L’itinerario intellettuale e politico di Franco Cassano

Intervista a Onofrio Romano

di Michele de Feudis

[da “Naxos. Rivista di storia, arti, narrazioni” n. 1/2021, pp. 33-42]

Professor Onofrio Romano, Franco Cassano è considerato l’ideologo del “Pensiero meridiano”. Al di là del destino nominalistico del saggio, la ricerca e la speculazione filosofico-culturale dell’intellettuale barese non può essere decontestualizzata. Da che sinistra parte nel suo viaggio nel mondo delle idee?

Da una sinistra, quella della scuola di Bari, che provava a coniugare l’obbedienza al Partito con l’attenzione alle nuove soggettività e ai fermenti sociali emersi col ’68. Nasce da questa doppia fedeltà. 

Del Pci, Cassano rimpiangerà soprattutto il versante comunitario. Un’arena nella quale soggetti differenti crescevano insieme grazie allo scambio reciproco, alla discussione, alle feste: il bracciante e il professore universitario, il disoccupato e l’operaio, il giovane e l’anziano, la donna e l’uomo. Oggi, avvolti come siamo nell’omogamia sociale (si pensi alle “bolle” sui social), ci risulta impensabile. Contro lo spirito contestatario del tempo, egli era persuaso della necessità delle istituzioni che, come Pasolini, trovava “commoventi”. Ma era anche perfettamente cosciente della loro insufficienza, dell’incapacità di contenere quello che si muoveva nella società, della tendenza a sclerotizzarsi in riti stantii e inconcludenti. Mi raccontava spesso che alle riunioni del direttivo, nei primi anni ottanta, cominciò a collocare la sua giacca in posizione strategica sull’attaccapanni dell’anticamera, in modo da potersi allontanare con la scusa delle sigarette ed eventualmente guadagnare di soppiatto l’uscita. Ma il problema è che non fumava e dopo molti tentativi falliti (era una persona estremamente disciplinata, a dispetto del millantato spirito meridiano), un bel giorno afferrò quella giacca e fuggì dal partito senza farvi più ritorno. 

Questa oscillazione continua tra istituzione e movimento è rimasta la cifra specifica del suo stile personale e intellettuale, che ha irrorato tutte le sue opere. Diffidava di coloro che sapevano accomodarsi solo da un lato della barricata: diffidava dei portavoce della dottrina ufficiale e, in egual misura, dei profeti della libertà da ogni vincolo. 

Il suo rapporto con la sinistra storica, comunista e postcomunista e con l’Ecole barisienne?

Quella dell’école barisienne è stata una “meravigliosa stagione fallimentare” (i tifosi della Bari sanno di che cosa parlo). Una piccola brigata di giovani studiosi legati al Pci, raccolti attorno alla Maison di un editore visionario, De Donato, è riuscita a diventare in pochi anni un punto di riferimento ineludibile per il pensiero della sinistra, attirando intellettuali di primo piano da tutta Italia (penso a Rusconi, Cacciari, Saraceno ecc.). Un’esperienza molto meno strutturata di come appare in alcune ricostruzioni postume. Senza un disegno preciso, quel gruppo – capitanato da Beppe Vacca sul piano intellettuale e da Santostasi, Aresta e, infine, Mortellaro, sul piano editoriale – è riuscito a produrre una reinterpretazione originale del marxismo e, insieme, un’analisi molto acuta dei sommovimenti della società negli anni settanta. Rispetto ad altre esperienze più note (penso a quella del gruppo del Manifesto), la vicenda barese appare senza dubbio più ricca, sia sul piano del contributo intellettuale, sia per il tentativo di restare comunque dentro la cornice del partito, evitando quelle facili tentazioni scismatiche che da sempre devastano la sinistra. Un’impresa impossibile e, per questo, naufragata. 

Franco Cassano è sicuramente parte di quella storia. Ma ha sempre avuto un profilo tutto suo, irriducibile alle istanze del collettivo. In ogni caso, non se ne sentiva un protagonista, né ne era particolarmente nostalgico. Ricordo che quando ho recensito il suo ultimo libro (“Senza il vento della storia”) si è quasi risentito per il fatto che io riconnettessi quella sua riflessione alla postura intellettuale tipica dell’école. Nel Pci hanno anche provato a valorizzarlo come dirigente nei primi anni ottanta – sapevano riconoscere le persone di valore, capaci di pensare, di parlare a tutti e di fare sintesi – ma lui era già con la mente altrove. Il legame con il partito è continuato solo sul piano intellettuale all’interno del Crs (il Centro per la Riforma dello Stato), animato da Pietro Ingrao, e della rivista Democrazia e Diritto.

Dell’Urss, mi disse in una intervista sul Corriere del Mezzogiorno: “Nel 1976 andai in Urss, con una delegazione del Pci. Visitammo Mosca, Tashkent e Samarcanda, (…) La lotta contro le disuguaglianze si era trasformata nella costruzione di una classe, la nomenklatura, che aveva un potere non riconosciuto sui cittadini: era l’esito paradossale di una rivoluzione nata in nome dell’uguaglianza. Una disuguaglianza ancora più odiosa perché giustificata e occultata dalla fraseologia rivoluzionaria. Ma percepii qualcosa di più di questo paradosso A Samarcanda, c’erano moschee e minareti. Ci dissero che lì nel 1927 cinquemila donne avevano gettato il velo. Ma, nonostante cinquant’anni di rivoluzione, molte donne lo portavano ancora”.  

La critica delle perversioni rivoluzionarie è esercizio comune. Le grandi ideologie salvifiche camminano necessariamente sulle “fragili” gambe degli esseri umani. Cassano non se ne impressionava. Era invece maggiormente interessato a quel “qualcosa di più”. La donna che continua a portare il velo nonostante la palingenesi che le è stata promessa. Questo evento scardina il marxismo alla radice, la sua pretesa di fondare l’uomo nuovo, l’antropologia materialista e semplicistica, fondata sull’idea che l’uomo è felice quando può liberamente soddisfare i suoi bisogni. La religione non può essere ridotta a mero oppio dei popoli. Essa risponde ad un nostro bisogno profondo, che nessun uomo nuovo cancellerà. Il bisogno di sapere che non è tutto qui, che non tutto si risolve nel mondo. Il dolore della finitezza che ci spinge alla ricerca di qualcosa che ci trascenda. Qui si pone lo scarto che separa il pensiero di Cassano dalla sua matrice politico-intellettuale originaria. L’idea che l’uomo sfugge sempre alla “storia”, che ci sia una sete d’infinito che nessun progetto terreno può realizzare. Se non diamo il giusto riconoscimento a queste istanze, esse risorgeranno comunque e, laddove impedite, in forma perversa.

Da sinistra, quindi, non demonizzava le identità, ma riconosceva “la percezione della lunga durata delle identità nazionali, religiose, etniche, che il modernismo occidentale liberale e rivoluzionario aveva drammaticamente sottovalutato”. Le identità come strumento per “riconoscere” e accogliere, l’altro da sé? 

Esattamente. Con un’avvertenza, però. L’identità porta certo con sé un alito di persistenza che occorre riconoscere, ma in essa non vi è nulla di rigido, di ossificato. L’identità è un movimento che tiene dentro il desiderio di autonomia dell’uomo. È questo slancio che porta l’identico a proiettarsi verso l’altro. Altrimenti, avremmo solo cittadelle fortificate e l’una contro l’altra armate.

Quali i tre testi fondamentali per tracciare un primo perimetro del suo pensiero?

Mettiamola così: in “Approssimazione”, Cassano ci presenta uno specifico modo di leggere il mondo; ne “Il pensiero meridiano” costruisce il suo mondo ideale; ne “L’umiltà del male”, ci indica la via per realizzarlo. È certamente una banalizzazione, ma in questo percorso si dipanano, a mio avviso, il piano analitico, il piano normativo e il piano strategico del pensiero cassaniano. 

Gli “esercizi di esperienza dell’altro” che ritroviamo in “Approssimazione” ci suggeriscono che la realtà non esiste in sé, ma solo negli sguardi di chi la vive. Allora, la conoscenza del mondo passa dalla capacità di assumere il punto di vista di ciascuno dei suoi abitanti, di calarsi nei panni dell’altro. Cassano accompagna il lettore in questa esplorazione come un novello Virgilio, facendo sentire al maschio la superiorità della donna, al giovane la fatica e la serenità dell’anziano, all’essere umano la curiosità dell’animale. A tutti, la meraviglia del mondo.   

Nel secondo movimento, “Il pensiero meridiano”, Cassano disegna implicitamente un orizzonte sociale alternativo a quello vagheggiato dalle sirene della modernità progressista, a partire dallo sguardo sul Sud e del Sud.

Al tempo del globalismo più sfrenato, il professore barese era più a suo agio con la dizione “i Sud”?

Giusta osservazione. L’Occidente non si ritiene una civiltà come un’altra. Da una parte c’è la “sua” modernità, il resto è tutto un indistinto “Sud”, un prima e/o un non ancora della modernità.

Ma il Sud contiene civiltà molteplici e tutte diverse. Il Mediterraneo è il più straordinario crogiuolo di differenze e a partire dalla carica storico-simbolica che esso emana, Cassano trae la sua proposta politica, se così possiamo definirla: il gioco non sta più nella cattiva infinità dell’emancipazione unilineare verso un disincarnato “uomo nuovo”, bensì nella ricerca di un equilibrio sempre instabile e provvisorio tra fedeltà alla terra, alle radici, e proiezione marina, desiderio di autonomia.

Da qui anche l’elogio della “lentezza” contro “l’integralismo della corsa” generato dal capitalismo, che ritroviamo anche in un suo libro successivo, significativamente intitolato “Modernizzare stanca”. Era coniugabile questo elogio con una visione di sviluppo e di progresso?

Cassano era tutt’altro che un nostalgico dei bei tempi andati. Quella specie di distopia, oggi molto ricorrente in certi ambienti, che tende a disegnare come un eden il mondo prima della modernità, gli era del tutto estranea. Guardava con molta diffidenza, ad esempio, al progetto della “decrescita” del suo amico Serge Latouche (e spesso discutevamo animatamente di questo). Lui era sempre per gli equilibri impossibili. Riteneva che proprio dentro la modernità, dato il livello di benessere raggiunto, fosse possibile concedersi la lentezza e che la corsa al conseguimento di un PIL sempre più elevato non avesse più alcun senso. Quindi il suo elogio della lentezza era completamente calato dentro la traiettoria della modernità, sebbene liberata dal feticcio del “progresso per il progresso”. Nessun desiderio di ritorno al passato. 

Lo Spirito del tempo, però, andava in un’altra direzione…

Era il suo principale cruccio negli ultimi anni. Il suo libro di maggior successo veniva come falsificato dalla storia. Per questo aveva un rapporto problematico con quell’opera. Innanzi tutto, non sopportava questo fermo-immagine sulla sua traiettoria intellettuale. Non voleva essere identificato immediatamente come il padre del pensiero meridiano, una specie di santino, come se non avesse scritto nient’altro, come se il suo pensiero non avesse un prima e non fosse andato avanti ad esplorare anche le criticità di quella proposta. In secondo luogo, vedeva benissimo che la storia era andata in tutt’altra direzione rispetto a quella da lui auspicata. Non si fece incantare nemmeno dalle primavere arabe, che pure testimoniavano un risveglio dei popoli mediterranei. Vi vedeva piuttosto l’espressione dell’egemonia che l’Occidente delle libertà individuali riusciva ad esercitare sulle masse dei giovani nord-africani, frustrati da una condizione socio-economica incongrua rispetto all’immaginario della società dei consumi. Il fallimento delle primavere e l’avvento dei conflitti armati (vedi la Libia), delle nuove dittature (vedi l’Egitto), nonché le persistenti crisi economiche e politiche anche nei paesi più promettenti (vedi la Tunisia), sono risultate le pietre tombali di ogni speranza meridiana. Difficile, in queste condizioni, vedere nel Mediterraneo il laboratorio di un mondo nuovo e più a misura d’uomo.   

Personalmente, ho sempre pensato che, sul punto, Cassano fosse molto ingeneroso con se stesso. Dopotutto, egli non ha mai rappresentato il Mediterraneo come una cartolina variopinta, un luogo di pace e armonia. Questa era la caricatura irenistica che altri facevano del suo pensiero. Aveva ben presente dall’inizio la problematicità del suo riferimento al Mediterraneo. Insisto su questo: la sua non era la descrizione di una realtà già esistente e disponibile. Era invece una proposta politica, che in quanto tale andava presa in carico, promossa, realizzata. Non poteva farlo lui, che aveva già fatto abbastanza pensandola. Avremmo dovuto farlo noi. Avrebbero dovuto farlo quelli che lo hanno amato. Ma il problema è che, a livello politico, “Il pensiero meridiano” è stato più volentieri considerato come una specie di manuale di marketing territoriale. 

E arriviamo al terzo movimento: “L’umiltà del male”. Un saggio che fece molto discutere: censurava il narcisismo e la superiorità morale di certi ambienti progressisti. Aveva però un messaggio universale, che inchiodava la politica alla responsabilità dell’ascolto.

Per quanto mi riguarda, è il libro più bello, più tragico e più incompreso di Cassano. 

Sì, certo, l’obiettivo polemico immediato era il versante, diciamo così, “azionista” del progressismo. Quello che interpretava l’attività politica come il mero sfoggio di virtù civiche e morali, che esigevano per essere coltivate un’enorme forza culturale, politica, sociale ed economica appannaggio esclusivo di una ristretta élite. Questa forma di “aristocratismo etico”, secondo Cassano, scava un fossato sempre più profondo tra gli autonominati “migliori” e il popolo, abbandonato alle grinfie di coloro che mirano solo a dominarlo, facendo finta di accogliere le sue fragilità e di indulgervi. 

Credo che le interpretazioni più diffuse di quel libro siano in larga parte fuori fuoco. Spesso per motivi opposti. O troppo schiacciate sull’attualità politica (la polemica contro la sinistra di Repubblica, dei Rodotà e degli Zagrebelsky) o troppo dilatate verso i massimi sistemi (l’eterna lotta tra il bene e il male). Come ho già anticipato, invece, “L’umiltà del male” è una specie di trattato sull’egemonia. Cassano si chiede semplicemente (si fa per dire) come fare a realizzare un’idea di bene e di giustizia. A calarla nel mondo. E la sua risposta è scabrosa, indigeribile. Questo ne ha decretato, a mio avviso, la distorta ricezione. Di fatto, la tesi di Cassano va a scardinare uno dei principali articoli di fede del marxismo, prima che della sinistra. L’idea provvidenzialista secondo il cui il “bene” (o comunque lo si voglia chiamare: il socialismo, il comunismo, la liberazione, l’uomo nuovo ecc.) si ottiene semplicemente indulgendo alla “pancia” delle persone. Obbedendo ai loro bisogni e desideri. Quindi, favorendo una sorta di scatenamento generale. Questa idea è molto più diffusa di quanto non si pensi: informa l’intero campo della sinistra (radicale e moderata) e anche quello della destra liberale. Cassano evidenzia invece che il bene non si trova in natura. Che esso esige un enorme sforzo di auto-trascendimento, di messa tra parentesi degli impulsi. Non basta enunciarlo. Se coloro che detengono un’idea di bene non si sforzano costantemente di riconnetterla al vissuto delle persone, questa rimane una pura astrazione, coltivata come un vezzo solo da chi in virtù della propria forza socio-economica può permetterselo. Occorre quindi pedagogia, organizzazione, lotta. Tutte cose che nell’era della disintermediazione appaiono indigeribili.

Nella parte finale della sua produzione, ritiene che l’Ue possa temperare gli eccessi del turbocapitalismo. A cosa si riferiva?

Si riferiva al modello sociale che, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, i paesi europei avevano messo in piedi, coniugando il capitalismo con la difesa dei diritti politici, civili e soprattutto sociali delle persone. Lui era convinto che l’Ue potesse mantenere memoria di quel modello e preservarlo, contro una furia neoliberista che invece sacrificava anche le conquiste sociali sull’altare del mercato. Penso, però, che al di là delle dichiarazioni pubbliche, in qualche modo necessitate anche dal suo nuovo ruolo di parlamentare, egli covasse un certo scetticismo nei confronti dell’Ue (che io, nel mio piccolo, cercavo di fomentare durante le nostre discussioni). Innanzi tutto, era profondamente deluso dal sostanziale voltafaccia dell’Ue nei confronti del Mediterraneo. Il partenariato – già ampiamente insoddisfacente – avviato a Barcellona nel 1995 aveva prodotto un sostanziale nulla di fatto. Poi era molto preoccupato sul destino dell’Europa. Vedeva questo continente come un vaso di coccio tra potenze regionali che, invece, mostravano un dinamismo, un’aggressività, una forza politica a cui l’Ue non era in grado di rispondere (data anche la sua debole strutturazione politica) e le cui fondamenta democratiche erano (e sono) alquanto discutibili. Negli ultimi tempi divorava libri di politica internazionale. Intere pile di volumi dedicati alla Cina, alla Russia, all’Africa, all’America. Erano questi i temi che lo interpellavano di più. Sentiva che “il vento della storia” non aveva abbandonato soltanto la sinistra, ma anche l’Ue.  

Il Pd candidando come capolista alla Camera Franco Cassano nel 2013 provò – al netto di una certa strumentalità nell’indicazione di Pierluigi Bersani – a riconoscere la centralità del ruolo dell’intellettuale nel partito politico e nella sua rappresentanza parlamentare. Come visse l’esperienza a Montecitorio?

Malissimo. Quella candidatura è arrivata troppo tardi. Una sorta di onorificenza postuma non solo per la sua attività intellettuale, ma soprattutto per l’impegno politico attivo profuso prima e durante la primavera pugliese. Mi sono pentito di essere stato tra coloro che più lo hanno spinto ad accettare la candidatura. Personalmente, credevo molto nel progetto bersaniano di recupero della centralità del partito (e avevo dato anche il mio contributo). Cassano, invece, era ben più scettico. Sentiva che il vento non soffiava nella giusta direzione. Anche durante la campagna elettorale, mi sembrava recitasse il suo ruolo più per dovere che per convinzione. Lui aveva previsto lucidamente che, chiuso dentro le commissioni parlamentari, si sarebbe sentito un pesce fuor d’acqua. Io, invece, provavo a convincerlo che avrebbe potuto interpretare il ruolo di parlamentare diversamente. All’antica, diciamo così. Girando l’Italia e soprattutto il Sud per raccogliere le istanze della società e contemporaneamente diventare bandiera di un discorso nuovo sul Mezzogiorno e sul Mediterraneo. Pure fantasie. Per far questo avrebbe dovuto beneficiare del supporto di un vero e proprio “partito”. Ma, invece, c’era il Pd. L’avvento di Renzi ha fatto il resto. In realtà, pur essendo il rignanese lontanissimo dalla sua sensibilità politica e culturale, Cassano ci vedeva comunque un alito di novità rispetto all’impianto bersaniano, nobile ma irrimediabilmente scaduto. Decise, dunque, di scommetterci. Ma il prezzo che ha pagato è stato altissimo. Soprattutto perché questa scelta gli alienò la sua comunità di riferimento. “Senza il vento della storia”, l’ultimo libro, fu accolto come un’esaltazione del renzismo. La presentazione alla libreria Laterza fu per lui un’esperienza traumatica. Un pubblico processo, più che una discussione sui temi del libro. In quel frangente, si sentì abbandonato anche da noi, dalle persone a lui più vicine, che non lo difesero. Io pensavo di potermi permettere di criticarlo, poiché l’avevo sempre fatto, anche quando tutti l’osannavano. Ma non riuscii a capire che dentro quella cornice, ogni cosa cambiava di senso. 

Sono convinto che l’insorgere della malattia abbia avuto molto a che fare con quegli anni infelici a Roma.

Cosa resta di Cassano: i suoi libri, una scuola di pensiero, una comunità intellettuale educata ad un pensiero critico meridiano?

Le sue opere e basta. E direi che non è poco. 

Un grande Maestro senza allievi. Questo è stato Cassano. Scuole di pensiero men che meno. Occorre un requisito fondamentale per fondare una comunità di allievi: saper gestire il potere. Una capacità che a Cassano mancava del tutto. Meglio così, comunque. Non c’è niente di più patetico dei “piccoli cloni del maestro” che mi è capitato di vedere in giro per le Università di tutto il mondo. Se c’è una caratteristica comune a quelli che davvero possono dirsi allievi di Cassano è che non si somigliano tra loro e, soprattutto, non assomigliano al maestro. “Ci ha costretti alla libertà”, come ha detto recentemente Pasquale Serra. 

Ma la verità è che noi non siamo stati in grado di compiere quella funzione necessaria che spetta agli allievi: banalizzare la parola del Maestro. Portarla a terra, affinché possa irrorare il mondo. Se il pensiero meridiano non è diventato un progetto politico è perché noi non siamo stati capaci di declinarlo in tal senso. Non siamo stati all’altezza del suo pensiero. Questo è il mio più grande rammarico e ne trarrò le conseguenze.

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