza di un percorso di distanziamento ha qualificato la presenza a distanza. 

La scuola pubblica, insieme al sistema sanitario pubblico, hanno permesso la tenuta psico-fisica del corpo sociale, al di là delle criticità che pure vanno rilevate e rivelate. L’impegno quotidiano, il percorso scolastico, le figure di riferimento presenti (nei modi più disparati e disperati o innovativi e felici) hanno permesso al tempo di scorrere con un ritmo comune. Sullo sfondo, video-tutorial, dirette sui social a promuovere prevalentemente food and fitness e corsi d’arte di qualsiasi genere, immagini di persone bellissime che a casa producono cibi e corpi perfetti.

La vita reale di genitori e docenti impegnati tra le sveglie, i diversi lavori dei componenti del nucleo familiare, la manutenzione di una o più aule-stanza, connessioni su molteplici piattaforme, orari, compiti da svolgere o correggere, stampe, interrogazioni, voti, consegne sulle piattaforme più diverse, verifiche e poi il banale fare domestico: organizzare spese e cucinare pranzi e cene e lavaggi. 

Questa quotidianità scolastica è rimasta democratica. L’ha dovuta affrontare chi è rimasto a casa continuando a percepire il reddito, chi ha dovuto continuare a lavorare (gli stessi docenti), chi ha perso lavori e reddito. Chi viveva in 100 mq, chi in 35. Le famiglie monogenitoriali, le famiglie con figli disabili, con persone anziane a carico. Chi ha il terrazzo o il giardino e chi la strada fuori la porta. Chi ha un unico figlio e chi tanti. Chi ha abbonamenti all inclusive e chi fa le ricariche per pochi dati. Chi ha dispositivi potenti e luccicanti (e le competenze per usarli) e chi non ne ha alcuno o sta ancora pagando le rate per oggetti del desiderio roboanti, telefoni intelligenti per pubblicare le foto di sé, dei familiari, dei piatti preparati e poter vivere una certa normale socialità. Questa quotidianità ha messo in mostra tutte le fragilità delle famiglie, della società italiana.

Il distanziamento è vitale per il funzionamento della vita sociale, culturale e politica. Si assiste invece ad un’invasione degli spazi vitali, esposti allo sguardo reciproco. A volte questi spazi abitati si rassomigliano tantissimo, a volte molto poco (la mobilia di Mondo convenienza, Ikea, una Phantom, i peluche, un oggetto fridizzato, libri, la collezione dei Thun, le foto ecc.). Scompare il luogo altro, terzo e neutro che, in quanto tale, descriva la relazione funzionale educante, mettendo a distanza i propri vissuti personali, creando un confine al di là del quale lasciare la complessità delle relazioni. Ci si sente sovrappopolati da più funzioni, pubbliche e private, invasi. 

Quanto utile sia il distanziamento nella diade genitore-figlio perché si crei lo spazio della crescita fuori dal nido, lo rimando alla psicanalisi. 

Per i ragazzi e i professori si vive la difficoltà a presentarsi scevri dal contesto intimo, familiare.  

Difficoltà nel mettere distanza tra il sé privato ed il ruolo in ambito scolastico, il tempo di lavoro e il tempo di vita, lo spazio del lavoro/studio e lo spazio della vita…  (reperibilità continua da parte degli alunni, dei docenti, dei genitori, dei colleghi, dei dirigenti ecc.).

Questa prossimità ha impedito la messa a fuoco delle difficoltà in cui versa la scuola. Disuguaglianze sociali. Economiche. Territoriali. Generazionali. Percepite tutte assieme in modo violento.

Differenze che di certo non iniziano ad esistere in video, ma che in questo inaspettato luogo d’eccezione sono apparse più vividamente. 

Esistono ragazzi, famiglie, docenti le cui condizioni materiali sono inadeguate alla sfida educativa e al mondo. In questo buco della serratura 2.0 ciò è drasticamente evidente, ma si corre il rischio di sentirsi dolenti in ogni parte che ci si tocca e di sentirsi morire.

Il deficit di strumentazione e d’infrastruttura digitale emerso in forma scandalistica altro non è che una condizione strutturale che ha contribuito in modo cospicuo negli ultimi vent’anni ad aumentare il divario di competenze (come si dice nel rinnovato linguaggio della formazione) tra gli alunni: avere dati limitati sul cellulare o avere il wi-fi con dati illimitati e pc cambia la tua posizione nel mondo e nella struttura di classe (in ogni senso). La pandemia ha avuto il merito di rendere visibile questo scarto, ma chi ha abitato le scuole sa bene che esso ha prodotto negli anni una biforcazione nel rendimento scolastico.

Il mondo scuola è stato chiamato a svolgere un ruolo straordinario e ha dovuto mostrarsi: imperfetto e fragile. La scuola, la sua presenza ingombrante, asfittica, resta uno strumento vitale, straordinario, per le nostre società.  Ha scandito il ritmo, anche di veglia e di sonno, ha offerto una direzione al tempo, una velocità che ha permesso a cascata di dare un senso in parte noto e rassicurante allo scorrere del tempo, una dimensione al tempo pandemico tutto, anche quello del riposo. Il mondo dell’istruzione, come quello sanitario, ha permesso di uscirne insieme dalla prima ondata. 

Se durante la DAD o la DDI si raccolgono questi elementi in modo acuto è anche vero che già in era pre-Covid la Scuola si dava come il luogo in cui il tempo di lavoro organizzativo, progettuale, amministrativo-burocratico, valutativo, era divenuto debordante rispetto al tempo di cura delle competenze culturali attinenti al ruolo. Debordante già rispetto alla banale vita (figli, genitori anziani, salute…). Questa nuova difficoltà viene percepita in modo importante già dagli strutturati. I docenti assunti prima dell’autonomia hanno visto cambiare le regole di ingaggio e gli scenari lavorativi. Lo studio della propria materia (almeno la propria), che sarebbe la precondizione perché il patrimonio di conoscenze possa essere rivitalizzato e trasmesso e perché rafforzi passione e consapevolezza del ruolo docente (cosa ben diversa dai corsi e le certificazioni), è una mera chimera. Le classi sono divenute numerose e complesse. L’aumento delle classi pollaio è certo il risultato di tagli[2]. La complessificazione è il risultato di un welfare alla deriva (con personale minimo e demotivato, affiancato da operatori iperprecarizzati come quelli che popolano il terzo settore) e dell’obbiettivo di dare a ciascuno il suo. Con quali competenze magiche un docente, scarto di un processo abilitativo mortificante e disumanizzante, può fare un’analisi sociologica, psicologica, pedagogica su ciascun alunno? Quanti progetti individualizzati saranno il banale copia-incolla di percezioni spontanee e largamente stereotipate che andranno di fatto a incidere sul destino dei ragazzi, autorealizzandolo? È inumano. Impossibile realizzare il modello dell’autonomia buona se non hai realizzato il socialismo. L’autonomia nelle nostre debolissime democrazie è la legge del più forte. 

Le famiglie, poi. Rivendicative, aggressive, prevalentemente protettive nei confronti degli alunni. Insultate da tanti esperti pedagogisti, psicoterapeuti e psicanalisti che nella stragrande maggioranza hanno messo i propri figli in sicurezza in ottime scuole e Università private o estere (o tutt’e due). I cui figli sono stati messi direttamente nelle classi scelte (anche senza chiedere). Sanno costoro che, perché funzioni questo sistema scolastico, i genitori firmano un  contratto (anche i bambini firmano un contratto, sic!) e hanno l’obbligo di attivarsi? 

Il corpo docente sempre più precario e volatile. Le strutture sempre più obsolete. Le infrastrutture tecnologiche, le competenze per attivarle sempre gravemente deficitarie. La gestione ordinaria delle strutture sempre poco efficiente.

Alla domanda su quale fosse l’aspetto più problematico della Dad, la risposta consueta è stata: “l’assenza di tempo”. Bene. “Quindi, prima della DAD avevi il tempo di organizzare il tuo lavoro, la tua vita?”

“Pensandoci, no. Ma sai, prima della DAD ‘sceglievo’ di dare il mio tempo alla scuola. 

Mi bastava lo spazio del tragitto scuola-casa, mangiare e rientrare; quella mezz’ora mi dava la forza per rientrare. Adesso mi sembra di non poter uscire dal ruolo, mai”. Si può dire che la DAD si è presa il tempo del tragitto da casa a scuola. Il resto era già stato offerto diffusamente al tempio dell’autonomia.

Quello del docente di scuola è stato l’ultimo angolo di mondo del lavoro “tutelato” (sul piano simbolico e giuridico) ad essere oggetto di aggressione. L’ultimo scampolo di lavoro legato all’organizzazione di una società moderna. Il lavoro da insegnante permetteva una genitorialità appagante. Ora, non c’è più sabato o domenica, giorno o notte. Reperibilità continua. Chi frequenta gli insegnanti ha assistito alla loro progressiva trasformazione in manager sempre al lavoro (a fronte di uno stipendio rimasto pari a quello di un addetto alle vendite nella GDO). 

I docenti somigliano sempre più ai lavoratori del terzo settore. Un ambito sempre più femminilizzato, dove dilaga il lavoro a progetto, sotto-pagato, ad alta vocazione missionaria e volontaria, ad alto tasso di precarietà, senza possibilità di cambiamento.

Nella generale perdita di senso (fine delle ideologie, fine della storia, fine della fine della storia senza alcun mutamento epistemologico, le fedi in crisi, trasformate in “ismi” ecc.), sentirsi indispensabili, anche ad un solo bambino, sembra essere l’obiettivo massimo e, se riesci a fare una foto mentre lo salvi, pensi che quel salvataggio avrà una ricaduta generale. Non è un giudizio morale, ma di sistema. La precarizzazione mobilitante[3].

Forse serve distanziamento.

Siamo nell’abitacolo di un furgone, portati lenti dal regista iraniano Abbas Kiarostami ne “Il sapore della ciliegia”. Attraversiamo un paesaggio di terra, pietre e sole. Finestrini aperti. Un anziano signore, nell’abitacolo della vettura, tenta di far desistere il giovane uomo alla guida dall’intenzione di suicidarsi. Nel suo brullo tentativo, affidato ad un monologo, racconta di un paziente che va dal medico e chiede: “Dottore, ovunque io mi tocchi con il dito, mi fa male. Mi tocco la testa? Mi fa male. Mi tocco la pancia e mi fa male. Mi tocco la mano e mi fa male”. Il dottore lo visita e gli dice: “Signore, lei ha il dito rotto; il resto del corpo sta bene. Caro signore, tu hai il pensiero che è malato. In realtà, stai bene. Cambia modo di pensare.”

In Italia registriamo dolore sull’intero corpo. In qualsiasi punto tocchiamo, sentiamo dolore. Non fa eccezione la scuola.

E se avessimo il dito rotto? Il pensiero?

IL DITO ROTTO (IL PENSIERO)

Gli anni ‘90 sono quelli in cui anche la Sinistra, a livello planetario, ritiene di poter liberare le energie sociali sbrigliando settori strategici dalla forza costrittiva dello Stato. Si ritiene che non servano più, dentro il nuovo scenario globale, la società, gli assetti costruiti dallo spirito costituente post-bellico, la scuola, voluta e lungamente dibattuta dai costituenti. I cittadini italiani sono stati formati. Ora, fatta la globalizzazione, dobbiamo fare i globalizzati! Non si è più in un’economia nazionale post-bellica, ricostruttiva, fondativa, alta. Si dà per acquisito un nocciolo, un perno della democrazia (che certo non è il frutto dei progetti sulla legalità con i vigili urbani e le associazioni del territorio o dell’ora di cittadinanza): tutti i cittadini possono avere una conoscenza tale da poter leggere criticamente i processi che determinano la vita collettiva ed individuale (cosa diversa dal fare la critica sui social o la valutazione dell’istituto come se fosse un ristorante, una camera d’albergo, o, peggio, l’autovalutazione). Formare cittadini autonomi e solidali: questo è il più importante strumento di emancipazione sociale. Ma l’autonomia e la solidarietà non possono darsi in un contesto di precarizzazione, sospinta dal moralismo e non più dall’etica. 

Da una parte le strutture economiche, finanziarie e politiche diventano immateriali, deterritorializzate e invisibili ai più, dall’altro i centri di risposta al potere generale divengono sempre più ridotti e adiacenti al territorio. Così la scuola dell’autonomia, che procede di pari passo con la riforma del titolo V della Costituzione. In questa temperie è maturato il cambio di copione. Mentre gli attori pensano di stare nello stesso film (la Scuola, così come pensata dai costituenti), in realtà se ne sta producendo un altro.

L’autonomia cancella la “Scuola” e inventa le scuole (e vale anche per le Università, le Sanità regionali, le Regioni, i Comuni ecc.).

Massima distanza dal potere, minima distanza dagli impotenti. L’assenza di distanza è la chiave di volta nell’impianto dell’autonomia scolastica. La immaterializzazione della distanza è la chiave di volta dei nuovi poteri.

La distanza era il perno. Contro la distanza grigia imposta dallo Stato centrale, avanza la simbiosi della scuola con il territorio, la società civile e le realtà economiche locali. I genitori divengono corresponsabili del percorso formativo. Clienti che acquistano la miglior offerta formativa sul mercato, al dettaglio. Le scuole divengono ‘commerciali’. Pubblicità, promozione continua. Dirigenti manager. L’offerta formativa deve aderire al territorio con continue innovazioni just in time. Nella scuola come nel mondo della produzione si passa dal modello fordista a quello post-fordista dello zero scorte e del just in time. E la logica dell’autonomia ha azzerato le distanze tra il mondo del lavoro (inteso solo dal punto di vista confindustriale) e il mondo scuola. 

L’autonomia scolastica è un’idea di scuola (sarà superfluo ricordare che non è un dato di natura, ma una scelta politica che come tale può essere modificata). Nasce nel dibattito degli anni ‘70 e si realizza a partire dagli anni ’90. Trova via via strumenti normativi e quindi regolativi che portano allo smantellamento della scuola conosciuta dagli attuali quarantenni, i quali si ritrovano, come genitori, dinanzi ad una scuola pubblica dove il senso del ‘pubblico’ appare totalmente trasfigurato. 

La scuola dell’autonomia adotta l’obiettivo del “successo formativo”. (Le parole son pietre). Esso si ottiene laddove la formazione risponde sempre di più ai bisogni del territorio e dell’economia territoriale. Si stringe un’alleanza forte con il capitale sociale del territorio (parrocchie, associazionismo, imprese…) e le famiglie diventano un perno essenziale per raggiungere l’obiettivo del “successo”. Questo è vero sia se la scuola è ubicata allo Zen di Palermo o a Scampia, in un paese dormitorio di una realtà deprivata, sia se sei in una cittadina tosco-emiliana o nel centro di Milano, ossia nell’orbita più avanzata dell’economia europea.

Il dirigente ha in mano il 20 per cento dell’orario scolastico, ossia dell’intero progetto educativo. Detiene quote di contrattazione flessibile sul personale da assumere. Deve procacciarsi gli iscritti, pena la perdita di cattedre o la chiusura di interi plessi. 

La precarizzazione del corpo docente passa per metà del paese da un imponente fenomeno di emigrazione, vista ormai come un inevitabile (straziante) passaggio obbligato per assicurarsi un lavoro dignitoso di ritorno. Si vive e si insegna al Nord con uno stipendio medio di 1.500 euro, che per almeno un terzo/un mezzo viene impiegato per l’affitto di case/stanze condivise. La temperie culturale antimeridionale di sfondo ha funestato il clima di lavoro e di vita di tanti lavoratori nell’ultimo trentennio. Molti si sono difesi attraverso l’assimilazione o la depressione (accenti, modi, antimeridionalismo meridionale ecc.). 

In queste degradate condizioni, dopo aver perduto ogni autorevolezza sociale ed economica, i docenti sono dunque chiamati a fronteggiare i genitori-clienti. Sono chiamati ad essere innovativi, aperti e preparati, a rispondere a tutte le complessità della società che dalla scuola devono passare, in quanto frontiera obbligatoria per ciascun cittadino, almeno fino ai 16 anni. Sono chiamati ad animare il territorio, ad attirare clienti, a costruire continuamente progetti per spuntare i fondi regionali, ministeriali, europei, sacrificando il loro specifico lavoro di docenti. Appare chiaro dalle interviste come la didattica sia ormai la parte sempre più residuale del lavoro di un docente: non c’è un tempo per rivedere i contenuti formativi, che diventano quindi un automatismo. In tanti lamentano un inaridimento delle proprie conoscenze e un diffuso impoverimento del ruolo, in termini economici, esistenziali, culturali. L’avventurismo progettuale diviene per molti docenti un pasto da bulimici, in cui si stempera il senso del proprio ruolo.

Questo generale processo di decadimento dello statuto del docente s’incrocia con la crescente centralità della famiglia nel processo educativo, decretata dalla riforma dell’autonomia. Qual ne è l’esito? Il risultato finale è che il successo formativo degli alunni dipende sempre più dalle caratteristiche socio-economiche e culturali di partenza delle famiglie e dei territori in cui essi dimorano e sempre meno dall’istituzione scolastica. Il successo formativo, vale a dire, obbedisce alla logica della “profezia che si autoadempie”.

E’ il dito che è rotto.

Che la didattica sia a distanza o in presenza, poco importa. Il problema di fondo è che la scuola resta autonoma. Sola. Le scuole di territori forti economicamente e socialmente secedono dalla “Scuola”.

Contro ogni con-fusione comunitaria, nella quale la scuola affonda, e non solo, occorrerebbe in realtà recuperare il distanziamento sociale o, detto altrimenti, la società, per rifondarne le alte funzioni educative ed emancipative.

FINESTRA SULLA PAROLA

Ad Haiti non si possono raccontare storie durante il giorno. Chi racconta di giorno merita che gli accada una disgrazia: la montagna gli lancerà in testa una pietra, sua madre potrà solo camminare a quattro zampe. Le storie si raccontano di notte, perché di notte il sacro è reale, e chi sa raccontare racconta sapendo che il nome è quella cosa che il nome nomina.”

                                                                                   Eduardo Galeano, Las palabras andantes


[1] L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento.” Regolamento Autonomia scolastica, DPR 275 del 08/03/1999, art. 1, comma 2.

[2] Documento OCSE: Education at a glance 2013 nella scheda paese relativa all’Italia: “Tra il 2005 e il 2011, l’Italia ha conseguito risparmi nei settori dell’istruzione primaria e secondaria di primo grado aumentando il numero di studenti per insegnante. (…)

Si potrebbe pensare che una tale misura avrebbe potuto nuocere alle opportunità di apprendimento degli studenti, ma fin qui, tali risparmi sull’istruzione scolastica non hanno compromesso i risultati dell’apprendimento degli studenti: gli esiti per gli studenti quindicenni nella valutazione PISA 2009 sono risultati stabili nelle competenze di lettura (rispetto al 2000) e sono migliorati significativamente in matematica (dal 2003) e in scienze (2006). Di conseguenza, il sistema sembra essersi diretto verso una migliore efficienza nell’uso delle risorse.”

OECD 2019: “L’Italia spende circa il 3,6% del suo Pil per l’istruzione dalla scuola primaria all’università, una quota inferiore alla media OCSE del 5% è uno dei livelli più bassi di spesa tra i paesi dell’OCSE. La spesa per studente spazia da circa 8000 US$ nell’istruzione primaria (94% della media OCSE) a 9200 US$ nell’istruzione secondaria (92% della media OCSE) e 11.600 dollari statunitensi nei corsi di studio terziari (74% della media OCSE) o circa 7600 US$ se si esclude la spesa per ricerca e sviluppo. Sebbene la spesa per studente aumenti ai livelli superiori di istruzione il divario rispetto alla media OCSE diventa più ampio in quanto la spesa per l’istruzione aumenta di più in altri paesi dell’OCSE.

La spesa è diminuita del 9% tra il 2010 e il 2016 sia per la scuola che per l’università, più rapidamente rispetto al calo registrato nel numero di studenti, che è diminuito dell’8% nelle istituzioni dell’istruzione terziaria e dell’1% nelle istituzioni dell’istruzione primaria fino all’istruzione posta secondaria non terziaria”.

4 pensieri su “La giusta distanza. Contro l’autonomia scolastica

  1. Un’analisi dettagliata e puntuale della realtà scolastica che evidenzia le storture della scuola dell’autonomia, causa, invece, di diseguaglianze nei diversi territori

  2. Un’analisi incredibilmente ragionata, pungente e realistica su quello che è avvenuto e avviene nel mondo della scuola ovviamente in stretta simbiosi con tutta la nostra società. Il tutto farcito dall’ultimo ingrediente che ha messo ancora più in risalto tutte le nostre criticità, cioè la “Pandemia”.

  3. Un’analisi indispensabile per togliere il velo (svelare, quindi) da un mondo come quello della scuola che tutti credono di conoscere, ma che in realtà pochi conoscono davvero. Il problema è che quando quel velo lo togli, quello che resta è una profonda amarezza. Da leggere.

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