Crisi permanente

L’azione regressiva della tecnologia nell’era post-pandemica

di Onofrio Romano

[da “Oltre il capitale” n. 6]

La tecnologia è un acceleratore. Consente di fare le cose più velocemente e più efficacemente. Dinamizza i processi sociali. La società avanza più rapidamente, passando da stadi meno evoluti a stadi più complessi. Questo effetto, che intuitivamente associamo alla tecnologia, va problematizzato. La vicenda che nel nostro tempo occupa a livello globale il centro della scena ce ne dà buon saggio. La “tecnologia vaccinale” ci sta consentendo di uscire velocemente dalla pandemia. Se nel recente passato la messa a punto dei rimedi vaccinali contro i virus più disparati ha richiesto in media dodici anni, questa volta, grazie ad uno sforzo straordinario e concentrico, abbiamo impiegato meno di un anno per produrre un esteso e variegato menù di antidoti al male. È un risultato straordinario che testimonia dell’elevato grado di avanzamento delle nostre società. Si fosse presentato solo un secolo fa, lo stesso virus avrebbe probabilmente mietuto un numero di vittime ben più alto e soprattutto sarebbe durato molti anni. Indubbiamente, siamo stati veloci. Il problema è capire: veloci rispetto a quale destinazione, a quale traguardo? Lo siamo stati sicuramente rispetto alla soluzione del problema specifico, dando ad esso una replica istantanea e diretta: l’antidoto al virus. Ma se guardiamo le cose da un’altra altezza, la scena cambia. Scopriamo che la tecnologia può anche giocare un ruolo regressivo, diventando – come, a nostro avviso, in questo caso – un fattore di rallentamento della società. Il vaccino ne ha bloccato l’evoluzione verso un assetto più avanzato. Questo è quel che proveremo a sostenere qui, partendo da un primo indizio. Certo, noi siamo stati veloci nel mettere a punto il vaccino e nell’allestire la macchina della somministrazione di massa. Ma occorre anche riconoscere che a distanza di un anno e mezzo dall’insorgenza del virus, la pandemia nei nostri paesi non è affatto sconfitta. La Cina, dove il fenomeno ha avuto origine, ha invece sostanzialmente bonificato il paese dal virus in soli due mesi e senza il vaccino. Quindi la tecnologia vaccinale ha velocizzato i processi se guardiamo alle esperienze passate in Occidente, ma in comparazione con la Cina siamo stati lentissimi e, soprattutto, molto inefficaci visto il numero di ricoverati e di morti e visti gli effetti nefasti sull’economia. C’è un grande paese che è stato molto più veloce di noi nel rispondere alla pandemia e ai suoi effetti in tutti i campi. La Cina è uscita precocemente dal disastro pandemico non grazie ad ritrovato tecnico (il vaccino) ma grazie all’organizzazione socio-politica (a prescindere da qualsiasi giudizio di valore su questa organizzazione). A partire da questa circostanza è forse possibile valutare con maggiore profondità e correttezza l’effetto della tecnologia sull’evoluzione sociale.

Una dialettica feconda 

In un libro recente (La libertà verticale, Milano 2019) abbiamo messo a tema la speciale dialettica che durante la modernità si è sviluppata tra pensiero e regolazione sociale.  In particolare, tra le loro “forme”. Pensiero e regolazione si rincorrono e si tallonano vicendevolmente. Quando nella società si installa una particolare forma di regolazione, il pensiero, assumendo una postura critica (che è una sorta di marchio di fabbrica dell’intellettuale moderno), si mette a valutarne il buon fondamento, a riflettere e a denunciarne le criticità e gli effetti nefasti, nonché, infine, a costruire idealmente altre possibilità regolative. Così è stato ad esempio nella prima fase della modernità, ossia lungo tutto il diciannovesimo secolo. Il regime regolativo venuto fuori dalle due rivoluzioni (quella francese della politica e quella inglese dell’economia) ha assunto una forma che abbiamo definito orizzontale: il funzionamento della società si è ricentrato sull’autonomia delle singole componenti, delle sue particelle elementari. Pensiamo certamente agli individui, ma più in generale, come a posteriori ha ben analizzato Polanyi, alla mercificazione dei fattori produttivi: lavoro, natura e denaro non sono più “incastrati” nel sociale, quindi gestiti attraverso un’intenzionalità politica centrale, ma la loro circolazione risponde ora ad un principio autoregolativo, ossia esclusivamente alla legge della domanda e dell’offerta, alle preferenze dei singoli, in ultima analisi: il regime di self-regulating market. Viene meno dunque la direzione centrale nella regolazione della società. Di fronte al consolidarsi di questo regime, il pensiero (o, comunque, la sua parte migliore, che si è distinta nel lungo periodo) ha risposto erigendosi sulla forma contraria, quella verticale. Innanzi tutto, ha sottoposto a feroce critica le fondamenta epistemologiche del regime regolatorio orizzontale, ossia la consistenza, il carattere originario e l’auto-sostenibilità del soggetto individuale, quindi ne ha smascherato la narrazione di fondo, rivelandone la sostanza persistentemente “verticale” (si pensi alla logica del dominio di classe denunciata da Marx, in opposizione alla costruzione ideologica dell’individualismo borghese). In secondo luogo, ha messo all’indice gli effetti nefasti dell’orizzontalismo per la società (la disuguaglianza, il disordine, l’alienazione ecc.). In terzo luogo, ha messo mano all’elaborazione di modelli di società ispirati al ripristino di un principio verticale, di centralità, di “reincastro” delle parti (e dei fattori produttivi) nel tutto societario. La sociologia, in sé, nella sua stessa costituzione disciplinare, rappresenta l’emblema di questa torsione verticale del pensiero e non è un caso che essa emerga e conosca la sua golden age (Nisbet) proprio nel cuore del diciannovesimo secolo.

Il programma elaborato teoricamente nell’Ottocento troverà poi la sua realizzazione nel secolo successivo, quando i nodi della regolazione orizzontale – già ampiamente e lucidamente intravisti con largo anticipo dai classici della sociologia – verranno al pettine. La crisi di Wall Street, la fine del sistema aureo nella regolazione dei rapporti internazionali e la prima guerra mondiale sono altrettanti segnali della fine del liberalismo ottocentesco e dell’inizio della nuova era verticale, in cui gli stati-nazione, prima in forma aggressiva e autoritaria, poi in forma materna e democratica, si riappropriano della regolazione sociale, pianificando lo sviluppo delle società e redistribuendo il prodotto sociale. 

Di fronte a questa inversione regolativa, s’inverte anche il pensiero “dominante”. Gli studiosi della società, al contrario dei loro predecessori, si mettono alla ricerca del disordine. Denunciano il carattere alienante e abusivo di una regolazione verticale, poiché sul piano epistemologico sono ora i singoli e gli aggregati relazionali cui essi partecipano a venir considerati i motori originari della società, i costruttori dell’ordine sociale. Ergo, quando la costruzione dell’ordine emana dal vertice le conseguenze sulla società appaiono deleterie nel lungo periodo. Un oltraggio alla vera materia creativa e vivente, alloggiante alla base del consorzio sociale, cui si tarpano le ali. E dopo aver smascherato l’infondatezza epistemologica del verticalismo e averne denunciato gli effetti nefasti sul piano sociale, i nuovi pensatori orizzontalisti partoriscono visioni di società ri-tarate, implicitamente o esplicitamente, sul principio orizzontale, ossia sulla concessione della massima autonomia ai singoli, senza tutele verticali. Questa visione si trasformerà in modello di regolazione tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta del Novecento, con una serie ampia di declinazioni diverse: dal neoliberalismo, al welfare mix, all’ordoliberalismo. 

Se ne deduce, dunque, una sorta di “legge del rovesciamento” o, se si vuole, dell’alternanza incrociata: quando la forma orizzontale prevale nella regolazione, il pensiero assume una forma verticale. E viceversa, quando il principio verticale prevale nell’organizzazione della società, il pensiero comincia a esaltare insistentemente l’orizzontalismo.  Questa dialettica è stata molto feconda durante la modernità, poiché ha permesso di affinare progressivamente la macchina sociale, quasi per prova ed errore, al netto dei conflitti interni, delle perversioni politiche (si pensi al verticalismo fascista o all’orizzontalismo della precarizzazione neoliberale), delle articolazioni sociali spesso dissonanti.

Due elementi hanno caratterizzato storicamente questa dinamica: da un lato, la maggiore velocità del mondo delle idee rispetto al sistema di regolazione, dall’altro il progressivo accorciamento dei cicli regolativi.

Il pensiero è risultato, almeno finora, sempre più veloce del sistema regolativo, nel senso che, in virtù delle sue facoltà di astrazione, pur partendo in ritardo, è riuscito a intravedere i problemi insiti nella coeva forma regolativa ben prima che essi si manifestassero nella realtà sociale. La forma regolativa costituisce di norma l’implementazione di pensieri maturati nel passato e questa realizzazione richiede tempi lunghi, costruzione di strutture e messa a punto di processi complessi. Banalmente, il pensiero è più agile. Si fa prima a pensare una cosa che a realizzarla concretamente. La teoria plana su una sorta di spazio liscio. I pensatori della seconda metà dell’Ottocento che sono rimasti nella storia del pensiero avevano in comune la critica al sistema regolativo del tempo e, pur da prospettive politiche differenti (da Tocqueville a Durkheim, da Weber a Marx), di fatto preparavano quel mondo nuovo che poi si è impiantato nel Novecento. Allo stesso modo, ma a parti invertite, tra gli anni cinquanta e sessanta del Novecento i pensatori erano in larga parte allineati nella critica allo statalismo del tempo (pur da prospettive politiche antitetiche: da Popper a Marcuse a Foucault) e di fatto lavoravano a quel nuovo regime che vedrà poi la luce negli anni ottanta. 

In secondo luogo, abbiamo detto, si assiste al progressivo accorciamento dei cicli regolativi. La regolazione orizzontale liberale ha prevalso per oltre un secolo – se accettiamo la datazione polanyiana –, dal 1815 (Trattato di Versailles) al 1933 (rigetto del sistema aureo da parte degli USA). La regolazione verticale statalista è stata egemone per quasi un cinquantennio (fino agli anni ottanta). La regolazione neoliberale è entrata in affanno già nel 2008, ossia dopo neanche trent’anni. Questa contrazione dei cicli regolativi si deve in gran parte all’evoluzione tecnologica, che ha come effetto primo quello di velocizzare i processi sociali, portandoli a rapida maturazione. Ogni tipo di regolazione scatena una dinamica sociale. I difetti intrinseci ad un determinato modello regolativo si manifestano quando questo giunge al suo pieno sviluppo. La tecnologia velocizza i processi attivati da un determinato regime, dunque i suoi nodi vengono al pettine con una rapidità proporzionale al miglioramento delle tecniche. 

Il vantaggio che per “costituzione” il pensiero detiene rispetto al sistema regolativo viene ad essere progressivamente riassorbito: il mondo della regolazione recupera terreno sul mondo delle idee. E così viene meno la loro dialettica feconda. La teoria non ha il tempo di assumere quella distanza critica necessaria a sottoporre al suo vaglio il sistema regolativo egemone. Resta impastato in esso, contiguo e non più oppositivo: mantiene la stessa forma, tradendo quella “legge del rovesciamento” all’opera fin dalle origini della modernità. Il pensiero viene meno a quella funzione novatrice rispetto al sistema regolativo vigente svolta brillantemente in passato. 

Questo problema emerge in maniera drammatica oggi, in coincidenza con il fenomeno pandemico e in riferimento alle prospettive di fuoriuscita dalla crisi sanitaria che si profilano.

La tecnologia al posto del pensiero 

Quello che le crisi recenti hanno messo in luce è un’alterazione profonda della dialettica tra pensiero e regolazione sociale. Un’alterazione che, per dirla banalmente, blocca l’avanzamento sociale. Di fronte alle crisi sempre più precoci del regime regolativo, il pensiero non tiene il passo, non riesce cioè a svolgere quel suo ruolo prezioso di tallonamento critico da un lato e di elaborazione di nuove ipotesi regolative dall’altro. Già in occasione della crisi del 2008, si è avvertito che il frame regolativo è stato sostanzialmente riconfermato. Ma l’inerzia è apparsa esiziale soprattutto con questa crisi, quella sanitaria. Al fondo, essa non è altro che il frutto della deregolazione del rapporto tra società e natura che pertiene al nostro specifico quadro regolativo, in cui la gestione della “terra”, intesa à la Polanyi come fattore produttivo, non è più in capo alle istituzioni sociali centrali, ma data in pasto all’accaparramento molecolare, privato (anche, paradossalmente, in Cina, laddove lo Stato pur essendo forte e ben saldo nella gestione dei processi sociali, lascia sostanzialmente mano libera ai privati – e sta qui il segreto del suo successo competitivo planetario – nello sfruttamento della natura, in una logica tutta moderna di ipersfruttamento che travalica lo specifico regime regolativo). 

Quello che avviene – in vizio della lentezza del pensiero rispetto alla estrema velocizzazione dei cicli regolativi – è che l’assetto istituzionale dato (nella fattispecie quello neoliberale), pur in crisi, non muore e non ne lascia nascere altri. La sua vita si prolunga in maniera imprevista. Il paradosso che viene fuori dall’incrocio di questi meccanismi è che, dopo una lunga traiettoria di progressivo accorciamento, i cicli regolativi tornano ad allungarsi. Si tratta ovviamente di un allungamento innaturale, che non ne testimonia la buona salute, ma semplicemente il fatto, ed è questa la nostra tesi di fondo, che le crisi non sono più affrontate e risolte dal “pensiero”, ma dalla tecnologia stessa. Questa, si potrebbe dire, “se la canta e se la suona”: in una sorta di gioco perverso, la tecnologia determina la crisi precoce del sistema regolativo e al contempo fornisce i rimedi per superarla. Rimedi illusori, sia ben chiaro. L’esempio del “fine vita” è molto eloquente. Quel che succede oggi ai pazienti terminali è simile a quel che succede al sistema sociale nel suo complesso. Le macchine possono tenere artificialmente in vita un paziente all’infinito, anche quando sappiamo benissimo che questi non potrà mai più godere di un’esistenza autonoma, normale e dignitosa. Non è certo questo il luogo in cui discutere delle pesanti questioni etiche (spesso strumentalizzate politicamente, come sappiamo) che questa circostanza solleva. L’esempio ci serve solo per sottolineare che, a maggior ragione, un sistema regolativo può essere tenuto in piedi all’infinito anche quando è cerebralmente morto e non è più in grado di produrre vita sociale. La tecnologia sostituisce il pensiero (che resta attardato) e funge da semplice respiratore artificiale.

Il virus ha messo in ginocchio le nostre società, offrendoci al contempo l’occasione di diagnosticare i problemi del sistema regolativo che ne sono all’origine e di allestirne un altro, come avvenuto in passato. Avremmo potuto sconfiggere il virus esplorando le cause profonde del fenomeno pandemico della caduta e ripristinando un minimo d’intenzionalità politica. Per dirla operativamente, con tutta la ricchezza accumulata dalle nostre società potevamo ben concederci due mesi di pausa assoluta (un vero lockdown), producendo in sicurezza tutto quello che era necessario al soddisfacimento dei bisogni primari e ripulendo totalmente la società dal virus. In Cina lo si è fatto. Sono usciti dalla pandemia, senza il vaccino, in soli due mesi. Perché da noi questa soluzione è apparsa impraticabile? Poiché avremmo dovuto compiere un salto regolativo. Non avevamo la forza del pensiero e la sua legittimazione per compiere questo salto. Le condizioni oggettive per farlo c’erano. Ma questo non basta. Avremmo dovuto ripristinare una regolazione verticale che per noi è ancora impensabile. La regolazione orizzontale, essendo ancora giovanissima, è ancora molto legittimata sul piano dell’immaginario, quasi inscalfibile, ma è fallimentare sul piano sistemico-funzionale. Non consente cioè di provvedere al soddisfacimento ordinario dei bisogni della società, quindi nemmeno di affrontare la pandemia. C’erano le risorse oggettive, non quelle “soggettive”, antropologiche, culturali, politiche necessarie per sostenere un salto regolativo che consentisse di dotare la “società” di un’anima collettiva (una coscienza collettiva, avrebbe detto Durkheim), un progetto, un’intenzione.

Come uscirne? L’unica soluzione ammessa era quella “tecnica”. Il vaccino ha consentito di risolvere il problema a valle, senza toccare la struttura regolativa, senza la fatica del cambiamento. 

In sintesi: la crisi derivante dalla saturazione del sistema regolativo (resa precoce dalla tecnologia), invece che essere risolta dal pensiero, è stata risolta dalla tecnologia stessa. Essendo la tecnologia sempre al servizio del modello regolativo dominante, essa non fa che puntellare un pensiero vecchio ed esausto. Trasforma i problemi regolativi in problemi tecnici, quindi li tampona semplicemente, facendoci restare impigliati dentro paradigmi già esausti. La tecnologia fa da respiratore artificiale per sistemi regolativi clinicamente morti. La velleità di riparare i danni ambientali del “paradigma della crescita” attraverso la “transizione ecologica” né l’esempio più flagrante. La dialettica feconda tra pensiero e sistema regolativo che ha prodotto continui avanzamenti sociali è ormai interrotta. La tecnologia, invece che accelerare il cambiamento, invece che stimolare il pensiero a produrre visioni alternative, ne determina il ristagno, poiché interviene risolutivamente al suo posto. Il pensiero può dunque darsi pace e restare in letargo. Il sistema regolativo, dal suo canto, ridiventa paradossalmente longevo (nonostante l’azione dinamizzante della tecnologia), incorporando la crisi come fenomeno endemico, costante e impercettibile. È questo l’effetto regressivo della tecnologia.

De-generation Eu 

Il Next Generation Eu, in questo quadro, appare come una strategia dilatoria. Ci apprestiamo a “guadagnare tempo” (Streeck) ulteriore, lasciando intatta la forma regolativa egemone fondata sulla radicalizzazione della mobilitazione individuale e ricolorandola con nuovi contenuti. Per ribadire tutti gli imperativi della governance liberale, ci si gioca la carta estrema: l’apparente passaggio dall’austerità alla prodigalità.

L’Ue è rimasta del tutto inerte e inerme di fronte alla pandemia. L’incombenza è stata completamente rigettata sulle spalle dei singoli Stati già ampiamente de-sovranizzati. Il virus sollecitava risposte qui e ora, precise, urgenti e in fondo semplici: occorreva fermare la “corsa” degli operatori economici e sostenere per un tempo molto limitato quelli che restavano a casa. Niente di più facile per dei paesi iper-sviluppati. Queste misure, come abbiamo sostenuto sopra, non sono però risultate adottabili poiché richiedevano una logica di verticalità vietata dalla costituzione materiale (oltre che formale) dell’Ue. Il consorzio europeo ha ragionato dunque esclusivamente sul post-pandemia. La crisi ha chiamato a bastoni e l’Ue ha risposto a denari. Essa ha di fatto scommesso sul tracollo dei PIL per una ripresa della dinamica del valore. Un’impresa di “ricostruzione”, tramite il Next Generation Ue, è in questo momento un toccasana, poiché consente, anziché elaborare una risposta istituzionale all’altezza della sfida posta dalla saturazione, di permanere nel medesimo frame orizzontalista, riempiendo di nuovi “contenuti” produttivi (verdi e digitali) la “forma” regolativa vigente. Con il Recovery fund, insomma, l’Ue non risponde alla pandemia ma all’ennesima saturazione, scommettendo di cavarsela senza strappi regolativi. Continueremo, cioè, a chiedere soldi al mercato, invece che stamparli per le esigenze collettive. Continueremo a credere che lo sviluppo derivi dal libero gioco degli attori economici e che le istituzioni pubbliche debbano limitarsi a fornire le infrastrutture neutre che consentano ai giocatori di giocare liberamente. L’edificio è ormai inospitale, ma possiamo guadagnare tempo re-imbiancandolo di verde e ristrutturando gli impianti (il digitale). Un po’ di valore nuovo riusciremo a spuntarlo, così allungando la vita del sistema di qualche decennio. Questa mossa dell’Ue renderà il declino ancor più lento, impercettibile e quindi difficilmente ribaltabile sul piano politico di quanto non lo sia già stato finora. 

Emblematico, in questa chiave, è il trattamento riservato al Sud nel PNRR. Nessuna intelligenza sistemica e sovraordinata, nessuna idea su che cosa, come, per chi, per quali bisogni produrre, ma la solita lista della spesa: infrastrutture, mobilità, scuola, Università, innovazione, ricerca, asili nido, servizi e diritti uguali per tutti, terzo settore, pubblica amministrazione efficiente, giustizia veloce ecc. L’idea che ne emerge è che lo sviluppo sia una partita tutta interna ad un territorio: basta mettere i residenti in grado di fare il proprio gioco e voilà!, tutto fiorisce. Il territorio è visto come un “terreno”, che se ben coltivato, con competenza, amore, buoni semi e buoni aratri darà spontaneamente i suoi frutti, che là fuori non vedono l’ora di acquistare. Un’idea “agricola”, naturalistica dello sviluppo. Un’idea fantastica, fossimo nell’Ottocento. Ma il problema è che siamo ben oltre il duemila. E qui lo sviluppo non dipende dalla capacità dei residenti di produrre qualcosa, bensì dalla circostanza che un territorio trovi un posto degno di remunerazione dentro una macchina produttivo-finanziaria “artificiale” (tutt’altro che naturale), estesa, complessa, tentacolare, stratificata, gerarchizzata e, soprattutto, iper-satura. Per far questo, occorre progetto centrale (verticale) e forza “politica”.

In tanti hanno affermato che ora il Sud non ha più scuse: con la valanga di miliardi che vi si sta per abbattere, se anche questa volta non riuscirà a decollare, sarà solo colpa dei meridionali. Ebbene, i miliardi non susciteranno nessuna rinascita. Ma la colpa non sarà dei meridionali. Sarà dell’ideologia alla base degli interventi. Della totale assenza di un’intelligenza sistemica e sovraordinata. Politica. Un’intelligenza preclusa a monte dalla struttura di governance dell’Ue, rimasta del tutto intatta, nonostante il passaggio dall’austerità alla prodigalità. 

Certo, l’ideale sarebbe avere un’intenzionalità politica tale da permettere ad un territorio di “sganciarsi” dalla macchina economica infernale dentro la quale stiamo, al fine di costruire un autonomo modo di stare al mondo. Ma questo ce lo teniamo per un’altra vita.

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