Addio, immenso maestro

di Onofrio Romano

(“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 24/02/2021)

Era un pensatore liminare Franco Cassano. Forse Deleuze lo avrebbe definito così come definiva il grande Kafka: un minore. I “maggiori” vedono solo quello che c’è al centro della scena, ben illuminato dai riflettori. E siccome al centro ci sono loro, di norma vedono soltanto se stessi. I minori, al contrario, riescono a vedere tutto: il centro della scena e quello che brulica tutt’attorno; le cose illuminate e quanto si muove ai lati, dietro le quinte, al riparo delle tenebre.

Questo era lo sguardo di Cassano sul mondo. Uno sguardo multiplo, inesausto, desideroso di scoprire la prospettiva altrui, delle persone in alto e di quelle nelle retrovie, dei centri nevralgici e dei luoghi che non contano. Un continuo “esercizio di esperienza dell’altro”, che ha avuto i suoi acuti alla fine degli anni ottanta con “Approssimazione” e poi con “Partita doppia”, ma che era già pienamente all’opera ben prima che egli abbandonasse le consolazioni del marxismo, quando andava a far visita ai mondi allestiti dai suoi avversari politici (“Il teorema democristiano”) o a indagare sulle zone d’ombra della scienza (“La certezza infondata”). Per questo, il suo elogio dello stare sul confine non aveva nulla a che fare con l’estetica della marginalità, con l’esaltazione dello sbraco consentito a chi non viene visto. Il posto di frontiera (e Bari lo è) è un palco d’onore da cui è possibile scorgere e comprendere quello che avviene sia dentro il recinto sia al di fuori di esso.

Il pensiero di Cassano non va però confuso con un bazar postmoderno, dove tutte le prospettive sono equivalenti e ugualmente legittime. Innanzi tutto, egli mette continuamente a tema il differenziale di forza di cui i pensieri e i modi di stare al mondo sono espressione. Ma quel che soprattutto emerge è la profonda cifra tragica del pensiero cassaniano. La tragedia dell’inconciliabilità. L’impossibilità di quella sintesi virtuosa e definitiva vagheggiata dai grandi padri (Hegel e Marx). È questo il tema di fondo che agita il suo libro più noto e ingombrante, “Il pensiero meridiano”. Certo, si tratta di uno spartiacque nel nostro modo di vedere il Sud, che restituisce ad esso – cito – “la dignità di soggetto del pensiero”. Ma messa così sembra un’opera ad uso e consumo del Mezzogiorno. Mentre il pensiero meridiano è a pieno titolo un’espressione apicale del pensiero moderno-occidentale. Il Mediterraneo (e prima ancora l’Egeo) è solo la metafora di una particolare complicità tra terra e mare, che sono gli ingredienti stessi dell’umano. Universalmente. La terra è per Cassano la materializzazione del radicamento, della necessità di un’origine. Il mare, all’opposto, una metafora dell’emancipazione, della libertà, dell’oltrepassamento di sé e dell’apertura all’altro. L’operazione cassaniana non è quella, facile, di contrapporre ai vizi dell’una le virtù dell’altro. Il problema è come evitare la “dismisura”, che dal lato terrestre conduce al dispotismo e dal lato marino conduce al vuoto nichilistico dell’oceano. La sfida è costruire una civiltà che riconosca sia il bisogno di radicamento e di protezione sia l’esigenza di emancipazione e di libertà. Una sfida per tutti. Non riservata ai meridionali.

Ma la tragedia vera è un’altra. Non sta solo nell’impossibilità di trovare un equilibrio tra questi due poli. Sta soprattutto nel fatto che il bene non arriva da sé, lasciando che la storia faccia il suo corso. È questo il tema di fondo dell’opera più matura, intensa e scabrosa di Franco Cassano: “L’umiltà del male” (che si perfezionerà poi con “Senza il vento della storia”). Un libro che aspetta ancora di essere compreso o semplicemente accettato dai suoi lettori. Il messaggio di fondo è semplicissimo: chi ha un’idea di bene, chi crede in un orizzonte di trasformazione che possa giovare all’umanità tutta, non può limitarsi a enunciarla o a praticarla da par suo, ma deve sforzarsi continuamente di riconnetterla alla situazione concreta – antropologica ed esistenziale – della maggioranza degli uomini. Questo messaggio, apparentemente banale, in realtà ribalta del tutto l’immaginario fondativo del marxismo e di ogni progressismo. Quell’immaginario provvidenzialista per il quale seguendo la “pancia” delle persone, indulgendo ai bisogni e alle esigenze immanenti del popolo si giunge diritti al migliore dei mondi. Falso!, ci dice Cassano. Per questa via si ottiene solo il male. Il bene non è inscritto nel cuore degli uomini. È una costruzione artificiale e per molti versi contro natura, che richiede lotta, pedagogia, politica.Il suo pensiero aspetta ancora di prendere corpo.

In questo, siamo stati manchevoli noi: allievi, lettori, concittadini. Dobbiamo ancora meritarcelo Franco Cassano. Addio, immenso maestro.

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