Perché siamo ciechi di fronte all’Apocalisse?

di Max Civino

“Secondo me non siamo diventati ciechi secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”

Cecità – Jose Saramago


Tutti possediamo una certa consapevolezza delle straordinarie realizzazioni della tecnica moderna, dietro le quali sta ovviamente la scienza ed il suo sapere.

Le nostre vite vengono continuamente plasmate dai rapidi successi delle incessanti innovazioni tecnologiche; dunque, non resterebbe che riporre la fiducia nel sapere tecnico e scientifico per la risoluzione di tutti i problemi.

L’imbarazzo dell’uomo moderno ad ammettere un eventuale limite od una possibile contraddittorietà della scienza e del suo metodo ha una certa analogia con il sentimento di assurdità che un fedele proverebbe di fronte all’asserzione provocatoria di un Dio che sia ingiusto e cattivo.

Questa riduzione di ogni aspetto dell’uomo e della natura ad oggettività scientificamente accessibile, comporta la convinzione diffusa che la scienza sia fondamentalmente un campo neutrale, ovvero che essa seguirebbe il bene degli individui se dei malvagi corrotti, spesso assimilati alla classe dirigente, non la deviassero dai suoi autentici e nobili obbiettivi.

Così nella recente commedia apocalittica di stampo hollywoodiano, dal titolo “Dont look up”, viene messa in scena la realtà grottesca di un mondo nel quale si schierano l’un contro l’altro armati la scienza da una parte e la classe dominante dall’altra, quest’ultima rappresentata dalla complicità tra il potere politico e quello delle élites tecno-finanziarie. 

In breve, due modesti scienziati scoprono una cometa di dimensioni considerevoli che impiegherà solo qualche mese per schiantarsi sulla Terra estinguendo ogni specie vivente. Dal presidente degli Stati Uniti, passando per i media, fino alle masse ignoranti, la notizia dell’imminente Apocalisse viene sostanzialmente inascoltata. Il metodo scientifico è messo in crisi da un’opinione pubblica cieca, progressivamente accompagnata verso posizioni negazioniste, complottiste ed antiscientifiche.

In molti hanno letto questo film-evento come una metafora tragicomica del nostro presente.

Come non riscontrare in quella satira la denuncia contro il negazionismo passivo sulla crisi ambientale da parte di chi ci governa, ovvero il diffuso oltranzismo negazionista sulla pandemia di una parte significativa della società?

Ma questa contrapposizione tra scienza e potere politico, tra scienziati illuminati e masse incolte, tra sapere scientifico e sete di denaro dell’élites economiche e finanziarie, non puzza forse troppo di ideologia? In questo modo non si rischia di capovolgere, come in una camera oscura, i rapporti tra le parti in causa?

È bene innanzitutto ricordare quanto il sapere scientifico moderno, che si è affermato solo da qualche secolo, cammini sulle gambe del capitale. La borghesia è stata infatti la prima classe nella storia a sottomettere il processo produttivo, nella sua interezza, alle crescenti conoscenze scientifiche, al fine di espandere continuamente la capacità produttiva.

Prima che il problema del cambiamento climatico fosse raffigurato come un tradimento da parte delle classi dominanti nei confronti del mondo scientifico (vedi ad esempio il discorso di Greta Thunberg alle Nazioni Unite), così scriveva nel 1971 Barry Commoner (ben cinquant’anni fa!):

“La connessione cruciale  fra inquinamento e profitto risulta essere la tecnologia moderna, che è al tempo stesso la sorgente principale sia degli incrementi di produttività – e quindi del profitto – sia dell’assalto all’ambiente. Spinta da una tendenza intrinseca a massimizzare il profitto, l’impresa privata si è impadronita di quelle innovazioni tecnologiche di massa che permettono di soddisfare questo bisogno, generalmente incurante del fatto che queste innovazioni sono spesso anche strumenti di distruzione ambientale.” (The Closing Circle)

Altresì, circa un secolo e mezzo fa, il buon vecchio Marx prevedeva che 

“soltanto quando la grande industria ha raggiunto un livello più alto e tutte le scienze sono catturate al servizio del capitale, allora l’invenzione diventa un’attività economica e l’applicazione della scienza alla produzione immediata un criterio determinante e sollecitante per la produzione stessa”.

Il sapere scientifico moderno dunque, lungi dall’avere una validità autonoma rispetto al contesto storico e sociale, ha una validità legata a doppio filo con i rapporti di produzione in cui è sorto e si è venuto ad affermare.

Questo è tanto più manifesto quando si guarda ai miti, mutuati dal capitale, che la scienza stessa continuamente ci offre: l’assolutizzazione del suo sapere, l’illusione dell’onniscienza e dell’onnipotenza, l’illusione del dominio ed infine la fede nel progresso.

Si assiste così, scrive Jaspers, al paradosso di un mondo che, demagicizzato dalla scienza, subentrata alla vecchia magia, è di nuovo rimagicizzato in forme diverse, perché rivestite dalle vesti della scienza, ma sempre riconducibili all’essenza del magico”.

Che si tratti di una catastrofe ambientale o dell’impatto di una cometa, perché dunque sorprenderci se siamo ciechi di fronte all’Apocalisse? Il mito della fede nel progresso automatico nella storia non ci ha forse tolto la capacità di prendere in considerazione una “fine”?

Come ricorda Günther Anders, “propria della mentalità del progresso è un’idea specialissima di “eternità’”, cioè l’idea dell’ininterrotto miglioramento del mondo; e anche uno specialissimo difetto, cioè l’incapacità di concepire una fine”.(L’uomo è antiquato)

Il riconoscimento del carattere non assoluto del sapere scientifico, cioè l’accettazione della sua piena validità umana, e quindi finita, può certamente portare a forme di scetticismo regressivo e antiscientifico.  Ma potrebbe anche permettere di aprire, senza falsi miti, una discussione costruttiva sul valore della scienza e della sua funzione storica.

Ma in tutto questo, c’è un altro aspetto che più mi inquieta e che fa riflettere. 

Tornando alla trama del film, quando oramai si avvicina la certezza che la cometa impatterà la Terra, la contrapposizione delle fazioni in lotta si riduce fondamentalmente a due prospettive, entrambe supportate da soluzioni tecnico-scientifiche: la prima è quella sostenuta dall’establishment politico e dagli interessi economici, che vorrebbero trarre profitto smembrando la cometa attraverso sofisticati marchingegni spaziali, in modo da consentire l’estrazione e l’appropriazione di preziosi minerali; la seconda soluzione è quella sostenuta dagli scienziati, che vorrebbero inviare missili nucleari al fine di avere maggiore probabilità di deviare la direzione della cometa e salvare il pianeta.

Due prospettive apparentemente opposte che si fondano a mio avviso su uno stesso mito, quello dell’eterno presente in cui scompare qualsiasi prospettiva di cambiamento o progetto di società.  

Quando si è ciechi di fronte al mondo in cui si vive ed alle sue contraddizioni, osservare nel cielo la cometa che si avvicina (“Just Look Up” esortano nel film gli scienziati) o evitare di guardarla (“Don’t look up” incitano invece le classi dirigenti) non cambia nulla nella coscienza degli uomini e delle donne al fine di costruire un mondo nuovo che superi quelle contraddizioni.

La tragicità dell’esistenza umana, del suo essere finito, della sua condizione mortale, credo sia ben rappresentata dal mito di Sisifo, costretto a scendere di nuovo a valle dopo aver eroicamente spinto il masso dalla base alla cima della montagna.

In realtà, è il momento in cui la pietra cade che Sisifo rivela tutta la sua forza ed umanità, poiché prendendo consapevolezza della sua condizione tragica, si appropria del suo destino e scende a valle nuovamente accettando il suo tormento che non avrà mai fine.

Nell’Apocalisse, catastrofe e rivelazione si combinano per annunciare l’avvento di un nuovo inizio.

Di fronte alla prospettiva di salvezza da una catastrofe, offerta dalla scienza, che siano i vaccini per una pandemia o le più sofisticate tecnologie per deviare una cometa, a me interessa la sfida del nuovo inizio, con tutta la problematicità e la fatica di chi accetta la propria finitezza e condizione tragica di essere umano.

Io credo che soltanto con questa consapevolezza possiamo sperare in un mondo nuovo nel quale il risultato di tutte le nostre scoperte e del nostro progresso non riduca l’esistenza umana a forza materiale. Un mondo nel quale il fine di un uomo diventi un altro uomo.

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