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FUGA PER LA SCONFITTA

La sinistra, lo stato e l’organizzazione del potere

di Gianni Porta

La crisi generata dalla pandemia Covid19 rappresenterebbe un’occasione utile per riflettere sulla crisi più generale del sistema non solo sanitario ma anche del sistema di idee e di certezze consolidate. La diffusione del contagio, prima, e la gestione della campagna vaccinale, poi, hanno evidenziato i limiti degli apparati statali e mutato abitudini ritenute immodificabili. Ritrovarsi inermi di fronte a un’emergenza dovrebbe indurci a interrogare anche la normalità del “prima” della crisi per indagarne le linee di debolezza poi disvelatesi nella crisi pandemica.

Questo tipo di riflessione sarebbe utile anche per la sinistra occidentale, in particolar modo italiana, al fine di ragionare sulla sua efficacia nel recente passato e soprattutto nel futuro. E quando parliamo di sinistra ci riferiamo prioritariamente non alla sinistra che ha governato e gestito in alcune fasi le leve istituzionali in linea con i fondamentali previsti dal “Washington Consensus”, quanto allo spettro variegato della sinistra che a queste esperienze di governo si è opposta, manifestando contrarietà verso tali fondamentali e che per comodità possiamo nominare sinistra anticapitalistica o alternativa all’ordine esistente. 

Una sinistra, la cui deriva antistatalista ultraventennale non sembra conoscere né inversioni di tendenza né timidi rallentamenti. Una deriva che negli ultimi decenni è stata incarnata da movimenti orizzontalisti, antigerarchici, volatili, contraddistinti da single issues e caratterizzati da assenza di “spirito statale” per dirla con Gramsci. Una sinistra che ancora oggi ripropone strategie di erosione del capitalismo che fanno leva, in definitiva, sulle «forme di resistenza da parte delle collettività organizzate – i movimenti sociali e i sindacati soprattutto, ma anche le organizzazioni della comunità e talvolta anche le Ong», in un continuo e altalenante andirivieni tra cosmopolitismo borghese ed internazionalismo esotico-affettivo magari per la piccola Cuba, senza provare a indagare oltre oppure cimentandosi con alcuni nessi fondamentali come quello dello Stato e del potere statuale.

Eppure con la diffusione della pandemia il tema dell’intervento dello stato ha riacquistato centralità sia nel reclamare la sua mano benefica sia nel criticare il suo ruolo inefficace. Ma anche in tale scenario la sinistra italiana continua imperterrita con il copione degli ultimi vent’anni di suggestioni “orizzontaliste”, reclamando l’esigibilità di diritti e chiamando in causa i temi della democrazia in rete e quello dei “beni comuni”, il tutto quasi sempre con un mitico richiamo all’azione politica “dal basso”, il tutto in «un’ostinata, commovente apologia dell’ideale moderno, nella sua declinazione immanentista. Tutto il bene viene dal basso, from below, ossia dalla dimensione orizzontale. Tutto il male è nell’istituzione, nel potere, nella sovranità, in ogni forma di verticalismo che non sia la neutra applicazione tecnica del dirittoad opera di celesti giudici globali».

Si tratta di quella sinistra “radicale”, scriveva Losurdo, secondo cui

nel mondo di oggi a una borghesia sostanzialmente unificata a livello planetario si contrapporrebbe una «moltitudine» essa stessa unificata dal dileguare delle barriere statali e nazionali; obsoleta sarebbe divenuta la questione nazionale e coloniale e sostanzialmente privo di senso sarebbe preoccuparsi per i pericoli di guerra tra Stati e nazioni ormai di fatto scomparsi. […] il problema reale è di «cambiare il mondo senza prendere il potere» (Holloway, 2004)! E come appaiono meschine, retrospettivamente, le grandi lotte che i popoli coloniali, le classi subalterne, le donne hanno condotto al fine di cancellare le tre grandi discriminazioni (razziale, censitaria e sessuale) che escludevano questi tre gruppi dal godimento dei diritti politici e dalla possibilità di influire sulla composizione e sull’orientamento dei gruppi di potere.

Si sostituisce e si è sostituito all’internazionalismo e all’antimperialismo – che poggiano su legami e alleanze tra stati “rivoluzionari” e popoli “rivoluzionari”, ognuno con i propri percorsi “rivoluzionari” e le proprie specificità socialiste – un cosmopolitismo antistatale e antinazionale di principio, nel migliore dei casi nella convinzione che alla borghesia globale e cosmopolita non potesse che rispondersi sullo stesso piano. Per cui la difesa di uno stato e l’importanza di costruire e difendere processi rivoluzionari statali diventano qualcosa di arretrato e nostalgico, quando non addirittura disfunzionale per la sinistra “moltitudinaria” postmoderna.

Si appoggiano le cause di popoli senza stato (quali ad es. palestinesi, curdi) fintanto che questi rimangono privi di essomentre si dimenticano le cause di popoli che uno stato rivoluzionario e socialista provano a costruirlo, tra mille sforzi e contraddizioni (quali ad es. cubani, cinesi, vietnamiti o venezuelani). 

Questo è accaduto nel tessuto sempre più esangue della sinistra anticapitalistica italiana negli ultimi vent’anni e questo continua a succedere tutt’oggi, salvo eccezioni. Perdura così il rifiuto della tematizzazione dello stato e dell’organizzazione necessaria per cimentarsi con la questione del potere statale. Un rifiuto che finisce per accomunare correnti alternative “di sinistra” con formulazioni estreme del neoliberismo “di destra” giacché

Nel far ricorso a un linguaggio più laico, l’odierno neoliberismo ama assumere talvolta movenze ribelli e persino anarchiche. È una tendenza che trova la suaespressione più compiuta nell’«anarco-capitalismo», checontinua a proclamare il vecchio dogma conservatoredell’assoluta inviolabilità della proprietà privata e della sfera dell’economia, ma agitando la nuova e più seducente bandiera di un antistatalismo così radicale da sconfinare nell’anarchismo! E non a caso l’«anarco-capitalismo» ha preso piede soprattutto negli USA […] dove da sempre i tentativi di introduzione dello Stato sociale sono bollati dal conservatorismo egemone quale sinonimo di dispotismo etotalitarismo.

Questa contiguità rinvia alla figura di Foucault, iconica per la sinistra occidentale, la cui critica dello stato sociale non è stata meno netta di quella di von Hayek; infatti, la ricaduta politico-ideologica di questo assetto teorico fa sì che «Il gesto di condanna di ogni rapporto di potere, anzi di ogni forma di potere sia nell’ambito della società che nel discorso sulla società, rende assai problematica o impossibile quella «negazione determinata» […] che, hegelianamente, è il presupposto di una reale trasformazione della società, il presupposto della rivoluzione».

Un rifiuto del potere (e della complicata relazione con esso) che contraddistingue il marxismo occidentale rispetto a quello orientale che sarebbe riuscito – secondo Losurdo – a «sbarazzarsi delle attese messianiche e a maturare una visione più realistica del processo di costruzione di una società postcapitalistica».

La sinistra occidentale contemporanea, invece, nel solco dell’utopismo messianico tipico del marxismo occidentale continua a esercitarsi esclusivamente su limiti e contraddizioni di processi rivoluzionari e di costruzione statale in corso, in Asia (Cina, Vietnam) e non solo (ad es. Cuba o il Venezuela), invece di riconsiderare alcuni princìpi e credenze che hanno funzionato per lei da guida funesta negli ultimi decenni.

Il fatto che anche oggi – ancora oggi, nonostante un anno di pandemia – i termini del dibattito politico italiano a sinistra siano incentrati prevalentemente sulla adeguatezza o meno di un governo e delle sue politiche “ristoratrici” di gruppi sociali e categorie professionali la dice lunga. 

È incredibile come alcuni nodi strutturali siano stati e continuino a essere elusi ma quel che più risalta è il pressoché assoluto silenzio sulle “performance” di successo dei paesi socialisti o alternativi al “Washington Consensus” nella lotta alla pandemia.

Ora è chiaro che non si tratti ancora una volta, come tante altre volte, nella storia antica e recente della sinistra di importare meccanicamente modelli esterni ma la scotomizzazione in atto a sinistra verso le esperienze statali di costruzione del socialismo o, quanto meno, di percorsi post-capitalistici o alternativi all’ordine imperialista è eloquente oltre che preoccupante.

Tanto più che stride fortemente con le sinistre italiche ed europee sempre attente a registrare e rimbalzare tutti i micromovimenti e macromovimenti “dirittoumanisti” e “democratico-radicali” che prendono piede più o meno spontaneamente in ogni dove. Quando si tratta, invece, di cimentarsi con modelli e vie nazionali al socialismo per trarne insegnamenti e alimentare una critica costruttiva e ricostruttiva della asfittica sinistra italiana – a parte l’elogio per i medici cubani sbarcati l’anno scorso anche nel nostro paese – non si  ritrovano segnali di altrettanta attenzione né a livello largo di pubblica opinione né di cerchie ristrette. 

Prevalgono, dunque, anche nei settori più di sinistra le rivendicazioni “benecomuniste” nei confronti delle Istituzioni europee affinché il diritto alla cura e alla vaccinazione sia tutelato oppure il diritto alla trasparenza nei contratti stipulati tra Bruxelles e case farmaceutiche sia onorato, quasi che ne andasse del buon nome e del credito delle istituzioni “democratiche” dell’Unione europea. 

Insomma, anche oggi, nonostante la pandemia e l’iniziale coro mediatico nel nostro paese del “niente sarà come prima”, perdurano e si dimostrano pervicaci i tabù della sinistra nostrana: lo Stato, l’organizzazione e la conquista del potere, la fuoriuscita dal capitalismo e la transizione verso un regime post-capitalistico.

Sedare le periferie. Il nuovo governo del Sud

di Onofrio Romano

(Corriere del Mezzogiorno, 9/03/2021)

È importante analizzare gli orientamenti del nuovo Governo sul Mezzogiorno, non tanto perché ci toccano direttamente, ma in quanto disvelano il senso generale dell’operazione Draghi.

Uno studio dell’Istituto Cattaneo di prossima pubblicazione mostra che nelle città meridionali, dopo la crisi del 2008, si è andata consolidando una divaricazione netta nel comportamento elettorale tra abitanti delle periferie sociali e residenti dei quartieri agiati. Un fatto del tutto inedito. Sia nella Prima sia nella Seconda Repubblica, infatti, i partiti cardine del sistema politico (di governo e di opposizione) godevano di un consenso trasversale, raccogliendo percentuali abbastanza omogenee in tutti quartieri delle città. Da qualche anno, invece, il disagio sociale è diventato determinante per gli orientamenti di voto, in una maniera per molti versi paradossale. Più aumenta il benessere, più aumentano i consensi alle formazioni di centro-sinistra, ossia ai partiti che trovano tradizionalmente la propria ragion d’essere nella vicinanza ai deboli. Il voto dei portatori di disagio va invece a formazioni populiste e anti-sistemiche (al M5S, in primo luogo). 

In realtà, questa vena anti-establishment dei ceti popolari non ha mai preoccupato più di tanto l’establishment. Anzi, spesso è quest’ultimo a fomentare attivamente le pulsioni populiste, veicolandole contro le forze riformiste, com’è accaduto nel 2013 con la gazzarra orchestrata contro Bersani e agita da M5S e Occupy Pd, al grido di “Ro-do-tà!”. I grandi poteri si preoccupano solo quando i populismi si alleano con le forze anche blandamente progressiste. È quello che di fatto è avvenuto nel corso dell’ultimo anno e che ha mutato completamente lo scenario. L’alleanza governativa tra M5S e Pd è andata a rompere lo schema della divaricazione elettorale tra gli abitanti delle periferie e le élite urbane, più o meno illuminate. Per i padroni del vapore è questo il vero pericolo. Un ministro come Provenzano – tecnico e politico, figlio della migliore scuola comunista e riformista del Sud – rischiava di fare le cose per bene, di usare il populismo per fare cose popolari. Intollerabile. Passare lo scettro alla Carfagna, distintasi a Sud per le sue campagne a favore dei proprietari di case abusive, è invece un occhiolino strizzato al notabilato meridionale, che prospera sulle istituzioni estrattive. Non è che a Bruxelles ce l’abbiano con i meridionali: è che non hanno alcuna fiducia nei loro stessi piani e modelli. Sanno benissimo che dai fantomatici 209 miliardi (in realtà già spesi per tre quarti con gli scostamenti di bilancio) non ci si trarrà un bel niente, quindi l’unica cosa da fare è normalizzare e sedare le periferie.

Addio, immenso maestro

di Onofrio Romano

(“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 24/02/2021)

Era un pensatore liminare Franco Cassano. Forse Deleuze lo avrebbe definito così come definiva il grande Kafka: un minore. I “maggiori” vedono solo quello che c’è al centro della scena, ben illuminato dai riflettori. E siccome al centro ci sono loro, di norma vedono soltanto se stessi. I minori, al contrario, riescono a vedere tutto: il centro della scena e quello che brulica tutt’attorno; le cose illuminate e quanto si muove ai lati, dietro le quinte, al riparo delle tenebre.

Questo era lo sguardo di Cassano sul mondo. Uno sguardo multiplo, inesausto, desideroso di scoprire la prospettiva altrui, delle persone in alto e di quelle nelle retrovie, dei centri nevralgici e dei luoghi che non contano. Un continuo “esercizio di esperienza dell’altro”, che ha avuto i suoi acuti alla fine degli anni ottanta con “Approssimazione” e poi con “Partita doppia”, ma che era già pienamente all’opera ben prima che egli abbandonasse le consolazioni del marxismo, quando andava a far visita ai mondi allestiti dai suoi avversari politici (“Il teorema democristiano”) o a indagare sulle zone d’ombra della scienza (“La certezza infondata”). Per questo, il suo elogio dello stare sul confine non aveva nulla a che fare con l’estetica della marginalità, con l’esaltazione dello sbraco consentito a chi non viene visto. Il posto di frontiera (e Bari lo è) è un palco d’onore da cui è possibile scorgere e comprendere quello che avviene sia dentro il recinto sia al di fuori di esso.

Il pensiero di Cassano non va però confuso con un bazar postmoderno, dove tutte le prospettive sono equivalenti e ugualmente legittime. Innanzi tutto, egli mette continuamente a tema il differenziale di forza di cui i pensieri e i modi di stare al mondo sono espressione. Ma quel che soprattutto emerge è la profonda cifra tragica del pensiero cassaniano. La tragedia dell’inconciliabilità. L’impossibilità di quella sintesi virtuosa e definitiva vagheggiata dai grandi padri (Hegel e Marx). È questo il tema di fondo che agita il suo libro più noto e ingombrante, “Il pensiero meridiano”. Certo, si tratta di uno spartiacque nel nostro modo di vedere il Sud, che restituisce ad esso – cito – “la dignità di soggetto del pensiero”. Ma messa così sembra un’opera ad uso e consumo del Mezzogiorno. Mentre il pensiero meridiano è a pieno titolo un’espressione apicale del pensiero moderno-occidentale. Il Mediterraneo (e prima ancora l’Egeo) è solo la metafora di una particolare complicità tra terra e mare, che sono gli ingredienti stessi dell’umano. Universalmente. La terra è per Cassano la materializzazione del radicamento, della necessità di un’origine. Il mare, all’opposto, una metafora dell’emancipazione, della libertà, dell’oltrepassamento di sé e dell’apertura all’altro. L’operazione cassaniana non è quella, facile, di contrapporre ai vizi dell’una le virtù dell’altro. Il problema è come evitare la “dismisura”, che dal lato terrestre conduce al dispotismo e dal lato marino conduce al vuoto nichilistico dell’oceano. La sfida è costruire una civiltà che riconosca sia il bisogno di radicamento e di protezione sia l’esigenza di emancipazione e di libertà. Una sfida per tutti. Non riservata ai meridionali.

Ma la tragedia vera è un’altra. Non sta solo nell’impossibilità di trovare un equilibrio tra questi due poli. Sta soprattutto nel fatto che il bene non arriva da sé, lasciando che la storia faccia il suo corso. È questo il tema di fondo dell’opera più matura, intensa e scabrosa di Franco Cassano: “L’umiltà del male” (che si perfezionerà poi con “Senza il vento della storia”). Un libro che aspetta ancora di essere compreso o semplicemente accettato dai suoi lettori. Il messaggio di fondo è semplicissimo: chi ha un’idea di bene, chi crede in un orizzonte di trasformazione che possa giovare all’umanità tutta, non può limitarsi a enunciarla o a praticarla da par suo, ma deve sforzarsi continuamente di riconnetterla alla situazione concreta – antropologica ed esistenziale – della maggioranza degli uomini. Questo messaggio, apparentemente banale, in realtà ribalta del tutto l’immaginario fondativo del marxismo e di ogni progressismo. Quell’immaginario provvidenzialista per il quale seguendo la “pancia” delle persone, indulgendo ai bisogni e alle esigenze immanenti del popolo si giunge diritti al migliore dei mondi. Falso!, ci dice Cassano. Per questa via si ottiene solo il male. Il bene non è inscritto nel cuore degli uomini. È una costruzione artificiale e per molti versi contro natura, che richiede lotta, pedagogia, politica.Il suo pensiero aspetta ancora di prendere corpo.

In questo, siamo stati manchevoli noi: allievi, lettori, concittadini. Dobbiamo ancora meritarcelo Franco Cassano. Addio, immenso maestro.

Perché il Sud resterà indietro

di Onofrio Romano

(Dal “Corriere del Mezzogiorno”, 9/02/2021)

È facile osservare che più un problema è cocciuto più si moltiplicano le diagnosi e le proposte su come affrontarlo. Vi è una sola eccezione: la questione meridionale. A dispetto della sua inscalfibile persistenza, da tempo immemore è finita la biodiversità nel pensiero sul Sud. Esiste una mono-cultura che impregna di sé ogni anfratto, saturando completamente l’ecosistema politico e scientifico. Chiunque può verificarlo. Coloro che parlano di Sud sfoggiano tutti la stessa lista della spesa: infrastrutture, mobilità, scuola, Università, innovazione, ricerca, asili nido, servizi e diritti uguali per tutti, terzo settore, pubblica amministrazione efficiente, giustizia veloce ecc. Cambiano ovviamente gli accenti (di poco), cambia a volte l’ordine delle priorità (di pochissimo), ma la solfa è sempre quella.L’idea che ne emerge è che lo sviluppo sia una partita tutta interna ad un territorio: basta mettere i residenti in grado di fare il proprio gioco e voilà!, tutto fiorisce. Il territorio è visto come un “terreno”, che se ben coltivato, con competenza, amore, buoni semi e buoni aratri darà spontaneamente i suoi frutti, che là fuori non vedono l’ora di acquistare. Un’idea “agricola”, naturalistica dello sviluppo. Un’idea fantastica, fossimo nell’Ottocento. Ma il problema è che siamo ben oltre il duemila. E qui lo sviluppo non dipende dalla capacità dei residenti di produrre qualcosa, bensì dalla circostanza che un territorio trovi un posto degno di remunerazione dentro una macchina produttivo-finanziaria “artificiale” (tutt’altro che naturale), estesa, complessa, tentacolare, stratificata, gerarchizzata e, soprattutto, iper-satura. Per far questo, occorre progetto centrale (verticale) e forza “politica”.L’uscente ministro al ramo, Peppe Provenzano – che, per carità, sono certo rimpiangeremo a lungo – ha affermato recentemente che il Sud non ha più scuse: con la valanga di miliardi che vi si sta per abbattere, se anche questa volta non riuscirà a decollare, sarà solo colpa dei meridionali. Ebbene, i miliardi non susciteranno nessuna rinascita. Ma la colpa non sarà dei meridionali. Sarà dell’ideologia alla base degli interventi. Della totale assenza di un’intelligenza sistemica e sovraordinata. Politica. Un’intelligenza preclusa a monte dalla struttura di governance dell’Ue, rimasta del tutto intatta, nonostante il passaggio dall’austerità alla prodigalità.Certo, l’ideale sarebbe avere un’intenzionalità politica tale da permettere ad un territorio di “sganciarsi” dalla macchina economica infernale dentro la quale stiamo, al fine di costruire un autonomo modo di stare al mondo. Ma questo ce lo teniamo per un’altra vita.

La giusta distanza. Contro l’autonomia scolastica

di Antonella Buttiglione

“Dove sono i sistemi politici, le istituzioni, le forme di convivenza, i modelli culturali, le persone, gli eventi che ci hanno accompagnato nel corso della nostra esistenza? Possiamo ricostruire le tracce che questi stampi del “noi” hanno impresso nel nostro condiscendente o riluttante “io”? Siamo davvero vissuti – incalza il nostro stupore, con un crescente estraniamento – allorché esistevano regimi e stati di cose ormai consegnati alla storia?

Remo Bodei, Destini personali

2012, scuola dell’Infanzia della secondogenita. Un’improbabile esperta di teatro ha in mente dei quadri à la Anne Geddes. Costo abiti: 60 euro. I poveri, gli storpi e i poco noti, dietro. I belli in prima fila mentre di sottofondo un impotente strumento sonoro della scuola gracchia musica profana.

“Impossibile, inaccettabile in una scuola pubblica!”, penso. Ottengo un appuntamento con la dirigente. Le espongo le mie rimostranze. Mi risponde piccata: “signora, non esiste più la scuola anni ‘50 che vuole lei! I genitori devono entrare a pieno titolo nella gestione della scuola, supportandola in ogni modo, anche economico”. E sull’incapacità della improbabile esperta di teatro continua: “sa quante persone con curricoli ultra-titolati hanno prodotto progetti pessimi?”.

Se per lungo tempo ho pensato che quella risposta fosse dovuta ad un atteggiamento che mischiava ideologia e illecito, solo dopo ho capito che quello è stato un momento alto di verità.

L’aneddotica potrebbe continuare all’infinito. Con le sante messe durante l’orario scolastico. I figli di non credenti lasciati soli in classe. Le preghiere prima di iniziare le lezioni e le merende con i bambini musulmani messi alla porta, per “rispetto” (nell’occasione, l’Assessore invitato alla riunione – l’autonomia scolastica sollecita le sinergie con le istituzioni territoriali – prospettò le classi differenziate come rimedio). Inutile richiedere l’attività alternativa all’ora di religione senza creare un buco nel sistema. Le classi scelte e via e via.

Si prova rabbia, frustrazione e disagio nel dover abitare la scuola come genitore guardiano delle più elementari regole di civiltà, acquisendo nel tempo l’amara consapevolezza che andando via tu, osservatore umanitario, finito il ciclo scolastico, le consuetudini anticostituzionali verranno ristabilite. Nuovi clienti, nuova forma. 

I genitori immigrati dei bambini mussulmani, molto fragili esistenzialmente, non avevano la forza e la conoscenza per poter richiedere il rispetto della normativa italiana. Il diritto potevo rivendicarlo io, in quanto italiana, istruita e cittadina attiva.

Questo contributo descrittivo e interpretativo parte da una riflessione autobiografica. I docenti che con gentilezza, durante la “quarantena”, hanno avuto la pazienza di dedicare parte del loro prezioso tempo ad un’intervista, o per fornire materiale audio o video, sono ‘fonti’ ma non responsabili degli esiti di questo contributo.  

Sono stata una studentessa delle scuole superiori degli anni 90 e sono madre di figlie scolarizzate dal 2010. Dopo un ciclo di trent’anni, sono nodo di una rete sociale che prevalentemente è impegnata nel mondo scuola su tutto il territorio nazionale. Sono una 45enne, figlia della classe operaia con reddito monogenitoriale, laureata in scienze politiche (nel tempo della volatilizzazione della scienza e della politica) e meridionale (mentre abolivano il Mezzogiorno).

Sono quindi vittima di un vero e proprio shock culturale.

La scuola pubblica e laica, quella Pensata dalle madri e dai padri costituenti, che mi ha permesso ‘solo’ di immaginarmi in una sorte progressiva è stata consegnata ad altra storia: la sorte regressiva e tribalista (proveremo a guardare questa nuova storia). 

Siamo infine in una società clanica. (E forse per questo mi è indifferente se il capo clan sia uomo o donna). Vince il più forte e il gioco è sempre truccato. 

La storia che racconteremo oggi, dunque, la definiamo per semplicità una storia del sostantivo singolare “Scuola”, sostantivo che ha mutato profondamente il suo significato istituzionale, declinandosi al plurale: scuole, istituti. 

Istituzioni, e per questo istituite, vale a dire, fondate su un pensiero e allo stesso tempo istituenti, che formano un pensiero. 

Abbiamo pensato di attraversare la più grande riforma avvenuta sulla testa delle scuole, delle Università, delle Regioni, senza uscirne “istituiti e istituenti”?   

Parlare di Scuola avrebbe dovuto portare con sé la consapevolezza politica (leggera e volatile) che ha per breve tempo riguardato la sanità in tempo di Covid: il fallimento della gestione dell’autonomia addolcita dal termine sussidiarietà. L’accettazione dei diversi livelli qualitativi dei sistemi sanitari regionali: esiste la sanità calabrese e quella tosco-emiliana e non facciamo una piega. Pensare così che in fondo “ciascuno ha ciò che si merita”, anche e soprattutto se sei di sinistra, è un sentimento nuovo che ha a che fare con la colonizzazione del pensiero. Se si pensa poi che il voto di sinistra è concentrato nei centri storici e ricchi delle varie città, si comprende come sia facile illudersi che le scuole del centro siano “la scuola” e rimuovere l’esistenza delle periferie come luoghi che istituiscono classi e mondi. Una meritocrazia a taglio lineare che ha ricostruito un mondo istituzionale e con questo l’idea di sanità e nella fattispecie di scuola pubblica. 

Ciascuno di noi, in una rete di relazioni, ha potuto constatare come ogni scuola ha avuto una sua peculiare organizzazione e offerta didattica in virtù dell’Autonomia scolastica. Mentre si continua a parlare di Scuola, continuiamo a recepire racconti differenti dai territori e da ciascun istituto all’interno di questi. Lo accettiamo perché si è promossa l’idea di una scuola ritagliata sui singoli. Si è immaginata una scuola inclusiva al dettaglio: a ciascun alunno il suo. Contestualmente si tagliavano i fondi ordinari. Una sorta di marxismo pedagogico. A ciascuno secondo i propri bisogni, ma senza la propedeutica società giusta, non corrisponde forse al liberismo più spietato? Vince il più forte mentre pensiamo di essere buonissimi, i migliori.

Vengono premiati i presidi che si attivano per dare da mangiare alle famiglie dei propri studenti. Esempi virtuosi, best practice!

Si immagina un’istituzione in grado di elargire just in time il giusto per ciascuno. Si immagina che la scuola debba fare welfare ritagliato sui singoli. Senza spreco e a zero scorte (chi ha dimestichezza con i modelli di organizzazione economico-sociale postfordista può rileggere la scuola secondo questo nuovo tipo di organizzazione).

Quindi personale flessibile, non troppo istruito, abituato a tollerare alti livelli di stress, al problem solving e a lavorare in gruppo. Chi lavora nella scuola sente di essere chiamato a questa impostazione lavorativa. Ma chi cerca lavoro sa anche che queste sono le caratteristiche richieste per mansioni base, iper precarie, iper sfruttate, con la proiezione del miraggio di una carriera interna economicamente non riconosciuta. 

La precarizzazione dilagante tra il personale scolastico è di fatto un architrave della scuola dell’autonomia.

Il Covid ha portato alla luce migliaia di scuole, ciascuna con la sua particolare declinazione delle informative ministeriali e delle aggiuntive normative regionali. Ciascuna scuola per sé: 

la scuola che si è immediatamente interfacciata agli studenti mantenendo lo stesso orario, con  pause di un quarto d’ora tra le lezioni; le scuole che sono scomparse per settimane assegnando esclusivamente compiti a casa tramite due, tre, quattro piattaforme differenti; l’insegnante devota, che dal primo giorno ha letto poesie e ha dispensato amore; il docente che, in una crisi di nervi e tensione, si è eclissato; chi ha dimezzato le ore, chi le ha turnate, chi le ha splittate sull’intera giornata; chi ha usato solo Whatsapp per garantire la privacy e contro ogni forma di bullismo; ecc. Ciascuno come ha potuto. La scuola del centro di Milano e quella della periferia calabrese. Ciascuna a partire da sé, secondo norma di legge, secondo l’autonomia. Oggi parliamo di un sistema composito di corpi autonomi. Ciascuna scuola è strettamente legata al proprio contesto socioeconomico[1]. Non pare difficile dedurre che la ratifica delle condizioni di partenza, con la conseguente iconica forbice che si allarga tra ricchi e poveri, tra bravi e ciucci, tra buoni e cattivi, resta la risposta più semplice alla gestione della complessità, rimandata a soluzioni iperlocalizzate. Non è difficile immaginare che ad un tratto con passo veloce e improvviso rispunterà la proposta di abolizione del titolo legale di studio, ratificando la realtà istituita da questa nuova istituzione (non esiste la Scuola, ma le molteplici scuole con il proprio valore nel borsino dell’istruzione come Eduscopio, Fondazione Agnelli), mentre la gran parte dell’opinione pubblica sarà attardata dentro la percezione del sistema d’istruzione così come l’ha esperito (nel mio caso con spirito anni ’50 – porto male la mia età).

IL CORPO DOLENTE 

Dalla prima ondata Covid il mondo scuola è stato al centro delle scene di vita quotidiana delle famiglie italiane e dei docenti. La scuola non poteva rientrare nella scatola del rimosso mattutino quotidiano che permetteva al mondo adulto di stare altrove. E la scuola così è tornata al centro del dibattito pubblico (con un’immagine esca semplificata, a basso costo, data in pasto ai social, con la conseguente cannibalizzazione delle reazioni: banco singolo con le rotelle; questione trasporti; ecc. I giornali e la rete che rispecchiano senza apparati critici e conoscitivi la vanvera urlata dai social).

La scuola in famiglia-visione e viceversa. Un’intimità forzata dall’evento pandemico. 

Eppure, la didattica a distanza di primo acchito è sembrata inumana, intollerabile, in quanto allontanava, separava, metteva appunto a distanza, consegnandoci al contempo ad una prossimità inedita. 

Come insegnare a distanza, senza i corpi?  E come mantenere le distanze, senza i corpi?

Come insegnare a chi non ha la strumentazione per partecipare? (Ritorna la questione delle disuguaglianze o, semplicemente, si vedono meglio?).

Queste domande che si sono affacciate con esasperata urgenza nel dibattito pubblico potrebbero essere una grande occasione di riflessione nuova sul senso della scuola. Sono domande che dovremmo riportare nell’ordinario, sebbene questo sia immerso nella nebbia e di là da venire.

Mentre si racconta di come la Dad ci separa, ci ritroviamo d’incanto ad ascoltare il racconto di come essa ci approssima così tanto, troppo, all’altro (alunno, collega, consiglio, preside, genitori) fino ad affondarvi dentro, a fonderci con esso: nel senso del passaggio di stato, da solido o gassoso a liquido, portando la complessità al mescolamento e all’indistinto. E la fusione, nella diade educante, non è mai un indicatore di relazione ‘salutare’. E mentre raccontiamo di quanto questa invasione sia insopportabile, associandola all’emergenza, torna alla memoria la vita scolastica prima del Covid: in qualsiasi posizione ci trovassimo nel mondo scuola (docenti, discenti, familiari, amministrativi, collaboratori, …) si soffriva, senza avere le parole per dirlo, di un’eccessiva vicinanza.

Le famiglie troppo invasive nella vita dei figli (registro elettronico), degli insegnanti e dei dirigenti; l’assenza di autorevolezza dei docenti, in ragione del venir meno di un’adeguata distanza culturale, economica e sociale rispetto alle famiglie, risultato della loro ventennale precarizzazione; i genitori sempre attivi e richiedenti nelle chat, chiamati a partecipare economicamente, professionalmente, volontariamente ora alla frittura delle pettole, ora alla ripitturazione dei muri e alla pulizia delle aiuole, alle giornate della memoria, alla foto di gruppo con sotto la scritta “libertà è partecipazione” ripresa dai giornali, in modo da far crescere la quotazione dell’istituto nel borsino territoriale.

E se pensiamo alle differenze, si comprende che seppur troppo invasi, nell’era pre-Covid i corpi in presenza, in fondo, permettevano un distanziamento sociale maggiore che in dad. Nel confronto “in presenza”, non si sta mai a due palmi di mano dal naso del nostro vicino e dalla sua casa. 

Seppur paradossale, la distanza garantita dai corpi ci sembra oggi un’utopia. 

E col rientro in presenza, paradossalmente, sembra che la distanza non basti mai (in classe, sui mezzi ecc.).

Ma quando è iniziata questa sovrappopolazione immateriale nella scuola?

E se la critica alla didattica a distanza non fosse altro che una paradossale, a nostro avviso auspicabile, richiesta di distanziamento?




IL MALESSERE DIFFUSO

Sono partita dalla domanda “Cosa ti duole, mondo scuola?”

Da un primo ascolto del corpo docente possiamo ricavare un elenco delle criticità impellenti. Di fatto, accogli le esperienze di un paradosso semantico: la didattica a distanza che ci invade.

E’ immediata, intuitiva, leggibile la critica al mezzo che mette a distanza i corpi. Un’amputazione drastica della comunicazione.

La comunicazione verbale diviene un audio distorto dalle casse a distanza invariabile. La comunicazione non verbale entra in un riquadro bidimensionale e bidirezionale: lo schermo. 

In aula, in presenza, le restituzioni verbali si acquisiscono e si soppesano in relazione alla comunicazione non verbale dell’altro e alla comunicazione non verbale della classe: guardando i corpi disposti sui banchi o in cattedra, il vocio o il silenzio, gli sguardi e i vari strumenti di distrazione di classe, riesci a capire se il contenuto è passato. 

In Dad, il dubbio sulla ricezione del messaggio è il sentimento prevalente.  Alunni e docenti comunicano ad un volume incerto o troppo marcato, con interferenze date da un eco assillante, appiccicato alla vocale di ogni fine parola. Si viene a creare una pausa sempre superiore alla media esperita nella comunicazione in presenza: il tempo che l’eco di ritorno si esaurisca creando così il silenzio nel quale proferire la parola successiva. 

Come insegnare? Come valutare? Come imparare? Come esporre? Come intervenire?

Ci siamo detti che qualsiasi cosa fosse quell’esperienza a distanza era utile per mantenere il legame, la relazione. (Quando si è entrati in lockdown nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto e come si sarebbe evoluta la nostra vita collettiva e questo sentimento di incertezza ha tenuto molti sull’essenziale: essere scuola, fare scuola.)

Ah, brutale distanza! Ma quale distanza?

Passare dall’intimità della tana – un letto, un pigiama, la colazione, i fratelli, i figli, i genitori – alla diffusione della propria immagine in assenza di un percorso di distanziamento ha qualificato la presenza a distanza. 

La scuola pubblica, insieme al sistema sanitario pubblico, hanno permesso la tenuta psico-fisica del corpo sociale, al di là delle criticità che pure vanno rilevate e rivelate. L’impegno quotidiano, il percorso scolastico, le figure di riferimento presenti (nei modi più disparati e disperati o innovativi e felici) hanno permesso al tempo di scorrere con un ritmo comune. Sullo sfondo, video-tutorial, dirette sui social a promuovere prevalentemente food and fitness e corsi d’arte di qualsiasi genere, immagini di persone bellissime che a casa producono cibi e corpi perfetti.

La vita reale di genitori e docenti impegnati tra le sveglie, i diversi lavori dei componenti del nucleo familiare, la manutenzione di una o più aule-stanza, connessioni su molteplici piattaforme, orari, compiti da svolgere o correggere, stampe, interrogazioni, voti, consegne sulle piattaforme più diverse, verifiche e poi il banale fare domestico: organizzare spese e cucinare pranzi e cene e lavaggi. 

Questa quotidianità scolastica è rimasta democratica. L’ha dovuta affrontare chi è rimasto a casa continuando a percepire il reddito, chi ha dovuto continuare a lavorare (gli stessi docenti), chi ha perso lavori e reddito. Chi viveva in 100 mq, chi in 35. Le famiglie monogenitoriali, le famiglie con figli disabili, con persone anziane a carico. Chi ha il terrazzo o il giardino e chi la strada fuori la porta. Chi ha un unico figlio e chi tanti. Chi ha abbonamenti all inclusive e chi fa le ricariche per pochi dati. Chi ha dispositivi potenti e luccicanti (e le competenze per usarli) e chi non ne ha alcuno o sta ancora pagando le rate per oggetti del desiderio roboanti, telefoni intelligenti per pubblicare le foto di sé, dei familiari, dei piatti preparati e poter vivere una certa normale socialità. Questa quotidianità ha messo in mostra tutte le fragilità delle famiglie, della società italiana.

Il distanziamento è vitale per il funzionamento della vita sociale, culturale e politica. Si assiste invece ad un’invasione degli spazi vitali, esposti allo sguardo reciproco. A volte questi spazi abitati si rassomigliano tantissimo, a volte molto poco (la mobilia di Mondo convenienza, Ikea, una Phantom, i peluche, un oggetto fridizzato, libri, la collezione dei Thun, le foto ecc.). Scompare il luogo altro, terzo e neutro che, in quanto tale, descriva la relazione funzionale educante, mettendo a distanza i propri vissuti personali, creando un confine al di là del quale lasciare la complessità delle relazioni. Ci si sente sovrappopolati da più funzioni, pubbliche e private, invasi. 

Quanto utile sia il distanziamento nella diade genitore-figlio perché si crei lo spazio della crescita fuori dal nido, lo rimando alla psicanalisi. 

Per i ragazzi e i professori si vive la difficoltà a presentarsi scevri dal contesto intimo, familiare.  

Difficoltà nel mettere distanza tra il sé privato ed il ruolo in ambito scolastico, il tempo di lavoro e il tempo di vita, lo spazio del lavoro/studio e lo spazio della vita…  (reperibilità continua da parte degli alunni, dei docenti, dei genitori, dei colleghi, dei dirigenti ecc.).

Questa prossimità ha impedito la messa a fuoco delle difficoltà in cui versa la scuola. Disuguaglianze sociali. Economiche. Territoriali. Generazionali. Percepite tutte assieme in modo violento.

Differenze che di certo non iniziano ad esistere in video, ma che in questo inaspettato luogo d’eccezione sono apparse più vividamente. 

Esistono ragazzi, famiglie, docenti le cui condizioni materiali sono inadeguate alla sfida educativa e al mondo. In questo buco della serratura 2.0 ciò è drasticamente evidente, ma si corre il rischio di sentirsi dolenti in ogni parte che ci si tocca e di sentirsi morire.

Il deficit di strumentazione e d’infrastruttura digitale emerso in forma scandalistica altro non è che una condizione strutturale che ha contribuito in modo cospicuo negli ultimi vent’anni ad aumentare il divario di competenze (come si dice nel rinnovato linguaggio della formazione) tra gli alunni: avere dati limitati sul cellulare o avere il wi-fi con dati illimitati e pc cambia la tua posizione nel mondo e nella struttura di classe (in ogni senso). La pandemia ha avuto il merito di rendere visibile questo scarto, ma chi ha abitato le scuole sa bene che esso ha prodotto negli anni una biforcazione nel rendimento scolastico.

Il mondo scuola è stato chiamato a svolgere un ruolo straordinario e ha dovuto mostrarsi: imperfetto e fragile. La scuola, la sua presenza ingombrante, asfittica, resta uno strumento vitale, straordinario, per le nostre società.  Ha scandito il ritmo, anche di veglia e di sonno, ha offerto una direzione al tempo, una velocità che ha permesso a cascata di dare un senso in parte noto e rassicurante allo scorrere del tempo, una dimensione al tempo pandemico tutto, anche quello del riposo. Il mondo dell’istruzione, come quello sanitario, ha permesso di uscirne insieme dalla prima ondata. 

Se durante la DAD o la DDI si raccolgono questi elementi in modo acuto è anche vero che già in era pre-Covid la Scuola si dava come il luogo in cui il tempo di lavoro organizzativo, progettuale, amministrativo-burocratico, valutativo, era divenuto debordante rispetto al tempo di cura delle competenze culturali attinenti al ruolo. Debordante già rispetto alla banale vita (figli, genitori anziani, salute…). Questa nuova difficoltà viene percepita in modo importante già dagli strutturati. I docenti assunti prima dell’autonomia hanno visto cambiare le regole di ingaggio e gli scenari lavorativi. Lo studio della propria materia (almeno la propria), che sarebbe la precondizione perché il patrimonio di conoscenze possa essere rivitalizzato e trasmesso e perché rafforzi passione e consapevolezza del ruolo docente (cosa ben diversa dai corsi e le certificazioni), è una mera chimera. Le classi sono divenute numerose e complesse. L’aumento delle classi pollaio è certo il risultato di tagli[2]. La complessificazione è il risultato di un welfare alla deriva (con personale minimo e demotivato, affiancato da operatori iperprecarizzati come quelli che popolano il terzo settore) e dell’obbiettivo di dare a ciascuno il suo. Con quali competenze magiche un docente, scarto di un processo abilitativo mortificante e disumanizzante, può fare un’analisi sociologica, psicologica, pedagogica su ciascun alunno? Quanti progetti individualizzati saranno il banale copia-incolla di percezioni spontanee e largamente stereotipate che andranno di fatto a incidere sul destino dei ragazzi, autorealizzandolo? È inumano. Impossibile realizzare il modello dell’autonomia buona se non hai realizzato il socialismo. L’autonomia nelle nostre debolissime democrazie è la legge del più forte. 

Le famiglie, poi. Rivendicative, aggressive, prevalentemente protettive nei confronti degli alunni. Insultate da tanti esperti pedagogisti, psicoterapeuti e psicanalisti che nella stragrande maggioranza hanno messo i propri figli in sicurezza in ottime scuole e Università private o estere (o tutt’e due). I cui figli sono stati messi direttamente nelle classi scelte (anche senza chiedere). Sanno costoro che, perché funzioni questo sistema scolastico, i genitori firmano un  contratto (anche i bambini firmano un contratto, sic!) e hanno l’obbligo di attivarsi? 

Il corpo docente sempre più precario e volatile. Le strutture sempre più obsolete. Le infrastrutture tecnologiche, le competenze per attivarle sempre gravemente deficitarie. La gestione ordinaria delle strutture sempre poco efficiente.

Alla domanda su quale fosse l’aspetto più problematico della Dad, la risposta consueta è stata: “l’assenza di tempo”. Bene. “Quindi, prima della DAD avevi il tempo di organizzare il tuo lavoro, la tua vita?”

“Pensandoci, no. Ma sai, prima della DAD ‘sceglievo’ di dare il mio tempo alla scuola. 

Mi bastava lo spazio del tragitto scuola-casa, mangiare e rientrare; quella mezz’ora mi dava la forza per rientrare. Adesso mi sembra di non poter uscire dal ruolo, mai”. Si può dire che la DAD si è presa il tempo del tragitto da casa a scuola. Il resto era già stato offerto diffusamente al tempio dell’autonomia.

Quello del docente di scuola è stato l’ultimo angolo di mondo del lavoro “tutelato” (sul piano simbolico e giuridico) ad essere oggetto di aggressione. L’ultimo scampolo di lavoro legato all’organizzazione di una società moderna. Il lavoro da insegnante permetteva una genitorialità appagante. Ora, non c’è più sabato o domenica, giorno o notte. Reperibilità continua. Chi frequenta gli insegnanti ha assistito alla loro progressiva trasformazione in manager sempre al lavoro (a fronte di uno stipendio rimasto pari a quello di un addetto alle vendite nella GDO). 

I docenti somigliano sempre più ai lavoratori del terzo settore. Un ambito sempre più femminilizzato, dove dilaga il lavoro a progetto, sotto-pagato, ad alta vocazione missionaria e volontaria, ad alto tasso di precarietà, senza possibilità di cambiamento.

Nella generale perdita di senso (fine delle ideologie, fine della storia, fine della fine della storia senza alcun mutamento epistemologico, le fedi in crisi, trasformate in “ismi” ecc.), sentirsi indispensabili, anche ad un solo bambino, sembra essere l’obiettivo massimo e, se riesci a fare una foto mentre lo salvi, pensi che quel salvataggio avrà una ricaduta generale. Non è un giudizio morale, ma di sistema. La precarizzazione mobilitante[3].

Forse serve distanziamento.

Siamo nell’abitacolo di un furgone, portati lenti dal regista iraniano Abbas Kiarostami ne “Il sapore della ciliegia”. Attraversiamo un paesaggio di terra, pietre e sole. Finestrini aperti. Un anziano signore, nell’abitacolo della vettura, tenta di far desistere il giovane uomo alla guida dall’intenzione di suicidarsi. Nel suo brullo tentativo, affidato ad un monologo, racconta di un paziente che va dal medico e chiede: “Dottore, ovunque io mi tocchi con il dito, mi fa male. Mi tocco la testa? Mi fa male. Mi tocco la pancia e mi fa male. Mi tocco la mano e mi fa male”. Il dottore lo visita e gli dice: “Signore, lei ha il dito rotto; il resto del corpo sta bene. Caro signore, tu hai il pensiero che è malato. In realtà, stai bene. Cambia modo di pensare.”

In Italia registriamo dolore sull’intero corpo. In qualsiasi punto tocchiamo, sentiamo dolore. Non fa eccezione la scuola.

E se avessimo il dito rotto? Il pensiero?

IL DITO ROTTO (IL PENSIERO)

Gli anni ‘90 sono quelli in cui anche la Sinistra, a livello planetario, ritiene di poter liberare le energie sociali sbrigliando settori strategici dalla forza costrittiva dello Stato. Si ritiene che non servano più, dentro il nuovo scenario globale, la società, gli assetti costruiti dallo spirito costituente post-bellico, la scuola, voluta e lungamente dibattuta dai costituenti. I cittadini italiani sono stati formati. Ora, fatta la globalizzazione, dobbiamo fare i globalizzati! Non si è più in un’economia nazionale post-bellica, ricostruttiva, fondativa, alta. Si dà per acquisito un nocciolo, un perno della democrazia (che certo non è il frutto dei progetti sulla legalità con i vigili urbani e le associazioni del territorio o dell’ora di cittadinanza): tutti i cittadini possono avere una conoscenza tale da poter leggere criticamente i processi che determinano la vita collettiva ed individuale (cosa diversa dal fare la critica sui social o la valutazione dell’istituto come se fosse un ristorante, una camera d’albergo, o, peggio, l’autovalutazione). Formare cittadini autonomi e solidali: questo è il più importante strumento di emancipazione sociale. Ma l’autonomia e la solidarietà non possono darsi in un contesto di precarizzazione, sospinta dal moralismo e non più dall’etica. 

Da una parte le strutture economiche, finanziarie e politiche diventano immateriali, deterritorializzate e invisibili ai più, dall’altro i centri di risposta al potere generale divengono sempre più ridotti e adiacenti al territorio. Così la scuola dell’autonomia, che procede di pari passo con la riforma del titolo V della Costituzione. In questa temperie è maturato il cambio di copione. Mentre gli attori pensano di stare nello stesso film (la Scuola, così come pensata dai costituenti), in realtà se ne sta producendo un altro.

L’autonomia cancella la “Scuola” e inventa le scuole (e vale anche per le Università, le Sanità regionali, le Regioni, i Comuni ecc.).

Massima distanza dal potere, minima distanza dagli impotenti. L’assenza di distanza è la chiave di volta nell’impianto dell’autonomia scolastica. La immaterializzazione della distanza è la chiave di volta dei nuovi poteri.

La distanza era il perno. Contro la distanza grigia imposta dallo Stato centrale, avanza la simbiosi della scuola con il territorio, la società civile e le realtà economiche locali. I genitori divengono corresponsabili del percorso formativo. Clienti che acquistano la miglior offerta formativa sul mercato, al dettaglio. Le scuole divengono ‘commerciali’. Pubblicità, promozione continua. Dirigenti manager. L’offerta formativa deve aderire al territorio con continue innovazioni just in time. Nella scuola come nel mondo della produzione si passa dal modello fordista a quello post-fordista dello zero scorte e del just in time. E la logica dell’autonomia ha azzerato le distanze tra il mondo del lavoro (inteso solo dal punto di vista confindustriale) e il mondo scuola. 

L’autonomia scolastica è un’idea di scuola (sarà superfluo ricordare che non è un dato di natura, ma una scelta politica che come tale può essere modificata). Nasce nel dibattito degli anni ‘70 e si realizza a partire dagli anni ’90. Trova via via strumenti normativi e quindi regolativi che portano allo smantellamento della scuola conosciuta dagli attuali quarantenni, i quali si ritrovano, come genitori, dinanzi ad una scuola pubblica dove il senso del ‘pubblico’ appare totalmente trasfigurato. 

La scuola dell’autonomia adotta l’obiettivo del “successo formativo”. (Le parole son pietre). Esso si ottiene laddove la formazione risponde sempre di più ai bisogni del territorio e dell’economia territoriale. Si stringe un’alleanza forte con il capitale sociale del territorio (parrocchie, associazionismo, imprese…) e le famiglie diventano un perno essenziale per raggiungere l’obiettivo del “successo”. Questo è vero sia se la scuola è ubicata allo Zen di Palermo o a Scampia, in un paese dormitorio di una realtà deprivata, sia se sei in una cittadina tosco-emiliana o nel centro di Milano, ossia nell’orbita più avanzata dell’economia europea.

Il dirigente ha in mano il 20 per cento dell’orario scolastico, ossia dell’intero progetto educativo. Detiene quote di contrattazione flessibile sul personale da assumere. Deve procacciarsi gli iscritti, pena la perdita di cattedre o la chiusura di interi plessi. 

La precarizzazione del corpo docente passa per metà del paese da un imponente fenomeno di emigrazione, vista ormai come un inevitabile (straziante) passaggio obbligato per assicurarsi un lavoro dignitoso di ritorno. Si vive e si insegna al Nord con uno stipendio medio di 1.500 euro, che per almeno un terzo/un mezzo viene impiegato per l’affitto di case/stanze condivise. La temperie culturale antimeridionale di sfondo ha funestato il clima di lavoro e di vita di tanti lavoratori nell’ultimo trentennio. Molti si sono difesi attraverso l’assimilazione o la depressione (accenti, modi, antimeridionalismo meridionale ecc.). 

In queste degradate condizioni, dopo aver perduto ogni autorevolezza sociale ed economica, i docenti sono dunque chiamati a fronteggiare i genitori-clienti. Sono chiamati ad essere innovativi, aperti e preparati, a rispondere a tutte le complessità della società che dalla scuola devono passare, in quanto frontiera obbligatoria per ciascun cittadino, almeno fino ai 16 anni. Sono chiamati ad animare il territorio, ad attirare clienti, a costruire continuamente progetti per spuntare i fondi regionali, ministeriali, europei, sacrificando il loro specifico lavoro di docenti. Appare chiaro dalle interviste come la didattica sia ormai la parte sempre più residuale del lavoro di un docente: non c’è un tempo per rivedere i contenuti formativi, che diventano quindi un automatismo. In tanti lamentano un inaridimento delle proprie conoscenze e un diffuso impoverimento del ruolo, in termini economici, esistenziali, culturali. L’avventurismo progettuale diviene per molti docenti un pasto da bulimici, in cui si stempera il senso del proprio ruolo.

Questo generale processo di decadimento dello statuto del docente s’incrocia con la crescente centralità della famiglia nel processo educativo, decretata dalla riforma dell’autonomia. Qual ne è l’esito? Il risultato finale è che il successo formativo degli alunni dipende sempre più dalle caratteristiche socio-economiche e culturali di partenza delle famiglie e dei territori in cui essi dimorano e sempre meno dall’istituzione scolastica. Il successo formativo, vale a dire, obbedisce alla logica della “profezia che si autoadempie”.

E’ il dito che è rotto.

Che la didattica sia a distanza o in presenza, poco importa. Il problema di fondo è che la scuola resta autonoma. Sola. Le scuole di territori forti economicamente e socialmente secedono dalla “Scuola”.

Contro ogni con-fusione comunitaria, nella quale la scuola affonda, e non solo, occorrerebbe in realtà recuperare il distanziamento sociale o, detto altrimenti, la società, per rifondarne le alte funzioni educative ed emancipative.

FINESTRA SULLA PAROLA

Ad Haiti non si possono raccontare storie durante il giorno. Chi racconta di giorno merita che gli accada una disgrazia: la montagna gli lancerà in testa una pietra, sua madre potrà solo camminare a quattro zampe. Le storie si raccontano di notte, perché di notte il sacro è reale, e chi sa raccontare racconta sapendo che il nome è quella cosa che il nome nomina.”

                                                                                   Eduardo Galeano, Las palabras andantes


[1] L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento.” Regolamento Autonomia scolastica, DPR 275 del 08/03/1999, art. 1, comma 2.

[2] Documento OCSE: Education at a glance 2013 nella scheda paese relativa all’Italia: “Tra il 2005 e il 2011, l’Italia ha conseguito risparmi nei settori dell’istruzione primaria e secondaria di primo grado aumentando il numero di studenti per insegnante. (…)

Si potrebbe pensare che una tale misura avrebbe potuto nuocere alle opportunità di apprendimento degli studenti, ma fin qui, tali risparmi sull’istruzione scolastica non hanno compromesso i risultati dell’apprendimento degli studenti: gli esiti per gli studenti quindicenni nella valutazione PISA 2009 sono risultati stabili nelle competenze di lettura (rispetto al 2000) e sono migliorati significativamente in matematica (dal 2003) e in scienze (2006). Di conseguenza, il sistema sembra essersi diretto verso una migliore efficienza nell’uso delle risorse.”

OECD 2019: “L’Italia spende circa il 3,6% del suo Pil per l’istruzione dalla scuola primaria all’università, una quota inferiore alla media OCSE del 5% è uno dei livelli più bassi di spesa tra i paesi dell’OCSE. La spesa per studente spazia da circa 8000 US$ nell’istruzione primaria (94% della media OCSE) a 9200 US$ nell’istruzione secondaria (92% della media OCSE) e 11.600 dollari statunitensi nei corsi di studio terziari (74% della media OCSE) o circa 7600 US$ se si esclude la spesa per ricerca e sviluppo. Sebbene la spesa per studente aumenti ai livelli superiori di istruzione il divario rispetto alla media OCSE diventa più ampio in quanto la spesa per l’istruzione aumenta di più in altri paesi dell’OCSE.

La spesa è diminuita del 9% tra il 2010 e il 2016 sia per la scuola che per l’università, più rapidamente rispetto al calo registrato nel numero di studenti, che è diminuito dell’8% nelle istituzioni dell’istruzione terziaria e dell’1% nelle istituzioni dell’istruzione primaria fino all’istruzione posta secondaria non terziaria”.

Di “Bollenti Spiriti” e di altri fantasmi. Intervista a Onofrio Romano

Scritto da: Salvatore Romeo , 26 maggio 2015

Da qualche giorno nella coalizione capeggiata da Michele Emiliano è esplosa l’ennesima astiosa polemica. Ma questa volta l’oggetto del contendere non sono i cosiddetti “impresentabili” candidati nelle diverse liste che sostengono l’ex sindaco di Bari, bensì un punto di fondamentale importanza politica e di grande rilevanza simbolica. Nel mirino di Emiliano è finito nientemeno che “Bollenti Spiriti”: il programma di coalizione prevederebbe infatti un suo ridimensionamento, volto a finanziare il cosiddetto “reddito di dignità” (poco più di 500 Euro per i percettori di redditi al di sotto della soglia di povertà in cambio di prestazioni di lavoro di pubblica utilità). Dura è stata la reazione dell’ideatore del progetto, Guglielmo Minervini, candidato nella lista “Noi a Sinistra per la Puglia”. Al netto delle polemiche di  rito, la questione è quanto mai delicata. “Bollenti Spiriti” può essere considerato infatti l’emblema del decennio vendoliano. Sulle realizzazioni di quel programma è stata costruita gran parte della “narrazione” sulla “Puglia Migliore”.  Ma un’analisi completa sulle implicazioni concrete e sui presupposti culturali di quella politica ancora dev’essere svolta. Ne abbiamo discusso con Onofrio Romano, ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Bari.

Una recente ricerca del Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia e Comunicazione dell’Università di Bari (“L’innovazione nelle Politiche Giovanili: il caso Bollenti Spiriti in Puglia”) rivela che 2/3 dei progetti finanziati nel quadro del primo bando di “Principi Attivi”, conclusosi nel 2010, sono attualmente attivi. Tuttavia, ad oggi, solo il 14% dei soggetti coinvolti dichiara che quella stessa attività rappresenta la sua occupazione prevalente. Alla luce di questi dati, come si possono giudicare gli esiti di quel programma sull’occupazione giovanile in Puglia?

La disoccupazione giovanile in Puglia è al 58,1%. Siamo nel novero delle dieci regioni europee con più elevata disoccupazione giovanile. In Italia, solo la Calabria fa peggio di noi. Punto.
Il governo regionale ci direbbe, però, che l’obiettivo di Bollenti Spiriti non è direttamente economico, bensì culturale. Non è creare impresa, occupazione, sviluppo ecc., ma favorire lo spirito d’auto-attivazione, offrire ai giovani un’opportunità di auto-formazione, incrementare la fiducia istituzionale ecc. Tutte dimensioni non misurabili (se non attraverso proxy costruite astrattamente – stavo per dire “ideologicamente”), tanto meno nei loro effetti diretti su sviluppo e occupazione. In queste condizioni, parafrasando Popper, le politiche adottate dal governo regionale diventano “non falsificabili”, quanto ad appropriatezza ed efficacia.
Insomma, tutti sappiamo che per vincere una partita di calcio occorre segnare nella porta della squadra avversaria. Qui in Puglia, invece, ci siamo inventati una porta immaginaria e in quella continuiamo entusiasticamente a insaccare. Ognuno si consola come può. Certo, sempre meglio che insaccare nella porta della propria stessa squadra, ossia fare autogol ed esultare come deficienti, come sta facendo il nostro Presidente del Consiglio…

I principi di “attivazione sociale” o di “autoimprenditorialità” che hanno ispirato “Bollenti Spiriti” vengono oggi rilanciati da diverse istituzioni: governo e Confindustria, ma anche la stessa Commissione Europea con il recente programma “Garanzia Giovani”. L’esito che si prospetta è però paradossale: gli aspiranti imprenditori aumentano mentre il potere d’acquisto dei consumatori, a causa dell’aggravarsi della recessione, diminuisce. Si tratta di un errore di impostazione o gli obiettivi che si perseguono sono altri rispetto a quelli strettamente economici?

Sì, è davvero paradossale. Noi non siamo in una crisi di offerta, bensì di domanda. La crisi non deriva da un’insufficiente valorizzazione delle risorse materiali e immateriali. Siamo, all’opposto, in una crisi d’abbondanza. Il problema è che l’enorme surplus prodotto dalle nostre economie viene catalizzato, come nell’Ottocento, dai titolari del capitale, lasciando a bocca asciutta i produttori. Perciò non ha alcun senso puntare su un’ulteriore valorizzazione “molecolare”. Ne risulteranno attività produttive marginali, periferiche e stabilmente precarie. Solo la politica può ribaltare questa situazione, se si decidesse a intervenire a gamba tesa nei processi di riproduzione e redistribuzione.
Allora, perché si continua invece a insistere con questo tipo di politiche? La ragione c’è ed è tutta ideologica (in senso squisitamente marxiano: promuovere una narrazione che descrivendo l’assetto sociale presente come rispondente a canoni “naturali”, consenta di nasconderne le contraddizioni, permettendo ai dominanti di continuare a dominare). In questo senso, è vero che le misure à la Bollenti Spiriti hanno un obiettivo prevalentemente culturale e non economico. Ma è un obiettivo completamente diverso da quello spacciato dai loro ideatori. E’ convincere le cittadinanze che non vi sia altra via allo sviluppo e all’emancipazione se non quella che passa per la valorizzazione di “mercato”. L’obiettivo è convincere tutti che il mercato sia un’arena “neutra”, senza gerarchie e senza striature di potere, in cui se uno è bravo, volenteroso e talentuoso troverà certamente spazio e riconoscimento. Così, l’assetto che consente ai detentori del capitale di succhiare tutto il valore diventa inamovibile. Questo è l’unico obiettivo.

Una generazione di “imprenditori di se stessi” è una generazione votata alla competizione. E, date le circostanze oggettive particolarmente difficili di questo momento, drammaticamente esposta al fallimento individuale. Che tipo di conseguenze sociali e psicologiche possono derivare dalle politiche di attivazione?  

Devastanti. Il carico di frustrazione, rabbia e depressione cui ci espone un simile innalzamento delle aspettative – del tutto sconnesso dalle condizioni di realtà – ci ricadrà addosso nei prossimi anni, quando le stampelle istituzionali a sostegno delle attività create si sgretoleranno definitivamente. Il gioco perverso di questi strumenti consiste proprio in questo: caricare sulle spalle degli individui le colpe sistemiche. ‘Io, istituzione, ti dò la spinta iniziale; il mercato è lì pronto ad accoglierti; ergo, se la tua attività non funziona è esclusivamente colpa tua’. Se fallisci, vuol dire che tu, esclusivamente tu, sei un fallito. L’operazione ideologica consiste proprio nell’occultare l’esistenza del sistema: esiste solo l’attore. Tutto dipende da lui.
Per fortuna, gli effetti saranno mitigati dal fatto che queste politiche sono rivolte principalmente ai “migliori” (più che “la Puglia migliore”, lo slogan giusto per questi anni avrebbe dovuto essere “la Puglia dei migliori”). E i migliori se la cavano sempre, in qualche modo, anche senza il pistone istituzionale (o, meglio, il pistone istituzionale accompagna loro anche quando non è visibile a occhio nudo). I “normali” sono stati esclusi alla fonte, quindi non subiranno grandi conseguenze.

Il soddisfacimento dei bisogni sociali dei contesti urbani pugliesi è uno degli obiettivi fondamentali del programma “Bollenti Spiriti”. L’idea di fondo è che la cosiddetta “società civile” sia in grado di capire e soddisfare quelle esigenze meglio dell’operatore pubblico. Le cose stanno realmente così?

Penso che queste elezioni rappresentino una cesura rispetto allo spirito degli ultimi venticinque anni, caratterizzati appunto dall’enfasi sulla società civile, l’epopea dei nuovi sindaci e dei nuovi governatori. Questa stagione si è fondata sull’idea che l’auto-attivazione sociale, intrecciata a filo doppio con l’auto-regolazione di mercato, potesse teletrasportare il Sud dentro il gran mondo. La politica è stata relegata in un ruolo neutro, di mera assicurazione dei servizi pubblici essenziali in una logica universalistica di legalità e trasparenza (pensata apposta, cioè, per chi non ha bisogno della politica, perché sta già bene di suo). Siccome questo assetto è quello tipico delle società forti, ricche e centrali, abbiamo pensato bene che calandolo a Sud anche noi saremmo diventati forti, ricchi e centrali. Ma non funziona così. L’assetto fondato su “società civile-mercato-politica neutra” non è la “causa” dello sviluppo e dell’emancipazione, ne è solo l’effetto.
Oggi paghiamo il conto di questo abbaglio. Non serve a nulla lamentarsi moralisticamente dell’emergere dei nuovi cacicchi meridionali (De Luca, Emiliano ecc.) e dei nuovi patrons in odore di mafia caricati nelle liste. Questo è solo il sintomo del bisogno prorompente di grande politica (una politica che dia da mangiare al corpo e all’anima, finalmente) manifestato dalla “società reale” contro gli spacciatori della “società civile”.

Lei in altra sede ha definito Guglielmo Minervini, il grande deus ex machina di “Bollenti Spiriti”, l’”architrave ideologico” dell’esperienza vendoliana in Puglia. I pilastri di quella ideologia (primato del sociale sul politico, valorizzazione dell’individuo contro lo Stato ecc.) sono però egemoni nella cultura politica della Sinistra italiana da tempo. E’ ipotizzabile una prospettiva diversa? E su quali basi?

Certo. Ma occorre porsi una domanda preliminare: chi ha deciso che la sinistra dovesse essere quello che è stata in questi anni? Chi ha pensato che essa dovesse identificarsi con la logica dei “Bollenti Spiriti”? In quale consesso collettivo è stata elaborata questa politica, dove s’è deciso che si dovesse far così e non in un’altra maniera? Qui c’è la nota, secondo me, più dolente. Poiché a prescindere da ogni valutazione sui “contenuti”, quel che è certo è che la sinistra ha rinunciato a elaborare discorsivamente il senso delle proprie azioni all’interno di corpi collettivi e democratici. Queste politiche sono state pensate a tavolino da personaggi nominati dall’autorità monocratica eletta direttamente dal popolo, insieme alle proprie impenetrabili clique. La beffa è che questi personaggi sono gli stessi che ci inondano quotidianamente di retorica dell’auto-attivazione, della partecipazione civica e via blaterando. Allora, prima di tutto, occorre ripristinare, a sinistra, i luoghi della discussione collettiva. Dopodiché, se vogliamo parlare di “prospettive” politiche concrete, io penso che non possa esserci sinistra senza una riassunzione in seno alle istituzioni collettive dei fattori produttivi (lavoro, terra, moneta). Nessuna politica di sinistra potrà darsi fino a che la sinistra continuerà a farsi paladina, più e meglio degli avversari liberisti, della gestione orizzontale (ossia della mercatizzazione) dei fattori produttivi. Solo recuperando sovranità sui questi fattori, è possibile organizzare una vita degna per tutti. In mancanza, continueremo a far servizio ai forti.

Abitare il mondo

di Onofrio Romano

Bisogna stare in guardia contro – quelle che a me paiono – le false dicotomie, le finte contrapposizioni. Ce ne sono diverse ad attraversare i nostri discorsi e tutte c’impediscono di giungere al fondo del problema. Prima tra tutte, la contrapposizione tra tecnocrazia liberista-mercantilista da un lato e popolo sovrano (democrazia) dall’altro.

Non che io pretenda di negarla. È evidentissima nel caso greco. E in Italia ne abbiamo fatto esperienza precoce. Ma ciò che altrove si presenta in forma di tragedia, da noi assume sempre una punta di farsa e non ci facciamo più caso. Nel 2013, ad esempio, abbiamo eletto un Parlamento connotato a stragrande maggioranza in senso anti-eurotecnocratico, seppure con declinazioni interne diversissime e inconciliabili tra loro. A cominciare dalla nostra declinazione, quella di Italia Bene Comune, che alludeva alla possibilità di costruire un nuovo ciclo socialdemocratico contro l’Europa dell’austerity. Senza alcun golpe, questo risultato è stato letteralmente ribaltato e oggi abbiamo a Palazzo Chigi un governo che fa esattamente le cose contro cui la stragrande maggioranza dei parlamentari è stata eletta. Gli unici rappresentanti della ricetta politica che oggi il Governo sta realizzando erano quelli della coalizione Monti, che alle elezioni hanno fatto una ben magra figura. Se guardiamo alla sostanza, il progetto politico che ispira tutte le riforme renziane (al netto dei fronzoli, ossia dell’involucro populista-novatore che lo incarta) è stato votato dal 10% degli italiani. Il restante 90% si è espresso, con declinazioni molteplici, contro quel progetto. Eppure, sfruttando tutte le contraddizioni interne, surfando su una lunga fila di utili idioti (dai grillini agli occupanti Pd), nonché operando all’occorrenza le dovute forzature istituzionali (leggi: mancato incarico a Bersani), la tecnocrazia europea è riuscita a imporre il suo progetto di governo e successivamente anche a legittimarlo sul piano democratico, visto l’esito delle elezioni europee: ma questo è stato possibile poiché, com’è tradizione, gli italiani sono molto più sensibili agli involucri (populisti) che ai contenuti politici (hanno votato l’estetica renziana, non certo un progetto politico). Quindi, lungi da me la volontà di negare l’esistenza di una sistematica prevaricazione da parte dell’élite tecnocratico-liberista-mercantilista europea a danno del popolo sovrano. 

Credo, tuttavia, che questa contrapposizione faccia velo ad problema più serio, indigeribile e per molti versi tragico, che ci riguarda direttamente. Dal lato della tecnocrazia mercantilista c’è un progetto forte e chiaro. Non solo un modello ideale ma una realizzazione concreta e operante, un sistema che “funziona”, a prescindere da ogni valutazione sui suoi effetti sociali, culturali ed economici. Comunque, dentro questo regime, le cose vanno, camminano. Dall’altra parte, invece, semplicemente non si vede a quale altro regime si alluda. C’è uno stare a ridosso degli inconvenienti creati dall’austerity liberista che culmina in una serie di “no”, senza dar vita ad un sistema visibile e, soprattutto, credibile. 

Non è un caso, in queste condizioni, che s’intensifichi il ricorso allo strumento del referendum. E’ la maniera migliore per riaggregare la comunità dei dissenzienti intorno ad un “no” puntuale, rinviando strutturalmente la definizione del “sì”, ossia del “sistema” alternativo a quello che produce i numerosi disastri cui dire no. Da organizzatori di conflitto, ci siamo trasformati in organizzatori di referendum (e prima ancora di primarie). Allestendo il simulacro della contrapposizione amico-nemico, questo offre, infatti, ad una comunità ormai politicamente afasica una possibilità di sfogo, l’illusione di avere una squadra e un progetto per i quali combattere. La sinistra tutta si è sbilanciata moltissimo verso questa modalità politica, sbarazzandosi al contempo delle arti dure della mediazione e dell’organizzazione. Alcuni dei protagonisti del cantiere aperto a sinistra del Pd, oltre ad aver già attivato nuovi percorsi referendari contro le riforme di Renzi, teorizzano esplicitamente nelle loro interviste la necessità di calibrare il soggetto politico a venire intorno all’organizzazione sistematica di referendum, sulla scorta dell’esperienza dei quesiti sull’acqua. Ottimo esempio davvero: l’esito di quella consultazione, infatti, è stato tradito pressoché ovunque in Italia (e spesso anche da coloro i quali se ne sono fatti paladini), senza che i votanti se ne avessero a male. Anche in questo caso, in Italia abbiamo avuto un’anticipazione da operetta di quella che è oggi la tragedia greca sul referendum anti-memorandum. Lo strumento del referendum, in fin dei conti, funziona come sbornia collettiva per dimenticare il vuoto che attanaglia la nostra alternativa di sistema. O, meglio, questo sistema alternativo esisterebbe pure, ma ci è inguardabile. Il referendum funziona e lo desideriamo proprio perché ci occulta la vista sull’altro sistema che le nostre critiche al regime presente evocano.

Abbiamo noi oggi la forza di dire quello che si dovrebbe dire e di mettere in campo quel che si dovrebbe mettere in campo? Siamo in grado cioè di riconoscere e di esplicitare pubblicamente che quel che occorre, allo stato, è che la politica ritorni né più né meno che a “pianificare la produzione e la redistribuzione della ricchezza”? Ne abbiamo la forza, il coraggio? Siamo in grado di andare sui media a dire che la politica deve decidere che cosa, quanto, e soprattutto “come” produrre (con quali parametri sociali e ambientali)? Sapremmo caricarci delle poste in gioco istituzionali incluse in una simile prospettiva? È qui il nodo. Io penso proprio di no. E l’inchiodarsi del dibattito intorno al dilemma “euro sì/euro no” è un’altra forma di rimozione. Un’altra contrapposizione fasulla che serve solo a rimandare il problema di fondo. 

Non abbiamo questa forza perché stiamo ancora nel trauma generato dalle conseguenze nefaste dell’applicazione di quella logica politica (dello statalismo, per dirlo alla grossa). Ma invece di confrontarci intellettualmente e politicamente con quelle conseguenze, provando a elaborare qualcosa di più avanzato che tuttavia resti dentro la logica del “collettivo che decide sovranamente sul proprio destino”, noi preferiamo svicolare e rimuovere. Così, non si va da nessuna parte.

Ma un barlume di speranza c’è. Va accolta, a mio avviso, la provocazione di Emiliano Brancaccio: il popolo greco ha mostrato maggiore lucidità, maturità e determinazione del suo governo e delle sue classi dirigenti. In questo senso: il trauma della “politica pianificatrice dello sviluppo” ce l’abbiamo soprattutto noi, diciamo così, “intellettuali”. Masse crescenti di popolazione stanno, invece, da un’altra parte. E probabilmente sono già pronte ad accogliere la logica politica che più ci appartiene e che più sarebbe opportuno (direi, persino necessario) mettere in campo in questa fase.

Non ci s’illuda che lo stare a ridosso del “disagio” provocato dal regime neoliberista sia sufficiente a costruire un’alternativa politica (come ha giustamente sottolineato Stefano Fassina). Quando prima dicevo che abbiamo smesso di organizzare il conflitto e ci siamo messi a organizzare referendum, non intendevo alludere ad una sorta di natura auto-propulsiva del conflitto, che da sé solo conduce verso l’altro mondo. Il conflitto non lo organizzi se non fai “vedere” un sistema alternativo, la sponda verso cui guidi i naufraghi. Il disagio in sé non basta a giustificare la messa in cammino, se non è nota la destinazione. Il disagio c’è – questo è fuor di dubbio – ma coloro che vi stanno dentro non vedono un sistema differente (perché non c’è un’organizzazione politica che glielo faccia vedere). Che cosa pretendevamo da Tsipras?

Si tratta, infine, di uscire anche dall’altra falsa dicotomia: austerità vs. crescita. Pensiamo forse che gli austeri non vogliano la crescita? Pensano, semplicemente, che una “vera” crescita non sia possibile senza rigore di bilancio. Puntare sugli “investimenti” non è un’alternativa all’austerità. Non è la sottoproduzione il problema, a questo stadio dello sviluppo. A livello aggregato produciamo come mai prima. Non c’è un problema di crescita, di carenza di risorse e di produzione. Il problema è come viene “regolata” oggi la produzione e la distribuzione della ricchezza. Se reclamiamo generici investimenti restando muti sulla questione della regolazione, ossia accettando l’attuale assetto della globalizzazione liberista, quegli investimenti partoriranno topolini. Né si stratta di un problema di scala: abbandonare la macro-regione europea (insieme all’euro) per tornare a competere come stato-nazione (ossia sostituire la svalutazione del lavoro con la svalutazione della moneta, lasciando sempre immutato l’assetto sistemico globale). È un problema di logica regolativa, non di scala. Ce la sentiamo di mettere in piedi, non semplicemente delle strategie di “auto-difesa della società”, come diceva Polanyi, ma una vera e propria cura della “habitation”, ossia l’organizzazione consapevole del nostro abitare il mondo? A questo dobbiamo dare una risposta. Tutto il resto è schermaglia inutile.

Il bimbo di ricerca

di Vincenzo Spadavecchia

Un mio maestro.Arrivava compunto in biblioteca-abiti consunti portati con dignità,una busta di plastica blu,come borsa da docente di tempi weberiani ormai archeologici,occhiali da piccolo professore a schermare pupille dense di concentrazione.Era il mio eroe,il”bimbo della ricerca”.Usciva da quella sacca di sapienza i suoi preziosi strumenti di lavoro-le sue penne,i suoi quaderni ben conservati e si predisponeva a gustare la deliziosa libagione che l’inserviente di biblioteca stava per portargli.Dinanzi al volume d’enciclopedia non era raro sentirlo mugugnare:”veramente interessante!”.Lo rivedo piegato a ricopiare con un entusiasmo da scoperta seminale quelle voci di enciclopedia.Avrei voluto possedere, nel mio infimo cervello da deficiente,la minima quota del suo universo in composizione.L’ho scolpito in me quel”bimbo di ricerca”.Lo vedo in ogni fotografia che venga da un mondo altro-che sia una bimba indiana in una catapecchia infracidita d’alluvione,sorridente,un quaderno ingiallito dinanzi a sè,la penna pronta all’uso,che siano bimbi in un villaggio africano,sgangheratamente raccolti attorno ad un maestro improvvisato,campioni di un afflato di conoscenza ormai fantasmaico nel mondo della panicità malata,solo egotica.Circondato di ogni cosa di scibile che mal uso,vedo quel folletto di vera saggezza,uscito fuori dal”Regno delle Fate”che invano Mario Manlio Rossi volle illustraci,umiliarmi di suoi pochi libri ben compulsati.Dovunque tu sia,”bimbo di ricerca”-al tornio,al banco del panettiere,nelle campagne a sanguinare dalle mani-novello Cristo,sporco di calce oppure in camice bianco a discettare di rara malattia o luminare filosofico ad Heidelberg…sappi che se mai l’Angelus Novus abbia deciso,nella sua imperscrutabilità,di prendere forma umana,ha preso la tua.In Memoriam Gianni Rodari

Requiem per Astrid Kirchherr


di Vincenzo Spadavecchia

E’il vento di porto che soffia stasera a spingere questa carretta di mare.Il dodici di maggio ha portato via Astrid Kirchherr.Questa creatura amburghese che condivideva la stessa aura di Aby Warburg,incise nel suo bianco e nero l’immagine rivoluzionaria r’nr dei primi Beatles.Nulla è più iconico dell’immagine di John Lennon appoggiato allo stipite della porta d’ingresso dello”Star Club”-a sputare in faccia all’avventore,a chi guarda:”la potenza e la grandezza dei Beatles”.Lei si tinse di sangue di cervello,quello steso sulle tele in modo da veggente dal suo compagno,Stu Sutcliffe,quasi ad indossare le vesti di una “Maddalena”exis.Ne uscì da eterna musa tedesca dei ragazzi di Liverpool.E’una ingiusta catena.L’angelo stipitale tracima in rivoli densi di humus che nutrono l’opera dell’ineffabile e poliedrico Klaus Voormann e di molti giovani fotografi della Germania che processava il vomitevole passato nazista.E’ tutto un mondo di ruggine corrosa dalla salsedine che piange di rosso come sangue-sono le puttane,i travestiti,gli ubriaconi,i depravati,i drogati,tutta la”futura umanità”del quartiere a luci rosse di Amburgo a comporre questo corteo funebre disegnato da George Grosz.E’ un urlo di sconfitta che si alza dallo stadio di Sankti Pauli,la sera del dodici di maggio.E’ John Lennon che ringhia:”I grew up in Hamburg-Not Liverpool”.Ascoltatalo urlare,nel vento di porto,”Leave My Kitten Alone”-In Memory of Frances Amelia Yates(1899-1981)