FUGA PER LA SCONFITTA

La sinistra, lo stato e l’organizzazione del potere

di Gianni Porta

La crisi generata dalla pandemia Covid19 rappresenterebbe un’occasione utile per riflettere sulla crisi più generale del sistema non solo sanitario ma anche del sistema di idee e di certezze consolidate. La diffusione del contagio, prima, e la gestione della campagna vaccinale, poi, hanno evidenziato i limiti degli apparati statali e mutato abitudini ritenute immodificabili. Ritrovarsi inermi di fronte a un’emergenza dovrebbe indurci a interrogare anche la normalità del “prima” della crisi per indagarne le linee di debolezza poi disvelatesi nella crisi pandemica.

Questo tipo di riflessione sarebbe utile anche per la sinistra occidentale, in particolar modo italiana, al fine di ragionare sulla sua efficacia nel recente passato e soprattutto nel futuro. E quando parliamo di sinistra ci riferiamo prioritariamente non alla sinistra che ha governato e gestito in alcune fasi le leve istituzionali in linea con i fondamentali previsti dal “Washington Consensus”, quanto allo spettro variegato della sinistra che a queste esperienze di governo si è opposta, manifestando contrarietà verso tali fondamentali e che per comodità possiamo nominare sinistra anticapitalistica o alternativa all’ordine esistente. 

Una sinistra, la cui deriva antistatalista ultraventennale non sembra conoscere né inversioni di tendenza né timidi rallentamenti. Una deriva che negli ultimi decenni è stata incarnata da movimenti orizzontalisti, antigerarchici, volatili, contraddistinti da single issues e caratterizzati da assenza di “spirito statale” per dirla con Gramsci. Una sinistra che ancora oggi ripropone strategie di erosione del capitalismo che fanno leva, in definitiva, sulle «forme di resistenza da parte delle collettività organizzate – i movimenti sociali e i sindacati soprattutto, ma anche le organizzazioni della comunità e talvolta anche le Ong», in un continuo e altalenante andirivieni tra cosmopolitismo borghese ed internazionalismo esotico-affettivo magari per la piccola Cuba, senza provare a indagare oltre oppure cimentandosi con alcuni nessi fondamentali come quello dello Stato e del potere statuale.

Eppure con la diffusione della pandemia il tema dell’intervento dello stato ha riacquistato centralità sia nel reclamare la sua mano benefica sia nel criticare il suo ruolo inefficace. Ma anche in tale scenario la sinistra italiana continua imperterrita con il copione degli ultimi vent’anni di suggestioni “orizzontaliste”, reclamando l’esigibilità di diritti e chiamando in causa i temi della democrazia in rete e quello dei “beni comuni”, il tutto quasi sempre con un mitico richiamo all’azione politica “dal basso”, il tutto in «un’ostinata, commovente apologia dell’ideale moderno, nella sua declinazione immanentista. Tutto il bene viene dal basso, from below, ossia dalla dimensione orizzontale. Tutto il male è nell’istituzione, nel potere, nella sovranità, in ogni forma di verticalismo che non sia la neutra applicazione tecnica del dirittoad opera di celesti giudici globali».

Si tratta di quella sinistra “radicale”, scriveva Losurdo, secondo cui

nel mondo di oggi a una borghesia sostanzialmente unificata a livello planetario si contrapporrebbe una «moltitudine» essa stessa unificata dal dileguare delle barriere statali e nazionali; obsoleta sarebbe divenuta la questione nazionale e coloniale e sostanzialmente privo di senso sarebbe preoccuparsi per i pericoli di guerra tra Stati e nazioni ormai di fatto scomparsi. […] il problema reale è di «cambiare il mondo senza prendere il potere» (Holloway, 2004)! E come appaiono meschine, retrospettivamente, le grandi lotte che i popoli coloniali, le classi subalterne, le donne hanno condotto al fine di cancellare le tre grandi discriminazioni (razziale, censitaria e sessuale) che escludevano questi tre gruppi dal godimento dei diritti politici e dalla possibilità di influire sulla composizione e sull’orientamento dei gruppi di potere.

Si sostituisce e si è sostituito all’internazionalismo e all’antimperialismo – che poggiano su legami e alleanze tra stati “rivoluzionari” e popoli “rivoluzionari”, ognuno con i propri percorsi “rivoluzionari” e le proprie specificità socialiste – un cosmopolitismo antistatale e antinazionale di principio, nel migliore dei casi nella convinzione che alla borghesia globale e cosmopolita non potesse che rispondersi sullo stesso piano. Per cui la difesa di uno stato e l’importanza di costruire e difendere processi rivoluzionari statali diventano qualcosa di arretrato e nostalgico, quando non addirittura disfunzionale per la sinistra “moltitudinaria” postmoderna.

Si appoggiano le cause di popoli senza stato (quali ad es. palestinesi, curdi) fintanto che questi rimangono privi di essomentre si dimenticano le cause di popoli che uno stato rivoluzionario e socialista provano a costruirlo, tra mille sforzi e contraddizioni (quali ad es. cubani, cinesi, vietnamiti o venezuelani). 

Questo è accaduto nel tessuto sempre più esangue della sinistra anticapitalistica italiana negli ultimi vent’anni e questo continua a succedere tutt’oggi, salvo eccezioni. Perdura così il rifiuto della tematizzazione dello stato e dell’organizzazione necessaria per cimentarsi con la questione del potere statale. Un rifiuto che finisce per accomunare correnti alternative “di sinistra” con formulazioni estreme del neoliberismo “di destra” giacché

Nel far ricorso a un linguaggio più laico, l’odierno neoliberismo ama assumere talvolta movenze ribelli e persino anarchiche. È una tendenza che trova la suaespressione più compiuta nell’«anarco-capitalismo», checontinua a proclamare il vecchio dogma conservatoredell’assoluta inviolabilità della proprietà privata e della sfera dell’economia, ma agitando la nuova e più seducente bandiera di un antistatalismo così radicale da sconfinare nell’anarchismo! E non a caso l’«anarco-capitalismo» ha preso piede soprattutto negli USA […] dove da sempre i tentativi di introduzione dello Stato sociale sono bollati dal conservatorismo egemone quale sinonimo di dispotismo etotalitarismo.

Questa contiguità rinvia alla figura di Foucault, iconica per la sinistra occidentale, la cui critica dello stato sociale non è stata meno netta di quella di von Hayek; infatti, la ricaduta politico-ideologica di questo assetto teorico fa sì che «Il gesto di condanna di ogni rapporto di potere, anzi di ogni forma di potere sia nell’ambito della società che nel discorso sulla società, rende assai problematica o impossibile quella «negazione determinata» […] che, hegelianamente, è il presupposto di una reale trasformazione della società, il presupposto della rivoluzione».

Un rifiuto del potere (e della complicata relazione con esso) che contraddistingue il marxismo occidentale rispetto a quello orientale che sarebbe riuscito – secondo Losurdo – a «sbarazzarsi delle attese messianiche e a maturare una visione più realistica del processo di costruzione di una società postcapitalistica».

La sinistra occidentale contemporanea, invece, nel solco dell’utopismo messianico tipico del marxismo occidentale continua a esercitarsi esclusivamente su limiti e contraddizioni di processi rivoluzionari e di costruzione statale in corso, in Asia (Cina, Vietnam) e non solo (ad es. Cuba o il Venezuela), invece di riconsiderare alcuni princìpi e credenze che hanno funzionato per lei da guida funesta negli ultimi decenni.

Il fatto che anche oggi – ancora oggi, nonostante un anno di pandemia – i termini del dibattito politico italiano a sinistra siano incentrati prevalentemente sulla adeguatezza o meno di un governo e delle sue politiche “ristoratrici” di gruppi sociali e categorie professionali la dice lunga. 

È incredibile come alcuni nodi strutturali siano stati e continuino a essere elusi ma quel che più risalta è il pressoché assoluto silenzio sulle “performance” di successo dei paesi socialisti o alternativi al “Washington Consensus” nella lotta alla pandemia.

Ora è chiaro che non si tratti ancora una volta, come tante altre volte, nella storia antica e recente della sinistra di importare meccanicamente modelli esterni ma la scotomizzazione in atto a sinistra verso le esperienze statali di costruzione del socialismo o, quanto meno, di percorsi post-capitalistici o alternativi all’ordine imperialista è eloquente oltre che preoccupante.

Tanto più che stride fortemente con le sinistre italiche ed europee sempre attente a registrare e rimbalzare tutti i micromovimenti e macromovimenti “dirittoumanisti” e “democratico-radicali” che prendono piede più o meno spontaneamente in ogni dove. Quando si tratta, invece, di cimentarsi con modelli e vie nazionali al socialismo per trarne insegnamenti e alimentare una critica costruttiva e ricostruttiva della asfittica sinistra italiana – a parte l’elogio per i medici cubani sbarcati l’anno scorso anche nel nostro paese – non si  ritrovano segnali di altrettanta attenzione né a livello largo di pubblica opinione né di cerchie ristrette. 

Prevalgono, dunque, anche nei settori più di sinistra le rivendicazioni “benecomuniste” nei confronti delle Istituzioni europee affinché il diritto alla cura e alla vaccinazione sia tutelato oppure il diritto alla trasparenza nei contratti stipulati tra Bruxelles e case farmaceutiche sia onorato, quasi che ne andasse del buon nome e del credito delle istituzioni “democratiche” dell’Unione europea. 

Insomma, anche oggi, nonostante la pandemia e l’iniziale coro mediatico nel nostro paese del “niente sarà come prima”, perdurano e si dimostrano pervicaci i tabù della sinistra nostrana: lo Stato, l’organizzazione e la conquista del potere, la fuoriuscita dal capitalismo e la transizione verso un regime post-capitalistico.

1 pensiero su “FUGA PER LA SCONFITTA

  1. Un contributo che voglio rileggere più volte, conosco Gianni e so bene leggere i suoi contributi mi porta subito alla riflessione ed imparo.

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