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Il bimbo di ricerca

di Vincenzo Spadavecchia

Un mio maestro.Arrivava compunto in biblioteca-abiti consunti portati con dignità,una busta di plastica blu,come borsa da docente di tempi weberiani ormai archeologici,occhiali da piccolo professore a schermare pupille dense di concentrazione.Era il mio eroe,il”bimbo della ricerca”.Usciva da quella sacca di sapienza i suoi preziosi strumenti di lavoro-le sue penne,i suoi quaderni ben conservati e si predisponeva a gustare la deliziosa libagione che l’inserviente di biblioteca stava per portargli.Dinanzi al volume d’enciclopedia non era raro sentirlo mugugnare:”veramente interessante!”.Lo rivedo piegato a ricopiare con un entusiasmo da scoperta seminale quelle voci di enciclopedia.Avrei voluto possedere, nel mio infimo cervello da deficiente,la minima quota del suo universo in composizione.L’ho scolpito in me quel”bimbo di ricerca”.Lo vedo in ogni fotografia che venga da un mondo altro-che sia una bimba indiana in una catapecchia infracidita d’alluvione,sorridente,un quaderno ingiallito dinanzi a sè,la penna pronta all’uso,che siano bimbi in un villaggio africano,sgangheratamente raccolti attorno ad un maestro improvvisato,campioni di un afflato di conoscenza ormai fantasmaico nel mondo della panicità malata,solo egotica.Circondato di ogni cosa di scibile che mal uso,vedo quel folletto di vera saggezza,uscito fuori dal”Regno delle Fate”che invano Mario Manlio Rossi volle illustraci,umiliarmi di suoi pochi libri ben compulsati.Dovunque tu sia,”bimbo di ricerca”-al tornio,al banco del panettiere,nelle campagne a sanguinare dalle mani-novello Cristo,sporco di calce oppure in camice bianco a discettare di rara malattia o luminare filosofico ad Heidelberg…sappi che se mai l’Angelus Novus abbia deciso,nella sua imperscrutabilità,di prendere forma umana,ha preso la tua.In Memoriam Gianni Rodari

Requiem per Astrid Kirchherr


di Vincenzo Spadavecchia

E’il vento di porto che soffia stasera a spingere questa carretta di mare.Il dodici di maggio ha portato via Astrid Kirchherr.Questa creatura amburghese che condivideva la stessa aura di Aby Warburg,incise nel suo bianco e nero l’immagine rivoluzionaria r’nr dei primi Beatles.Nulla è più iconico dell’immagine di John Lennon appoggiato allo stipite della porta d’ingresso dello”Star Club”-a sputare in faccia all’avventore,a chi guarda:”la potenza e la grandezza dei Beatles”.Lei si tinse di sangue di cervello,quello steso sulle tele in modo da veggente dal suo compagno,Stu Sutcliffe,quasi ad indossare le vesti di una “Maddalena”exis.Ne uscì da eterna musa tedesca dei ragazzi di Liverpool.E’una ingiusta catena.L’angelo stipitale tracima in rivoli densi di humus che nutrono l’opera dell’ineffabile e poliedrico Klaus Voormann e di molti giovani fotografi della Germania che processava il vomitevole passato nazista.E’ tutto un mondo di ruggine corrosa dalla salsedine che piange di rosso come sangue-sono le puttane,i travestiti,gli ubriaconi,i depravati,i drogati,tutta la”futura umanità”del quartiere a luci rosse di Amburgo a comporre questo corteo funebre disegnato da George Grosz.E’ un urlo di sconfitta che si alza dallo stadio di Sankti Pauli,la sera del dodici di maggio.E’ John Lennon che ringhia:”I grew up in Hamburg-Not Liverpool”.Ascoltatalo urlare,nel vento di porto,”Leave My Kitten Alone”-In Memory of Frances Amelia Yates(1899-1981)

Note panunziane oo/oo r’n’r e guerriglia


di Vincenzo Spadavecchia

A disonore di tutta la canea,da bastardini spelacchiati, sull’anniversario del maggio francese, che da sempre dobbiamo sorbirci-eccola, una vera azione di controguerriglia americana antivietnamese.una enorme bandiera statunitense sparata addosso a tutti quei beatniks parigini, che erano in attesa di un messia no-american, folkettante, sdilinquente di finti sapori agresti.in culo-appare uno spiridionico allucinato scheletrico idolo d’africa supportato dalla più cazzuta backing-band del tempo.pura celebrazione di spirito d’america a parigi, nel 1966-altkekazz

Nel confinamento, un bagliore di decrescita

[ Ginestra Rossa ospita il documento su quarantena e decrescita prodotto dalla Maison Commune de la Décroissance. N.B.: non è una raccolta firme]

È stato di martedì, a mezzogiorno, e nessuno l’aveva previsto. Senza la minima resistenza, abbiamo accettato lo sconvolgimento. Un’autolimitazione collettiva, poi individuale. Non è quel “passo di lato” che noi decrescitisti abbiamo sempre auspicato. Né è scontato che le misure di confinamento, così come le subiamo oggi, rivelino il fallimento delle politiche pubbliche a monte della pandemia, che si traduce a valle in una gestione autoritaria e tecnocratica. Si tratta delle due facce di una medesima biopolitica della crescita. Manageriale, elitaria, indecente e insensibile. D’altro canto, nel confinamento vi è come un “passo sospeso della cicogna”. E non va disdegnato. Dopo il confinamento, sarà il turno della recessione, assisteremo a contraccolpi e a reazioni; ma “durante” il periodo di quarantena, accidentalmente, sperimentiamo una specie di decrescita. Quale, esattamente?

Viviamo un momento storico, poiché all’improvviso l’imperativo economico dell’accelerazione e della dismisura è stato sospeso, messo tra parentesi. Una parentesi aperta il 9 marzo 2020 in Italia, il 17 marzo in Francia. Parentesi che forse si richiuderà a maggio o a giugno, ma aperta in questo momento nel cuore della globalizzazione e nel mondo intero. Più della metà della popolazione mondiale è confinata! Una parentesi di minore produzione, minor consumo, che significa meno estrazione, meno rifiuti, meno inquinamento, meno spostamenti, meno rumore, meno lavoro, dunque meno reddito; e ancora, niente vacanze, musei, concerti, eventi e incontri sportivi. Nient’altro che un “essenziale”, tutto da definire…

Che si viva in campagna o in città, una certa qualità della vita è preservata, sebbene con gradi molto ineguali di “resilienza” (giardino o balcone o finestra) e di sofferenza, che non va trascurata: una decrescita metà subìta e metà scelta. Le condizioni di vita sono molto più difficili per le persone più vulnerabili – in particolare, laddove vi è violenza domestica –, tuttavia la sobrietà si fa strada e le nostre relazioni sociali, familiari, amicali diventano rimedi preziosi. Si fa strada la ri-localizzazione, la filiera corta, il rallentamento, la rinuncia. Partecipiamo o assistiamo a manifestazioni di solidarietà e di creatività, contempliamo il risveglio della primavera. Insomma, si manifesta la gioia di esistere semplicemente e questo grazie alla nostra organizzazione sociale comune, frutto di un minimo di vita democratica a partire dal 1945, che garantisce ancora l’essenziale: un po’ di pace sociale. Certo, il Presidente Macron ha dichiarato: “siamo in guerra”. Ma non è una guerra, poiché non c’è nessun nemico da battere, nessun essere umano da uccidere, a meno di non distorcere il senso delle parole per finalità biopolitiche. Certo, ci sono dei morti: quindi forse è una mezza guerra, ma non vi è nessun nemico all’orizzonte. Mezza guerra e dunque mezza pace, diffusamente amministrata dal personale dei servizi pubblici e dei servizi alla persona, che limita la pandemia permettendo l’accesso dei malati alle cure. I servizi pubblici ma anche tutte quelle funzioni – questa sorta di “paese sotterraneo” – che si trovano “in prima linea”, evitandoci un crollo generale. Nemmeno lo Stato sembra crollare, come stordito dalla sua stessa audacia nell’aver preso la decisione di porre un freno all’economia; purtroppo, esso si auto-conferma amplificando più che può la sua autorità poliziesca e le sue sperimentazioni giuridiche da stato d’eccezione.

Mezza guerra con la morte in agguato; mezza pace perché sono stati vietati gli agguati. La morte – limite di ogni vita – fa paura. Soprattutto in un regime politico di crescita che si presume infinita, un regime interpretabile come l’organizzazione sociale della negazione della morte. La morte può fare paura e una cattiva paura è sempre un buon arnese per un potere che mira ad auto-preservarsi: da qui, la mezza guerra. 

Prima lezione per la decrescita: se essa fa appello ad una cattiva paura, muore. La decrescita è una parentesi, ma nella pace. 

Stando al confino, abbiamo la possibilità di riflettere su un dato: “l’imprevedibile è avvenuto”. Bisogna esserne consapevoli: grazie al confinamento, i governanti hanno scelto di salvare delle vite invece che l’economia. Il passo sospeso della vergogna? Quale che sia la diversità delle nostre condizioni sociali di vita, ed esse non sono certo facili per tutti/e, possiamo assaporare in profondità questi momenti: l’alleggerimento dell’impronta ecologica, la consistenza dei legami che ci uniscono, lo spessore dei silenzi, l’aria che si purifica, il colore delle nostre vite, il fruscio del vivente. Carpe diem! Teniamo a mente questo sapore, quello del sale, del senso della nostra vita comune. Carpe dies relegationis!

Insomma, questo confinamento è un po’ una decrescita: finora nulla è mai somigliato di più alla decrescita che questo momento “consentito” di confinamento; tanto più che vi è anche un parziale razionamento dei beni per (quasi) tutti.

La nostra impronta ecologica decresce globalmente e pacificamente, per ora. Date le circostanze, questo momento è ecologicamente un po’ più tollerabile per l’umanità. Il bilancio ecologico di questa parentesi decrescitista sarà inconfutabile: “è stato un tempo di tregua, un tempo di riposo”. Ma dopo il confinamento, che cosa dobbiamo aspettarci?

Economicamente, sarà tutta un’altra storia. Socialmente, ancor peggio, la nostra attenzione all’altro e la nostra preoccupazione per l’altro ci obbligano a denunciare senza remore il lato oscuro di questo confinamento. È chiaro che la pandemia colpirà soprattutto i più deprivati, gli impoveriti dal sistema economico. E, soprattutto, non scomparirà l’indecenza degli ultra-ricchi, seppur confinati. Nessun miracolo investirà i governi. Non è (ancora) immaginabile la sottrazione delle ricchezze agli arricchiti (attraverso prelievi straordinari sui patrimoni e sui redditi, come nel dopoguerra) per garantire la redistribuzione e il ben-vivere a tutte e a tutti in una società socialmente decente. La decrescita delle disuguaglianze non è ancora all’ordine del giorno.

Per il momento, si tratta piuttosto di un cambiamento d’ora… e di anno nel programma: eccoti qua 1984! Il Grande Fratello è davvero qui, ci guarda, c’invia SMS, ci spia, ci registra, ci parla dall’alto del suo drone, ci bracca attraverso il nostro smartphone, ci dissocia, ci individualizza. Il senso della tecnica è fortemente politico… Telelavoro, telemedicina, didattica a distanza, skype-aperitivo, ecc. Gli schermi accartocciano la nostra sensibilità. Accelerazione delle reti sociali che non possono che ri-connettere ciò che prima era separato. Anche qui, piccolo dettaglio politico, nessun miracolo investirà la condivisione dei poteri: i governi continuano a decidere da soli, senza di noi, quindi contro di noi. Ovunque, la democrazia è messa in quarantena. La cura da cavallo è questa: decreti a tutto spiano! Non c’è da gioire, democraticamente parlando. Soprattutto se ci ricordiamo che il colpo di stato d’eccezione è già stato perpetrato e s’infiltra nella legge ordinaria.

Queste sono, per il momento, le lezioni che possiamo trarre dal confinamento: 

a) esso ha aperto una parentesi. Care decrescitiste, cari decrescitisti, teniamolo bene a mente. Non stiamo sognando: il sogno della decrescita è dunque possibile. In questo senso, la decrescita è uno spazio tra parentesi, un tragitto auto-organizzato verso società ecologicamente sostenibili, socialmente decenti e democraticamente organizzate, passando per la compressione dell’estrazione, della produzione, del consumo, della circolazione e dei rifiuti; 

b) quando la parentesi del confinamento sarà ufficialmente chiusa, sappiamo bene che non giungeremo miracolosamente in un mondo decolonizzato dall’immaginario della crescita, che l’economia avrà buon gioco a imporre nuovamente le sue narrazioni, i suoi debiti, i suoi ri-aggiustamenti strutturali, che essa strumentalizzerà una ri-localizzazione cosmetica al servizio di una sovranità distorta… Ma anche nell’ora della loro rivincita, disporremo di un nuovo argomento: ebbene sì, il politico può decidere d’imprimere una frenata all’economia. Ne avremo vissuto l’esperienza sulla nostra pelle. 

La decrescita è il buon senso che occorre per ricollocare (ri-fermare) il mondo al suo posto.

Zimmerman Olivier (Svizzera), Élodie Vieille-Blanchard, Mathilde  Szuba, Christian Sunt, Agnès Sinaï, Michel Simonin, Luc Semal, Onofrio Romano (Italia), Olivier Rey, Christine Poilly, Irène Pereira, Jean-Luc Pasquinet, Baptiste Mylondo, Karine Mauvilly, Vincent Liegey, Michel Lepesant, Bernard Legros (Belgio, Francis Leboutte (Belgio), Stéphane Lavignotte, Antony Laurent, François Jarrige, Mathilde  Girault, Maële Giard, Loriane Ferreira, Guillaume Faburel, Robin Delobel (Belgio), Alice Canabate, Thierry Brulavoine, Thierry Brugvin, Geneviève Azam, Alain Adriaens (Belgio).

Emiliano e M5S alla conquista del Sud

di Onofrio Romano

Due suggestioni visive sono emerse nel profluvio di analisi del voto. La prima offerta dal Giornale, che ha mostrato la mappa del Regno delle Due Sicilie del 1816 e quella della valanga elettorale Cinquestelle nel 2018, rivelando la perfetta sovrapponibilità dei confini. L’altra fornita dall’Istituto Cattaneo, che ha evidenziato la sorprendente similarità tra le percentuali ottenute in questa tornata elettorale dal M5S e quelle detenute nel 1992 dalla Democrazia Cristiana. Insomma, i pentastellati sembrano avere occupato posto e ruolo di quelle forze che storicamente hanno mantenuto il Mezzogiorno nel suo stato di minorità, compensando i meridionali con prebende e sussidi per la mancata inclusione nei circuiti della modernità. Le forze della “sedazione”. Il M5S si candida a catalizzare il disagio meridionale, depoliticizzando la rabbia che ne consegue ed evitando che essa si trasformi in una minaccia per gli assetti regolativi egemoni. Lo schema è sempre lo stesso: blandire il ribellismo (all’occorrenza da scatenare contro le forze progressiste) e conservare gli assetti che condannano il Mezzogiorno alla marginalità. 

Come si otterrà questo risultato è ancora tutto da vedere. Quel che è chiaro è che il populismo dei Cinquestelle ha carattere universalistico, non è cioè fondato, come d’abitudine a Sud, sul rapporto diretto tra cittadini e signorotti locali. Del resto, quantità e, soprattutto, modalità di funzionamento della spesa pubblica non consentono più la soluzione particolaristica. Ma qui occorre prestare attenzione al modello rappresentato da Michele Emiliano. Il governatore è la piattaforma girevole tra vecchio e nuovo. È riuscito a frenare in Puglia l’emorragia di consensi del Pd (-27 di decremento percentuale, in confronto ad esempio al -41.5% della Campania) e al contempo a rallentare l’ascesa del M5S (+76 d’incremento percentuale, rispetto al +123% della Campania). Il populismo di Emiliano è l’opposto di quello pentastellato: il suo consenso si basa sul reclutamento di detentori di bacini personali e apolitici di voti, stile Dc. Se i due fronti si dovessero in qualche maniera saldare, si consoliderebbe a Sud una nuova morsa politica che riporterebbe i meridionali al consueto stato di cattività dorata, all’eterno infantilismo politico, dove il lamento ribelle fa velo alla dipendenza dalla benevolenza paternalistica del padrone di turno. 

La sinistra spensierata

di Onofrio Romano

In politica funziona sempre così. Quando un modello va in crisi, i suoi apostoli si convincono ch’esso è più attuale che mai, anziché rimetterlo in discussione. Scommettono, cioè, che i fallimenti non siano dovuti alla sua inadeguatezza ma ad un’applicazione incoerente, troppo annacquata, quando non sabotata dal “cattivo” di turno. Paradossalmente, dunque, si riaffermano le stesse ricette di sempre con un’ostinazione e una radicalità senza precedenti. È quello che, nel suo piccolo, sta avvenendo alla sinistra pugliese, protagonista alcuni lustri or sono della fantomatica “primavera”. Ci si sarebbe aspettati, dopo la mazzata del 4 marzo, l’avvio di una riflessione collettiva profonda, senza sconti e auto-indulgenze sulla politica e sulle politiche realizzate in questi anni. È invece bastata una pallida vittoria in qualche sparuto municipio alle amministrative di giugno per generare nell’ambiente una grottesca euforia e convincersi che “no”, il modellino non s’è affatto rotto. Va solo somministrato con maggiore convinzione. Quale modellino? 

Da trent’anni, la sinistra ha smarrito ogni idea di “sistema”, ogni progetto di regolazione generale della società. Per non morire, ha quindi accettato senza condizioni la cornice politica dell’avversario (quella neoliberale, per intenderci), canalizzando tutte le proprie energie politiche verso la dimensione “locale”: civismo, cura dei beni comuni, auto-impresa, attivismo solidaristico, estetizzazione degli spazi ecc. Tutte cose completamente ininfluenti sulle variabili sistemiche che plasmano le esistenze delle persone. Quando non sei in grado di vedere vie d’uscita dal tunnel (costruito dall’avversario), puoi solo provare ad arredarlo. È per questo che la sinistra si ritrova senza un pensiero autonomo ma con un denso catalogo di buone azioni. Ed è per questo che perde alle politiche ma riesce a spuntare ancora qualcosa alle amministrative. Il problema giunge quando questa forma di ripiego si trasforma in strategia politica, reclamando un’ulteriore compressione del pensiero e una rinnovata valorizzazione degli arredatori di tunnel. Si veda, in proposito, la carrellata di donne e uomini di buona volontà (con i pugliesi in prima fila) dai quali, secondo l’Espresso in edicola, la sinistra dovrebbe ripartire. Insomma, la linea dettata dal gruppo editoriale che da tempo tiene al guinzaglio la sinistra è molto chiara: continuare con l’erotismo civico lasciando intatto ‘o sistema. Totale: altri trent’anni di subalternità.

La sciagura

È un’autentica sciagura il ritorno a settentrione dell’innovazione politica (leggi: sardine). Negli ultimi trent’anni essa ha dimorato a Sud. Mentre il Nord della Lega prima maniera si avvitava nella clausura identitaria a difesa della “roba” sua, a Mezzogiorno sorgevano le esperienze politiche più vivaci, quelle che alludevano a una trasformazione sociale in senso realmente progressivo. Dal movimento antimafia al risveglio civico che ha accompagnato i “nuovi sindaci”, fino alla vicenda tardiva, ma più avanzata politicamente, che ha interessato Bari e la Puglia a partire dai primi anni del nuovo millennio. Questa esperienza fruiva di due pilastri inediti che ne connotavano l’eccezionalità: uno di carattere storico, l’altro di carattere intellettuale. Com’è stato più volte sottolineato, si veniva fuori dall’incontro insieme traumatico e generativo con la Vlora, ossia con i vicini di fronte: i due lembi periferici di imperi contrapposti si ritrovavano d’improvviso al centro della storia, chiamati a costruire insieme un mondo nuovo sulle rovine della cortina di ferro. Sul piano intellettuale, poi, emergeva qui la sintesi più avanzata del pensiero critico postmoderno, che riformulava completamente i termini della questione meridionale e che senza rinnegare le radici auree della democrazia d’Occidente, ne denunciava le derive sociali ed ecologiche alludendo ad un’altra possibilità che proprio nel Mediterraneo trovava il suo luogo d’elezione. A questi due pilastri, se ne aggiungeva forse un terzo, di carattere più spiccatamente politico, dato dalla circostanza che chi guidava la nuova temperie era un erede del comunismo italiano e si riprometteva di rifondarlo. Insomma, vi erano tutte le premesse per costruire una vera alternativa di sistema. Promessa, inutile dirlo, non mantenuta. La ragione principale è di carattere strutturale: la “governanza” europea è una gabbia d’acciaio che disinnesca ab origine qualsiasi velleità di mutamento politico. Ma il versante dell’agency non è stato da meno: i nuovi leader hanno utilizzato l’enorme patrimonio storico, intellettuale e politico come risorsa motivante per “recuperare il ritardo”, ossia per rendere il Sud sempre più simile al Nord. Invece che costruire un altro mondo, hanno cercato di integrarsi in quello esistente. La solita subalternità mimetica. Per beffa, tra l’altro, l’operazione sembra riuscita solo dal punto di vista estetico (la Puglia che primeggia al cinema, a Sanremo e nel turismo), mentre a guardare i dati socio-economici tutto resta perfettamente invariato (se non peggiorato) rispetto a vent’anni fa. 

Le sardine bolognesi sono il segno del ritorno alla normalità: il Nord si è ripreso la fiaccola dell’innovazione politica. E questa è una brutta notizia per il Sud e per l’Europa intera. Il movimento in parola è infatti un movimento “conservatore” Ogni giorno dovremmo sorbirci le trovate più peregrine: dall’Ue del green new deal a Taranto, all’Erasmus Nord-Sud. Tutte proposte che alludono all’idea che questo è il migliore dei mondi possibili e bisogna trovare solo lubrificarlo ed espanderlo il più possibile. Quel mondo provoca risentimento disuguaglianza populismo e che lascia il Sud al suo destino e contro cui non c’è piano per il Sud che tenga.

Il neoborbonico come capro espiatorio

di Onofrio Romano

La mozione dei Cinquestelle per l’istituzione di una giornata in ricordo delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia, approvata il 4 luglio scorso a larghissima maggioranza dal Consiglio Regionale pugliese, ha ridato fiato alle trombe neo-borboniche, ossia a quel fortunato filone revisionista inaugurato qualche anno fa dal giornalista e storico per diletto Pino Aprile. La tesi è nota: l’Unità d’Italia è stata poco meno che un’annessione. I piemontesi hanno occupato militarmente il Sud, depredandone le risorse, passando per le armi gli oppositori, radendo al suolo interi paesi. Di più: il famigerato “divario” non è altro che un effetto dell’annessione. Prima del 1861, infatti, il Sud stava, per molti aspetti, meglio del Nord. Sotto i Borbone la vita dei meridionali scorreva serena e persino ben agganciata alla locomotiva della modernità.

La reazione non si è fatta attendere. Appelli, raccolte firme, articoli, prese di posizione di singoli intellettuali e d’intere società di studi storici hanno vigorosamente denunciato sia i contenuti della narrazione neoborbonica sia soprattutto le patologie socio-politiche che si nascondono dietro la sua diffusione e il suo riconoscimento politico-istituzionale (non il primo, per la verità). Non intendiamo aggiungervi qui la nostra denuncia (operazione ormai del tutto soprannumeraria), quanto piuttosto provare a pesare l’effettiva consistenza della “minaccia” neoborbonica. Pesarla sia sul piano quantitativo, ergo nel suo livello di diffusione a Sud, sia sul piano qualitativo, vale a dire nell’effettività della sua cifra “sovversiva”.

In una recente ricerca coordinata dall’Università di Bari – i cui principali esiti sono stati raccolti nel volume Buonanotte Mezzogiorno. Economia, immaginario e classi dirigenti nel Sud della crisi (Carocci 2017), a cura di Daniele Petrosino e del sottoscritto – abbiamo provato a testare, tra le altre cose, la diffusione della “sindrome neoborbonica” presso i membri della classe dirigente meridionale, sia attraverso un’indagine di tipo quantitativo sia con un affondo qualitativo. Ad un campione di oltre 1400 componenti della classe dirigente meridionale (variamente selezionati tra docenti universitari, imprenditori, giornalisti, politici, amministratori pubblici, nuove élite) sono stati somministrati una serie di enunciati (affermazioni di valore attinte da diverse fonti del dibattito pubblico su questioni sociali, economiche e politiche concernenti il Mezzogiorno e non solo) ordinati secondo la tecnica della scala Likert, nei confronti dei quali gli intervistati sono stati invitati a manifestare il proprio grado di accordo o di disaccordo. Tra questi figurano due enunciati “fuori scala” che fanno esplicito riferimento alla narrazione neoborbonica: uno di tipo descrittivo, l’altro di tipo normativo. Rispetto al primo (“L’Unità d’Italia è un mito che nasconde l’annessione, con la forza, del Sud al Nord”), il 60% dei rappresentanti della classe dirigente meridionale si è dichiarato in disaccordo. Sul secondo (“Affinché il Mezzogiorno conosca finalmente il suo riscatto, occorre costruire una forza politica autonoma che ne difenda gli interessi”), il dissenso sale fino a oltre il 73%. Da rimarcare, in questo caso, che gli imprenditori – ossia il segmento che siamo abituati a considerare più dinamico e novatore – manifestano maggiore indulgenza (60% di disaccordo) alla prospettiva del leghismo meridionale rispetto alla categoria dei politici (72% di contrarietà). Insomma, la sindrome neoborbonica non pare insinuarsi in maniera significativa nelle visioni di sviluppo detenute da coloro che si trovano alla testa del Sud, i quali invece presentano, nel complesso, tipi di mentalità del tutto allineati al mainstream del dibattito internazionale (dal neoliberalismo, all’enfasi sulla società civile, alla rivalutazione del ruolo dello Stato). 

Sul fronte qualitativo, l’indagine si è concentrata su un campione più ristretto di classe dirigente: oltre 60 soggetti selezionati tra i responsabili apicali di strutture incidenti per funzione e competenza sugli indicatori territoriali di sviluppo analizzati periodicamente nei rapporti Istat-DPS. Attraverso interviste in profondità, ci si è soffermati sulle ragioni dell’insuccesso delle politiche di sviluppo condotte nell’ultimo trentennio – la stagione del “localismo virtuoso”, come ribattezzata ironicamente da Franco Cassano – nonché sulle visioni e sulle ricette di sviluppo da adottare, a opinione degli intervistati, nella fase presente. Qui la sindrome neoborbonica scompare completamente. In nessuno dei protocolli d’intervista fanno capolino, nemmeno incidentalmente, le tesi care al repertorio neoborbonico. Quando si viene al sodo, ossia alla discussione sulle ragioni del mancato sviluppo e agli orizzonti futuri possibili, gli addetti al ramo appaiono del tutto alieni a infatuazioni revisioniste.

In sintesi, a dispetto della sua fortuna giornalistica e dei colpi di teatro messi a segno da singoli personaggi e consessi politici a corto d’idee, la sindrome neoborbonica non fa breccia tra i componenti della classe dirigente meridionale. Una delle ragioni di questa scarsa diffusione rimanda al secondo punto – quello qualitativo – cui abbiamo fatto cenno: quanto è sovversivo il neoborbonismo? A prescindere dalla loro diffusione, possiamo affermare che i contenuti della narrazione neoborbonica ci portino effettivamente sulla “cattiva strada” e quindi meritino una mobilitazione collettiva in senso oppositivo?

Ebbene, la ragione per la quale il neoborbonismo risulta assente nei discorsi dei membri della classe dirigente meridionale (almeno di quelli da noi consultati) è che esso è del tutto afasico. Non dice niente né sul piano descrittivo né soprattutto sul piano normativo. O meglio, esso non dice nulla di “inaudito”. Volendo essere ancor più precisi, il suo discorso è totalmente fagocitato, integrato nella vanvera corrente sullo sviluppo del Sud. Le fantasie storiche vendute (letteralmente) dal neoborbonismo sono, sul piano descrittivo, inservibili per la spiegazione delle ragioni del fallimento del localismo virtuoso. Ma la sua inoffensività si rivela soprattutto sul piano normativo. Qual è, vale a dire, la ricetta per il Sud proposta dai neoborbonici? Nient’altro che “l’autonomia del sociale”. Essi non vogliono certo il ritorno di un Ferdinando, ma essendo convinti che il Mezzogiorno è in sé vivo e dinamico, che la ragione della sua arretratezza stia nella depredazione secolare subita e non avendo sviluppato, al di là della generica e moralistica accusa di latrocinio rivolta al Nord, alcun apparato critico nei confronti del sistema regolativo vigente a livello globale, i neoborbonici sono convinti che il riscatto del Sud passi per la sua autonomizzazione. Per il “lasciar fare” agli attori meridionali. I quali, in realtà, ci dicono Aprile & Co., già fanno abbondantemente. Se non se ne vedono i frutti è solo colpa della cappa nordista che grava ancora sulle loro teste. Insomma, a guardar bene, quella proposta dai neoborbonici è la stessa ricetta – esattamente la stessa – applicata negli ultimi trent’anni a Sud: favorire l’autoattivazione degli attori territoriali (il localismo virtuoso). I “barbari” neo-borbonici hanno la medesima idea di società (e di sviluppo) dei “civili” che vi si scagliano contro.

Per riassumere: 1) la sindrome neo-borbonica ha scarso seguito presso le classi dirigenti meridionali; 2) le idee che promuove sono (sul piano normativo) del tutto “conformiste”, quindi inoffensive. Al netto della puzza sotto il naso che il cialtronismo intellettuale normalmente suscita tra le persone assennate, il neoborbonismo rappresenta oggettivamente una minaccia spuntata.

Possiamo dunque stare tranquilli? Certo che no. Ma le ragioni per non stare tranquilli non sono quelle denunciate dai protagonisti delle (pur meritorie) campagne anti-neoborboniche. I motivi d’inquietudine che la vicenda solleva vanno ricercati altrove. E, per farlo, la domanda giusta da porsi è: perché ci sentiamo minacciati da un pensiero così minoritario, inconsistente e conformista?

Poiché la vicenda è il chiaro sintomo della “nostra” afasia politica. Il meccanismo è sempre quello rivelatoci a suo tempo da Adorno & C. ne La personalità autoritaria. Il sistema nel quale galleggiamo da oltre trent’anni (quello neoliberale) produce un disagio profondo al quale non sappiamo rispondere. Riteniamo di vivere nel migliore dei mondi possibili, rispetto al quale ogni alternativa è sempre peggiore. Ma nel migliore dei mondi stiamo sempre peggio. Dovremmo metterlo in discussione. Questo, però, implica che ci si assuma la responsabilità “politica” della costruzione del mondo. Cosa inaudita. Questo sistema non lo permette, poiché la sua promessa di benessere è fondata proprio sull’automatismo del mercato-società e abbandonare quella promessa è un salto nel buio di un passato ancora traumatico (quello novecentesco).  Quando le persone non riescono più a giocare come soggetti “responsabili” della propria felicità e del proprio mondo, quando non sono più in grado di agire per il mutamento del sistema, quando sentono di non poter più incidere sulla realtà nella quale risiedono, allora la colpa del loro disagio, anziché al “sistema”, viene ad essere affibbiata a una minoranza qualsiasi, in funzione di capro espiatorio. Se il sistema ci devasta ma ci sembra al contempo immutabile, allora ce lo facciamo piacere attribuendo il disagio al primo minorato che capita a tiro. Capovolgiamo, cioè, la favola de “la volpe e l’uva”. In quella, la volpe diceva di rinunciare all’uva poiché acerba, invece di riconoscere di non sapere balzare così in alto da afferrarla. Nella nostra favola, invece, sosteniamo che l’uva marcia è buonissima, ma solo perché non siamo in grado di coltivarne altra. Dopodiché attribuiamo il mal di pancia che ne segue al neoborbonico di turno che vuole mangiare la nostra buonissima uva (quella marcia). 

“Il pensiero meridiano” è stata l’ultima occasione che ci siamo dati per pensare un altro Sud, un altro mondo. L’abbiamo persa. Inutile ora prendercela con i mentecatti.