Tutti gli articoli di Antonello Mastantuoni

Perle, 3. L’anello

Ad Efeso, sconfitto Nestorio, prevalsero le tesi di Cirillo, gran persecutore di ebrei e pagani, distruttore del Serapeo di Alessandria e della sua biblioteca, assassino di Ipazia e padre della Chiesa. Fu così definitivamente stabilita l’indissolubilità della natura umana e divina di Cristo e furono così create le premesse per accese e secolari discussioni intorno alla natura e al destino di ciò che dal corpo divino del Figlio era stato espulso o scartato, cosa che che provocò, com’è facile immaginare, non pochi imbarazzi in seno alla Chiesa. Il Santissimo Prepuzio di Nostro Signore in particolare – di cui un migliaio di anni dopo si arrivarono a contare così tanti esemplari da indurre Giovanni Calvino a interrogarsi sulle dimensioni del membro da cui provenivano – fu per secoli reliquia straordinariamente ambita e di grande venerazione per via dalle immaginabili proprietà che le venivano attribuite, fino a quando non fu derubricata a “curiosità irriverente” dal Concilio Vaticano II.

Prima di arrivare a questa conclusione uno dei tentativi più brillanti di alleviare gli imbarazzi ecclesiali fu quello di Leone Allacci, custode della Biblioteca Vaticana che, conformemente alla convinzione secondo cui tutto ciò che Cristo aveva lasciato sulla Terra doveva necessariamente essere ascesa al Cielo al momento della Resurrezione, propose la teoria secondo cui il lacerto di pelle era anch’esso salito oltre le nuvole e poi ancora più su nello spazio fino all’estremo Saturno, ma raggiuntolo, frenato verosimilmente dalla sua natura di vestigia di cerimonia ebraica, non aveva potuto andare oltre e ne era così diventato quell’anello che solo pochi decenni prima era stato scoperto da Galileo.

Pensieri oziosi. 11

Le strabilianti simmetrie di Molinari, ovvero come Repubblica immagina l’Italia post-coronavirus.

Domenica. Prima pagina di Repubblica: in taglio alto, sotto l’apertura sul progetto di Del Vecchio di riportare Mediobanca a essere il “salotto buono” della finanza (progetto che merita anche le successive due pagine traboccanti di elogi e soddisfazione), singolare accostamento fra i riot americani e un centinaio di folcloristici manifestanti nostrani che, in arancione, mentre invocano il diritto a non portare la mascherina vengono definiti “negazionisti di destra” (come a dire: “ce ne sono anche a sinistra”). A completare il pastone narrativo il catenaccio: “Intervista a Bonomi: la politica fa peggio del virus”.
Le ragioni della prima pagina trovano spiegazione nella tesi esposta nell’editoriale: la crisi economica generata dall’epidemia porterà inevitabilmente scontento sociale e con quello violenza, la rabbia per la morte di George Floyd è stata solo il fattore scatenante e la violenza rischia di esplodere in tutto l’Occidente. A sostegno della tesi viene, a pagina 8, reclutato anche uno smarrito Marc Lazar che alla domanda “ci potrebbero essere violenze anche nelle banlieue parigine?” non può non rispondere “non si può escludere”. Ergo, di fronte ai rischi simmetrici e contrapposti del sovranismo bianco e del nazionalismo nero e degli “analoghi” fenomeni europei, serve far ripartire l’economia. E i sindacati la smettano con le loro rivendicazioni e basta anche con questo governo che vuole destinare troppi soldi ai bisogni sociali invece che finanziare le imprese. Landini ha commentato: “vogliono far tornare l’Italia indietro di vent’anni”. Forse qualcosa in più.

(Oggi il sondaggio di Ilvo Diamanti certifica che “L’emergenza giustifica uno stop alla democrazia per 4 italiani su dieci”: nel testo si parla dell’emergenza coronavirus, ma il contesto è “l’onda nera” cioè la manifestazione organizzata dalla destra per il 2 giugno.)

Pensieri oziosi . 10

(Dove si scrive di Giorgio Armani e della sacralità della vacca)

Quando la vacca sia diventata sacra in India nessuno sa dirlo con precisione. Quello che con certezza sappiamo è che i conquistatori ariani e i loro bramini (la loro casta sacerdotale) hanno macellato bovini e qualunque altro animale divorandoli con gran gusto per almeno un millennio.
Poi, più o meno all’inizio del VI secolo a.C., le classi dominanti ariane si convertirono al vegetarianesimo: sotto la pressione di nuove religioni riformatrici (Buddhismo e Giainismo) anche i ricchi indù rinunciarono alla carne: non avevano altra scelta se volevano conservare il potere e non essere sopraffatti dalle proteste e dalle rivolte dei ceti più poveri : l’allevamento intensivo aveva provocato una catastrofe ecologica e non era più sostenibile (cfr.: Marvin Harris, “Cannibali e re”).
Qualche giorno fa Giorgio Armani ha denunciato l’immoralità del sistema moda: “Non ha senso che una mia giacca, o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane, diventino immediatamente obsoleti, e vengano sostituiti da merce nuova, che non è poi troppo diversa da quella che l’ha preceduta (…) Basta con le sfilate in tutto il mondo, fatte tramite i viaggi che inquinano. Basta con gli sprechi di denaro per gli show, sono solo pennellate di smalto apposte sopra il nulla. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana…”

A volte penso che i rapporti fra struttura e sovrastruttura siano noiosamente ripetitivi.

Pensieri oziosi. 9

L’anno scorso circa un milione e trecentocinquantamila persone sono morte in incidenti stradali, in media 3.700 al giorno. ( https://www.asirt.org/safe-travel/road-safety-facts/ ) Per capire l’enormità della cifra: la totalità dei morti dal 2001 al 2019, mettendo insieme tutti i conflitti post 11 settembre in tutti i paesi coinvolti (Afganistan, Pakistan, Siria, Yemen, ecc.), non risultano aver superato gli ottocentomila in totale. (https://watson.brown.edu/costsofwar/files/cow/imce/papers/2019/Direct%20War%20Deaths%20COW%20Estimate%20November%2013%202019%20FINAL.pdf ).
Gli incidenti stradali provocano anche decine di milioni di feriti, sono la principale causa di morte tra i giovani di età compresa tra 5 e 29 anni e quelli di età compresa tra 15 e 44 anni rappresentano oltre la metà di tutti i decessi. Ma più del 90% di tutti gli incidenti stradali si verificano nei paesi a basso e medio reddito quindi, immagino, la cosa ci riguardi poco, non più dei profughi siriani o degli schiavi nei campi di pomodori.

Qual è la principale funzione delle automobili? Decorare le nostre strade e le nostre piazze, visto che passano più del 90% della loro vita senza essere utilizzate (l’utilizzo medio dell’auto in Italia è di 90 minuti al giorno). E qual è la loro principale funzione quando finalmente sono in moto? Produrre calore: è così, infatti che finisce più del 90% del combustibile che consumano (un motore trasforma in energia utile dal 30 al 40% del calore prodotto nella combustione, ma bisogna aggiungere la perdita dovuta all’attrito dell’aria e delle gomme sull’asfalto: se siete interessati ad approfondire l’argomento vi suggerisco “Entropia” di Jeremy Rifkin ). Un’auto a benzina raggiunge un rendimento del 28%, in un diesel si arriva al 38%. Ma questo solo nel migliore dei casi, cioè a velocità costante. Nell’uso tipico di città il rendimento di un benzina scende al 14-16% e di un diesel al 21-22%. Insomma il 90% dell’energia è consumata da un’automobile per spostare se stessa. E come viene utilizzato quel residuo 10% di energia disponibile? Al 90% percorrendo tratti di strada di lunghezza inferiore al chilometro con tempi di percorrenza superiori a quelli che si ottengono in bicicletta (e, a volte, addirittura a piedi calcolando il tempo che occorre per trovare un parcheggio). Le cifre sono implacabili: l’automobile è nella stragrande maggioranza dei casi una risposta stupida alla domanda di trasporto individuale che, a sua volta, è una frazione molto piccola della domanda generale di trasporto.
Ma in Italia dà lavoro, compreso l’indotto, a 350.000 persone. E quindi il prestito a garanzia statale di 6,3 mld chiesto da FCA come sostiene Elkann porta benefici al settore e quindi al Paese.

Pensieri oziosi. 8

Siamo passati dalle “Regole del mercato” al “Mercato delle regole”, faceva notare Guido Rossi nel 2006 (poco prima della Catastrofe): dagli Stati che impongono regole alle multinazionali che vogliono operare nel loro territorio alle multinazionali che scelgono in quale paese vogliono operare in base alle regole fiscali che vi trovano applicate. Dare o non dare i 6,3 miliardi di euro alla FCA? Risposta prevalente: ma certo che sì, non è colpa degli Agnelli se in Italia si pagano troppe tasse! “Quei soldi servono a pagare gli stipendi degli operai! È una discussione da salotto!” sostiene Bentivogli. Chiusa dunque la faccenda e tutti d’accordo con pochi e sottili distinguo, resta nell’ombra il maxi dividendo da 5,5 miliardi che FCA distribuirà l’anno prossimo ai suoi soci. Ma come? Quei soldi non dovevano servire per pagare gli operai? “Ma no!” dicono da FCA la natura di quei soldi è un’altra: è zavorra di cui liberarsi per poter andare da pari alla fusione con PSA. “Sterco del diavolo” il denaro, diceva San Francesco . Certo è che il diavolo sembra divertirsi molto.

Pensieri oziosi. 7

Quarto editoriale di Maurizio Molinari dacché è stato insediato alla direzione di Repubblica.

Riassunto. Gli Stati sono diventati “fragili”. Se prima il fenomeno si manifestava fra i paesi più poveri, oggi coinvolge anche le “democrazie industriali” colpite come sono state dal Covid 19. Se prima questa “fragilità” si manifestava nella forma di crisi sociali interne, conflitti internazionali, ecc., oggi la pandemia è la causa di tensioni fra le “democrazie industriali” da un lato e Cina e Russia dall’altro. Ora, siccome nel dicembre scorso il Congresso americano ha votato all’unanimità il Global Fragility Act il cui scopo era quello di inviare significative risorse nei paesi poveri per cercare di rendere quegli Stati meno “fragili”, ma questo era accaduto prima della pandemia, e prima che anche le “democrazie industriali” si rivelassero anch’esse “fragili”, quei soldi teniamoli qui, che ci servono.

Commento. Nessuno, non ce n’è bisogno.

Pensieri oziosi. 6 (Il 1° maggio secondo Molinari)

Sunto del secondo editoriale di Maurizio Molinari da direttore di Repubblica.
Dopo la strage del 25 marzo 1911 (quella del Triangle Shirtwaist Factory che viene ricordata con la Giornata della donna) è iniziata una fase di “dominio della consapevolezza” che ha portato la società democratica a superare le brutalità della rivoluzione industriale e a costruire – in una sola generazione! – quelle “protezioni sociali, che pure nelle loro imperfezioni, definiscono lo Stato di Diritto”. Oggi però purtroppo, mentre la rivoluzione industriale volge al termine ed è in atto un “delicato” processo di trasformazione dovuta alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale, un virus crudele rende questo processo ancor più drammatico creando disoccupazione e discriminazione. Ma abbiate fiducia: la società democratica trionferà ancora una volta grazie alla stessa determinazione con cui Rose Freedman, sopravvissuta all’incendio che viene ricordato l’8 marzo, si batté fino all’età di 107 anni perché quella tragedia non fosse dimenticata.

Commento. Cancellato ogni seppur vago accenno alla lotta di classe, ridotta così la società a una sola e indistinta classe media (target di riferimento della nuova direzione di Repubblica), innominato il Capitalismo che da modo di produzione diventa sinonimo di Democrazia, la Storia finisce per essere un campo fiorito da percorrere con fiducia nonostante qualche occasionale e inevitabile merda di vacca. 

Pensieri oziosi. 5

Sunto del primo editoriale di Maurizio Molinari da nuovo direttore di Repubblica (lo trovate su internet): il punto di riferimento di questo giornale sarà la classe media già impoverita dalla rivoluzione digitale e che dopo il coronavirus vedrà calare ancora e chissà per quanto i suoi livelli di consumo. Bisognerà, che sennò si butta a destra!, darle nuove forme di garanzia sociale e fare qualcosa per tirarla su perché la povertà è soprattutto uno stato mentale. (Nuove serie televisive, mi vedo costretto ad immaginare) .

Pensieri oziosi. 4

Intervistato da Daniele Cerrato (TGR Leonardo, puntata di oggi 21 aprile) Piero di Lorenzo dell’IRBM di Pomezia ha sostenuto che, quando sarà pronto, il vaccino per il COVID-19 non potrà essere prodotto in più di 200 milioni di dosi all’anno: è questa la capacità produttiva mondiale.
Solo per vaccinare gli abitanti dell’Europa ci vorranno più di 3 anni.
Non sarà il vaccino dunque a consentirci di tornare alla “normalità”.
Devo supporre che tutte le nostre speranze di tornare alla “vita di prima” (che nonostante il riscaldamento globale, i roghi in ogni parte del globo, le guerre, i profughi, gli sbarchi, lo sfruttamento para-schiavistico della forza lavoro ormai costitutiva delle realtà produttiva anche nel civilizzato Occidente, ecc. ecc., abbiamo scoperto di amare più di ogni altra cosa) si riverseranno a questo punto su app, microchip e sistemi di tracciamento; immagino anche che, come suggeriscono già eminenti architetti e urbanisti, le città e i luoghi pubblici dovranno essere ridisegnati; perfino gli appartamenti dovranno esserlo (per chi potrà permetterselo, naturalmente), non foss’altro per rendere minimamente agevoli smartworking e lezioni a distanza che resteranno a tempo indeterminato. E immagino di dover considerare tutto questo un prezzo ragionevole da pagare per tornare felice alla vita di prima.

Pensieri oziosi. 3

Grande è l’abbondanza di ipotesi su come sarà la vita dopo il coronavirus che circolano in rete. Basta impostare la ricerca “il modo dopo il coronavirus” e ci ritrova sommersi da futuri possibili che però si assomigliano tutti: inevitabile una “nuova normalità”, inevitabile mantenere le “distanze sociali” (ci sarà un doppio senso?), inevitabile il telelavoro di massa, inevitabili separatori in ristoranti e mense, inevitabili le misure di controllo rese possibili dal 5G, ecc. Ipotesi, certo, ma formulate, si suggerisce, sulla base di necessità tecnica e conclamata.
Ma:
1. La Tecnica non riflette su se stessa: se lo facesse sarebbe Filosofia o Storia o Politica o Psicologia, ecc. (A scanso di equivoci: ovviamente un tecnico può senz’altro riflettere su quello che fa, ma in quel caso si ritrova nel campo della Politica o della Filosofia, ecc.)
2. La Tecnica non decide dove andare: ti ci porta. (Es.: non fu la Tecnica a decidere lo sbarco sulla Luna, fu John F. Kennedy., e quando Einstein e Szilárd scrissero a Roosevelt agirono da politici, o da scienziati preoccupati che è la stessa cosa.)

E allora, se uscendo dalla crisi ci ritroveremo in un mondo diverso, che però, vedi sopra, è già bell’è definito, a cosa va attribuito questo carattere di inevitabile cogenza?
Il gruppo di consulenti nominati dal Governo ha il compito di indicare il modo di uscire dalla crisi, cosa che comporta la definizione di modalità di funzionamento di un mondo che non può che essere pensato sulla base delle possibilità offerte dalla Tecnica. Scambiare il possibile per inevitabile viene giustamente definito “fare ciò che è tecnicamente possibile”.
Dunque la Politica si affida alla Tecnica, ma la Tecnica può solo restare nell’ambito di un immaginario definito da se stessa, il risultato è una profezia che si auto-avvera. O, se preferite, al “non sappiamo che cosa stiamo facendo, ma lo facciamo lo stesso”.