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Parola di Cassano. Il pensiero irrequieto di un maestro senza allievi

Intervista a Onofrio Romano

di Michele de Feudis

[da “Naxos. Rivista di storia, arti, narrazioni” n. 1/2021, pp. 33-42]

Professor Onofrio Romano, Franco Cassano è considerato l’ideologo del “Pensiero meridiano”. Al di là del destino nominalistico del saggio, la ricerca e la speculazione filosofico-culturale dell’intellettuale barese non può essere decontestualizzata. Da che sinistra parte nel suo viaggio nel mondo delle idee?

Da una sinistra, quella della scuola di Bari, che provava a coniugare l’obbedienza al Partito con l’attenzione alle nuove soggettività e ai fermenti sociali emersi col ’68. Nasce da questa doppia fedeltà. 

Del Pci, Cassano rimpiangerà soprattutto il versante comunitario. Un’arena nella quale soggetti differenti crescevano insieme grazie allo scambio reciproco, alla discussione, alle feste: il bracciante e il professore universitario, il disoccupato e l’operaio, il giovane e l’anziano, la donna e l’uomo. Oggi, avvolti come siamo nell’omogamia sociale (si pensi alle “bolle” sui social), ci risulta impensabile. Contro lo spirito contestatario del tempo, egli era persuaso della necessità delle istituzioni che, come Pasolini, trovava “commoventi”. Ma era anche perfettamente cosciente della loro insufficienza, dell’incapacità di contenere quello che si muoveva nella società, della tendenza a sclerotizzarsi in riti stantii e inconcludenti. Mi raccontava spesso che alle riunioni del direttivo, nei primi anni ottanta, cominciò a collocare la sua giacca in posizione strategica sull’attaccapanni dell’anticamera, in modo da potersi allontanare con la scusa delle sigarette ed eventualmente guadagnare di soppiatto l’uscita. Ma il problema è che non fumava e dopo molti tentativi falliti (era una persona estremamente disciplinata, a dispetto del millantato spirito meridiano), un bel giorno afferrò quella giacca e fuggì dal partito senza farvi più ritorno. 

Questa oscillazione continua tra istituzione e movimento è rimasta la cifra specifica del suo stile personale e intellettuale, che ha irrorato tutte le sue opere. Diffidava di coloro che sapevano accomodarsi solo da un lato della barricata: diffidava dei portavoce della dottrina ufficiale e, in egual misura, dei profeti della libertà da ogni vincolo. 

Il suo rapporto con la sinistra storica, comunista e postcomunista e con l’Ecole barisienne?

Quella dell’école barisienne è stata una “meravigliosa stagione fallimentare” (i tifosi della Bari sanno di che cosa parlo). Una piccola brigata di giovani studiosi legati al Pci, raccolti attorno alla Maison di un editore visionario, De Donato, è riuscita a diventare in pochi anni un punto di riferimento ineludibile per il pensiero della sinistra, attirando intellettuali di primo piano da tutta Italia (penso a Rusconi, Cacciari, Saraceno ecc.). Un’esperienza molto meno strutturata di come appare in alcune ricostruzioni postume. Senza un disegno preciso, quel gruppo – capitanato da Beppe Vacca sul piano intellettuale e da Santostasi, Aresta e, infine, Mortellaro, sul piano editoriale – è riuscito a produrre una reinterpretazione originale del marxismo e, insieme, un’analisi molto acuta dei sommovimenti della società negli anni settanta. Rispetto ad altre esperienze più note (penso a quella del gruppo del Manifesto), la vicenda barese appare senza dubbio più ricca, sia sul piano del contributo intellettuale, sia per il tentativo di restare comunque dentro la cornice del partito, evitando quelle facili tentazioni scismatiche che da sempre devastano la sinistra. Un’impresa impossibile e, per questo, naufragata. 

Franco Cassano è sicuramente parte di quella storia. Ma ha sempre avuto un profilo tutto suo, irriducibile alle istanze del collettivo. In ogni caso, non se ne sentiva un protagonista, né ne era particolarmente nostalgico. Ricordo che quando ho recensito il suo ultimo libro (“Senza il vento della storia”) si è quasi risentito per il fatto che io riconnettessi quella sua riflessione alla postura intellettuale tipica dell’école. Nel Pci hanno anche provato a valorizzarlo come dirigente nei primi anni ottanta – sapevano riconoscere le persone di valore, capaci di pensare, di parlare a tutti e di fare sintesi – ma lui era già con la mente altrove. Il legame con il partito è continuato solo sul piano intellettuale all’interno del Crs (il Centro per la Riforma dello Stato), animato da Pietro Ingrao, e della rivista Democrazia e Diritto.

Dell’Urss, mi disse in una intervista sul Corriere del Mezzogiorno: “Nel 1976 andai in Urss, con una delegazione del Pci. Visitammo Mosca, Tashkent e Samarcanda, (…) La lotta contro le disuguaglianze si era trasformata nella costruzione di una classe, la nomenklatura, che aveva un potere non riconosciuto sui cittadini: era l’esito paradossale di una rivoluzione nata in nome dell’uguaglianza. Una disuguaglianza ancora più odiosa perché giustificata e occultata dalla fraseologia rivoluzionaria. Ma percepii qualcosa di più di questo paradosso A Samarcanda, c’erano moschee e minareti. Ci dissero che lì nel 1927 cinquemila donne avevano gettato il velo. Ma, nonostante cinquant’anni di rivoluzione, molte donne lo portavano ancora”.  

La critica delle perversioni rivoluzionarie è esercizio comune. Le grandi ideologie salvifiche camminano necessariamente sulle “fragili” gambe degli esseri umani. Cassano non se ne impressionava. Era invece maggiormente interessato a quel “qualcosa di più”. La donna che continua a portare il velo nonostante la palingenesi che le è stata promessa. Questo evento scardina il marxismo alla radice, la sua pretesa di fondare l’uomo nuovo, l’antropologia materialista e semplicistica, fondata sull’idea che l’uomo è felice quando può liberamente soddisfare i suoi bisogni. La religione non può essere ridotta a mero oppio dei popoli. Essa risponde ad un nostro bisogno profondo, che nessun uomo nuovo cancellerà. Il bisogno di sapere che non è tutto qui, che non tutto si risolve nel mondo. Il dolore della finitezza che ci spinge alla ricerca di qualcosa che ci trascenda. Qui si pone lo scarto che separa il pensiero di Cassano dalla sua matrice politico-intellettuale originaria. L’idea che l’uomo sfugge sempre alla “storia”, che ci sia una sete d’infinito che nessun progetto terreno può realizzare. Se non diamo il giusto riconoscimento a queste istanze, esse risorgeranno comunque e, laddove impedite, in forma perversa.

Da sinistra, quindi, non demonizzava le identità, ma riconosceva “la percezione della lunga durata delle identità nazionali, religiose, etniche, che il modernismo occidentale liberale e rivoluzionario aveva drammaticamente sottovalutato”. Le identità come strumento per “riconoscere” e accogliere, l’altro da sé? 

Esattamente. Con un’avvertenza, però. L’identità porta certo con sé un alito di persistenza che occorre riconoscere, ma in essa non vi è nulla di rigido, di ossificato. L’identità è un movimento che tiene dentro il desiderio di autonomia dell’uomo. È questo slancio che porta l’identico a proiettarsi verso l’altro. Altrimenti, avremmo solo cittadelle fortificate e l’una contro l’altra armate.

Quali i tre testi fondamentali per tracciare un primo perimetro del suo pensiero?

Mettiamola così: in “Approssimazione”, Cassano ci presenta uno specifico modo di leggere il mondo; ne “Il pensiero meridiano” costruisce il suo mondo ideale; ne “L’umiltà del male”, ci indica la via per realizzarlo. È certamente una banalizzazione, ma in questo percorso si dipanano, a mio avviso, il piano analitico, il piano normativo e il piano strategico del pensiero cassaniano. 

Gli “esercizi di esperienza dell’altro” che ritroviamo in “Approssimazione” ci suggeriscono che la realtà non esiste in sé, ma solo negli sguardi di chi la vive. Allora, la conoscenza del mondo passa dalla capacità di assumere il punto di vista di ciascuno dei suoi abitanti, di calarsi nei panni dell’altro. Cassano accompagna il lettore in questa esplorazione come un novello Virgilio, facendo sentire al maschio la superiorità della donna, al giovane la fatica e la serenità dell’anziano, all’essere umano la curiosità dell’animale. A tutti, la meraviglia del mondo.   

Nel secondo movimento, “Il pensiero meridiano”, Cassano disegna implicitamente un orizzonte sociale alternativo a quello vagheggiato dalle sirene della modernità progressista, a partire dallo sguardo sul Sud e del Sud.

Al tempo del globalismo più sfrenato, il professore barese era più a suo agio con la dizione “i Sud”?

Giusta osservazione. L’Occidente non si ritiene una civiltà come un’altra. Da una parte c’è la “sua” modernità, il resto è tutto un indistinto “Sud”, un prima e/o un non ancora della modernità.

Ma il Sud contiene civiltà molteplici e tutte diverse. Il Mediterraneo è il più straordinario crogiuolo di differenze e a partire dalla carica storico-simbolica che esso emana, Cassano trae la sua proposta politica, se così possiamo definirla: il gioco non sta più nella cattiva infinità dell’emancipazione unilineare verso un disincarnato “uomo nuovo”, bensì nella ricerca di un equilibrio sempre instabile e provvisorio tra fedeltà alla terra, alle radici, e proiezione marina, desiderio di autonomia.

Da qui anche l’elogio della “lentezza” contro “l’integralismo della corsa” generato dal capitalismo, che ritroviamo anche in un suo libro successivo, significativamente intitolato “Modernizzare stanca”. Era coniugabile questo elogio con una visione di sviluppo e di progresso?

Cassano era tutt’altro che un nostalgico dei bei tempi andati. Quella specie di distopia, oggi molto ricorrente in certi ambienti, che tende a disegnare come un eden il mondo prima della modernità, gli era del tutto estranea. Guardava con molta diffidenza, ad esempio, al progetto della “decrescita” del suo amico Serge Latouche (e spesso discutevamo animatamente di questo). Lui era sempre per gli equilibri impossibili. Riteneva che proprio dentro la modernità, dato il livello di benessere raggiunto, fosse possibile concedersi la lentezza e che la corsa al conseguimento di un PIL sempre più elevato non avesse più alcun senso. Quindi il suo elogio della lentezza era completamente calato dentro la traiettoria della modernità, sebbene liberata dal feticcio del “progresso per il progresso”. Nessun desiderio di ritorno al passato. 

Lo Spirito del tempo, però, andava in un’altra direzione…

Era il suo principale cruccio negli ultimi anni. Il suo libro di maggior successo veniva come falsificato dalla storia. Per questo aveva un rapporto problematico con quell’opera. Innanzi tutto, non sopportava questo fermo-immagine sulla sua traiettoria intellettuale. Non voleva essere identificato immediatamente come il padre del pensiero meridiano, una specie di santino, come se non avesse scritto nient’altro, come se il suo pensiero non avesse un prima e non fosse andato avanti ad esplorare anche le criticità di quella proposta. In secondo luogo, vedeva benissimo che la storia era andata in tutt’altra direzione rispetto a quella da lui auspicata. Non si fece incantare nemmeno dalle primavere arabe, che pure testimoniavano un risveglio dei popoli mediterranei. Vi vedeva piuttosto l’espressione dell’egemonia che l’Occidente delle libertà individuali riusciva ad esercitare sulle masse dei giovani nord-africani, frustrati da una condizione socio-economica incongrua rispetto all’immaginario della società dei consumi. Il fallimento delle primavere e l’avvento dei conflitti armati (vedi la Libia), delle nuove dittature (vedi l’Egitto), nonché le persistenti crisi economiche e politiche anche nei paesi più promettenti (vedi la Tunisia), sono risultate le pietre tombali di ogni speranza meridiana. Difficile, in queste condizioni, vedere nel Mediterraneo il laboratorio di un mondo nuovo e più a misura d’uomo.   

Personalmente, ho sempre pensato che, sul punto, Cassano fosse molto ingeneroso con se stesso. Dopotutto, egli non ha mai rappresentato il Mediterraneo come una cartolina variopinta, un luogo di pace e armonia. Questa era la caricatura irenistica che altri facevano del suo pensiero. Aveva ben presente dall’inizio la problematicità del suo riferimento al Mediterraneo. Insisto su questo: la sua non era la descrizione di una realtà già esistente e disponibile. Era invece una proposta politica, che in quanto tale andava presa in carico, promossa, realizzata. Non poteva farlo lui, che aveva già fatto abbastanza pensandola. Avremmo dovuto farlo noi. Avrebbero dovuto farlo quelli che lo hanno amato. Ma il problema è che, a livello politico, “Il pensiero meridiano” è stato più volentieri considerato come una specie di manuale di marketing territoriale. 

E arriviamo al terzo movimento: “L’umiltà del male”. Un saggio che fece molto discutere: censurava il narcisismo e la superiorità morale di certi ambienti progressisti. Aveva però un messaggio universale, che inchiodava la politica alla responsabilità dell’ascolto.

Per quanto mi riguarda, è il libro più bello, più tragico e più incompreso di Cassano. 

Sì, certo, l’obiettivo polemico immediato era il versante, diciamo così, “azionista” del progressismo. Quello che interpretava l’attività politica come il mero sfoggio di virtù civiche e morali, che esigevano per essere coltivate un’enorme forza culturale, politica, sociale ed economica appannaggio esclusivo di una ristretta élite. Questa forma di “aristocratismo etico”, secondo Cassano, scava un fossato sempre più profondo tra gli autonominati “migliori” e il popolo, abbandonato alle grinfie di coloro che mirano solo a dominarlo, facendo finta di accogliere le sue fragilità e di indulgervi. 

Credo che le interpretazioni più diffuse di quel libro siano in larga parte fuori fuoco. Spesso per motivi opposti. O troppo schiacciate sull’attualità politica (la polemica contro la sinistra di Repubblica, dei Rodotà e degli Zagrebelsky) o troppo dilatate verso i massimi sistemi (l’eterna lotta tra il bene e il male). Come ho già anticipato, invece, “L’umiltà del male” è una specie di trattato sull’egemonia. Cassano si chiede semplicemente (si fa per dire) come fare a realizzare un’idea di bene e di giustizia. A calarla nel mondo. E la sua risposta è scabrosa, indigeribile. Questo ne ha decretato, a mio avviso, la distorta ricezione. Di fatto, la tesi di Cassano va a scardinare uno dei principali articoli di fede del marxismo, prima che della sinistra. L’idea provvidenzialista secondo il cui il “bene” (o comunque lo si voglia chiamare: il socialismo, il comunismo, la liberazione, l’uomo nuovo ecc.) si ottiene semplicemente indulgendo alla “pancia” delle persone. Obbedendo ai loro bisogni e desideri. Quindi, favorendo una sorta di scatenamento generale. Questa idea è molto più diffusa di quanto non si pensi: informa l’intero campo della sinistra (radicale e moderata) e anche quello della destra liberale. Cassano evidenzia invece che il bene non si trova in natura. Che esso esige un enorme sforzo di auto-trascendimento, di messa tra parentesi degli impulsi. Non basta enunciarlo. Se coloro che detengono un’idea di bene non si sforzano costantemente di riconnetterla al vissuto delle persone, questa rimane una pura astrazione, coltivata come un vezzo solo da chi in virtù della propria forza socio-economica può permetterselo. Occorre quindi pedagogia, organizzazione, lotta. Tutte cose che nell’era della disintermediazione appaiono indigeribili.

Nella parte finale della sua produzione, ritiene che l’Ue possa temperare gli eccessi del turbocapitalismo. A cosa si riferiva?

Si riferiva al modello sociale che, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, i paesi europei avevano messo in piedi, coniugando il capitalismo con la difesa dei diritti politici, civili e soprattutto sociali delle persone. Lui era convinto che l’Ue potesse mantenere memoria di quel modello e preservarlo, contro una furia neoliberista che invece sacrificava anche le conquiste sociali sull’altare del mercato. Penso, però, che al di là delle dichiarazioni pubbliche, in qualche modo necessitate anche dal suo nuovo ruolo di parlamentare, egli covasse un certo scetticismo nei confronti dell’Ue (che io, nel mio piccolo, cercavo di fomentare durante le nostre discussioni). Innanzi tutto, era profondamente deluso dal sostanziale voltafaccia dell’Ue nei confronti del Mediterraneo. Il partenariato – già ampiamente insoddisfacente – avviato a Barcellona nel 1995 aveva prodotto un sostanziale nulla di fatto. Poi era molto preoccupato sul destino dell’Europa. Vedeva questo continente come un vaso di coccio tra potenze regionali che, invece, mostravano un dinamismo, un’aggressività, una forza politica a cui l’Ue non era in grado di rispondere (data anche la sua debole strutturazione politica) e le cui fondamenta democratiche erano (e sono) alquanto discutibili. Negli ultimi tempi divorava libri di politica internazionale. Intere pile di volumi dedicati alla Cina, alla Russia, all’Africa, all’America. Erano questi i temi che lo interpellavano di più. Sentiva che “il vento della storia” non aveva abbandonato soltanto la sinistra, ma anche l’Ue.  

Il Pd candidando come capolista alla Camera Franco Cassano nel 2013 provò – al netto di una certa strumentalità nell’indicazione di Pierluigi Bersani – a riconoscere la centralità del ruolo dell’intellettuale nel partito politico e nella sua rappresentanza parlamentare. Come visse l’esperienza a Montecitorio?

Malissimo. Quella candidatura è arrivata troppo tardi. Una sorta di onorificenza postuma non solo per la sua attività intellettuale, ma soprattutto per l’impegno politico attivo profuso prima e durante la primavera pugliese. Mi sono pentito di essere stato tra coloro che più lo hanno spinto ad accettare la candidatura. Personalmente, credevo molto nel progetto bersaniano di recupero della centralità del partito (e avevo dato anche il mio contributo). Cassano, invece, era ben più scettico. Sentiva che il vento non soffiava nella giusta direzione. Anche durante la campagna elettorale, mi sembrava recitasse il suo ruolo più per dovere che per convinzione. Lui aveva previsto lucidamente che, chiuso dentro le commissioni parlamentari, si sarebbe sentito un pesce fuor d’acqua. Io provavo a convincerlo che avrebbe potuto interpretare il ruolo di parlamentare diversamente. All’antica, diciamo così. Girando l’Italia e soprattutto il Sud per raccogliere le istanze della società e contemporaneamente diventare bandiera di un discorso nuovo sul Mezzogiorno e sul Mediterraneo. Pure fantasie. Per far questo avrebbe dovuto beneficiare del supporto di un vero e proprio “partito”. Invece, c’era il Pd. L’avvento di Renzi ha fatto il resto. In realtà, pur essendo il rignanese lontanissimo dalla sua sensibilità politica e culturale, Cassano ci vedeva comunque un alito di novità rispetto all’impianto bersaniano, nobile ma irrimediabilmente scaduto. Decise, dunque, di scommetterci. Ma il prezzo che ha pagato è stato altissimo. Soprattutto perché questa scelta gli alienò la sua comunità di riferimento. “Senza il vento della storia”, l’ultimo libro, fu accolto come un’esaltazione del renzismo. La presentazione alla libreria Laterza fu per lui un’esperienza traumatica. Un pubblico processo, più che una discussione sui temi del libro. In quel frangente, si sentì abbandonato anche da noi, dalle persone a lui più vicine, che non lo difesero. Io pensavo di potermi permettere di criticarlo, poiché l’avevo sempre fatto, anche quando tutti l’osannavano. Ma non riuscii a capire che dentro quella cornice, ogni cosa cambiava di senso. 

Sono convinto che l’insorgere della malattia abbia avuto molto a che fare con quegli anni infelici a Roma.

Cosa resta di Cassano: i suoi libri, una scuola di pensiero, una comunità intellettuale educata ad un pensiero critico meridiano?

Le sue opere e basta. E direi che non è poco. 

Un grande Maestro senza allievi. Questo è stato Cassano. Scuole di pensiero men che meno. Occorre un requisito fondamentale per fondare una comunità di allievi: saper gestire il potere. Una capacità che a Cassano mancava del tutto. Meglio così, comunque. Non c’è niente di più patetico dei “piccoli cloni del maestro” che mi è capitato di vedere in giro per le Università di tutto il mondo. Se c’è una caratteristica comune a quelli che davvero possono dirsi allievi di Cassano è che non si somigliano tra loro e, soprattutto, non assomigliano al maestro. “Ci ha costretti alla libertà”, come ha detto recentemente Pasquale Serra. 

Ma la verità è che noi non siamo stati in grado di compiere quella funzione necessaria che spetta agli allievi: banalizzare la parola del Maestro. Portarla a terra, affinché possa irrorare il mondo. Se il pensiero meridiano non è diventato un progetto politico è perché noi non siamo stati capaci di declinarlo in tal senso. Non siamo stati all’altezza del suo pensiero. Questo è il mio più grande rammarico e ne trarrò le conseguenze.

(La foto in evidenza -Skopje, 2011 – è di Anastasija Gjurcinova)

Crisi permanente

L’azione regressiva della tecnologia nell’era post-pandemica

di Onofrio Romano

[da “Oltre il capitale” n. 6]

La tecnologia è un acceleratore. Consente di fare le cose più velocemente e più efficacemente. Dinamizza i processi sociali. La società avanza più rapidamente, passando da stadi meno evoluti a stadi più complessi. Questo effetto, che intuitivamente associamo alla tecnologia, va problematizzato. La vicenda che nel nostro tempo occupa a livello globale il centro della scena ce ne dà buon saggio. La “tecnologia vaccinale” ci sta consentendo di uscire velocemente dalla pandemia. Se nel recente passato la messa a punto dei rimedi vaccinali contro i virus più disparati ha richiesto in media dodici anni, questa volta, grazie ad uno sforzo straordinario e concentrico, abbiamo impiegato meno di un anno per produrre un esteso e variegato menù di antidoti al male. È un risultato straordinario che testimonia dell’elevato grado di avanzamento delle nostre società. Si fosse presentato solo un secolo fa, lo stesso virus avrebbe probabilmente mietuto un numero di vittime ben più alto e soprattutto sarebbe durato molti anni. Indubbiamente, siamo stati veloci. Il problema è capire: veloci rispetto a quale destinazione, a quale traguardo? Lo siamo stati sicuramente rispetto alla soluzione del problema specifico, dando ad esso una replica istantanea e diretta: l’antidoto al virus. Ma se guardiamo le cose da un’altra altezza, la scena cambia. Scopriamo che la tecnologia può anche giocare un ruolo regressivo, diventando – come, a nostro avviso, in questo caso – un fattore di rallentamento della società. Il vaccino ne ha bloccato l’evoluzione verso un assetto più avanzato. Questo è quel che proveremo a sostenere qui, partendo da un primo indizio. Certo, noi siamo stati veloci nel mettere a punto il vaccino e nell’allestire la macchina della somministrazione di massa. Ma occorre anche riconoscere che a distanza di un anno e mezzo dall’insorgenza del virus, la pandemia nei nostri paesi non è affatto sconfitta. La Cina, dove il fenomeno ha avuto origine, ha invece sostanzialmente bonificato il paese dal virus in soli due mesi e senza il vaccino. Quindi la tecnologia vaccinale ha velocizzato i processi se guardiamo alle esperienze passate in Occidente, ma in comparazione con la Cina siamo stati lentissimi e, soprattutto, molto inefficaci visto il numero di ricoverati e di morti e visti gli effetti nefasti sull’economia. C’è un grande paese che è stato molto più veloce di noi nel rispondere alla pandemia e ai suoi effetti in tutti i campi. La Cina è uscita precocemente dal disastro pandemico non grazie ad ritrovato tecnico (il vaccino) ma grazie all’organizzazione socio-politica (a prescindere da qualsiasi giudizio di valore su questa organizzazione). A partire da questa circostanza è forse possibile valutare con maggiore profondità e correttezza l’effetto della tecnologia sull’evoluzione sociale.

Una dialettica feconda 

In un libro recente (La libertà verticale, Milano 2019) abbiamo messo a tema la speciale dialettica che durante la modernità si è sviluppata tra pensiero e regolazione sociale.  In particolare, tra le loro “forme”. Pensiero e regolazione si rincorrono e si tallonano vicendevolmente. Quando nella società si installa una particolare forma di regolazione, il pensiero, assumendo una postura critica (che è una sorta di marchio di fabbrica dell’intellettuale moderno), si mette a valutarne il buon fondamento, a riflettere e a denunciarne le criticità e gli effetti nefasti, nonché, infine, a costruire idealmente altre possibilità regolative. Così è stato ad esempio nella prima fase della modernità, ossia lungo tutto il diciannovesimo secolo. Il regime regolativo venuto fuori dalle due rivoluzioni (quella francese della politica e quella inglese dell’economia) ha assunto una forma che abbiamo definito orizzontale: il funzionamento della società si è ricentrato sull’autonomia delle singole componenti, delle sue particelle elementari. Pensiamo certamente agli individui, ma più in generale, come a posteriori ha ben analizzato Polanyi, alla mercificazione dei fattori produttivi: lavoro, natura e denaro non sono più “incastrati” nel sociale, quindi gestiti attraverso un’intenzionalità politica centrale, ma la loro circolazione risponde ora ad un principio autoregolativo, ossia esclusivamente alla legge della domanda e dell’offerta, alle preferenze dei singoli, in ultima analisi: il regime di self-regulating market. Viene meno dunque la direzione centrale nella regolazione della società. Di fronte al consolidarsi di questo regime, il pensiero (o, comunque, la sua parte migliore, che si è distinta nel lungo periodo) ha risposto erigendosi sulla forma contraria, quella verticale. Innanzi tutto, ha sottoposto a feroce critica le fondamenta epistemologiche del regime regolatorio orizzontale, ossia la consistenza, il carattere originario e l’auto-sostenibilità del soggetto individuale, quindi ne ha smascherato la narrazione di fondo, rivelandone la sostanza persistentemente “verticale” (si pensi alla logica del dominio di classe denunciata da Marx, in opposizione alla costruzione ideologica dell’individualismo borghese). In secondo luogo, ha messo all’indice gli effetti nefasti dell’orizzontalismo per la società (la disuguaglianza, il disordine, l’alienazione ecc.). In terzo luogo, ha messo mano all’elaborazione di modelli di società ispirati al ripristino di un principio verticale, di centralità, di “reincastro” delle parti (e dei fattori produttivi) nel tutto societario. La sociologia, in sé, nella sua stessa costituzione disciplinare, rappresenta l’emblema di questa torsione verticale del pensiero e non è un caso che essa emerga e conosca la sua golden age (Nisbet) proprio nel cuore del diciannovesimo secolo.

Il programma elaborato teoricamente nell’Ottocento troverà poi la sua realizzazione nel secolo successivo, quando i nodi della regolazione orizzontale – già ampiamente e lucidamente intravisti con largo anticipo dai classici della sociologia – verranno al pettine. La crisi di Wall Street, la fine del sistema aureo nella regolazione dei rapporti internazionali e la prima guerra mondiale sono altrettanti segnali della fine del liberalismo ottocentesco e dell’inizio della nuova era verticale, in cui gli stati-nazione, prima in forma aggressiva e autoritaria, poi in forma materna e democratica, si riappropriano della regolazione sociale, pianificando lo sviluppo delle società e redistribuendo il prodotto sociale. 

Di fronte a questa inversione regolativa, s’inverte anche il pensiero “dominante”. Gli studiosi della società, al contrario dei loro predecessori, si mettono alla ricerca del disordine. Denunciano il carattere alienante e abusivo di una regolazione verticale, poiché sul piano epistemologico sono ora i singoli e gli aggregati relazionali cui essi partecipano a venir considerati i motori originari della società, i costruttori dell’ordine sociale. Ergo, quando la costruzione dell’ordine emana dal vertice le conseguenze sulla società appaiono deleterie nel lungo periodo. Un oltraggio alla vera materia creativa e vivente, alloggiante alla base del consorzio sociale, cui si tarpano le ali. E dopo aver smascherato l’infondatezza epistemologica del verticalismo e averne denunciato gli effetti nefasti sul piano sociale, i nuovi pensatori orizzontalisti partoriscono visioni di società ri-tarate, implicitamente o esplicitamente, sul principio orizzontale, ossia sulla concessione della massima autonomia ai singoli, senza tutele verticali. Questa visione si trasformerà in modello di regolazione tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta del Novecento, con una serie ampia di declinazioni diverse: dal neoliberalismo, al welfare mix, all’ordoliberalismo. 

Se ne deduce, dunque, una sorta di “legge del rovesciamento” o, se si vuole, dell’alternanza incrociata: quando la forma orizzontale prevale nella regolazione, il pensiero assume una forma verticale. E viceversa, quando il principio verticale prevale nell’organizzazione della società, il pensiero comincia a esaltare insistentemente l’orizzontalismo.  Questa dialettica è stata molto feconda durante la modernità, poiché ha permesso di affinare progressivamente la macchina sociale, quasi per prova ed errore, al netto dei conflitti interni, delle perversioni politiche (si pensi al verticalismo fascista o all’orizzontalismo della precarizzazione neoliberale), delle articolazioni sociali spesso dissonanti.

Due elementi hanno caratterizzato storicamente questa dinamica: da un lato, la maggiore velocità del mondo delle idee rispetto al sistema di regolazione, dall’altro il progressivo accorciamento dei cicli regolativi.

Il pensiero è risultato, almeno finora, sempre più veloce del sistema regolativo, nel senso che, in virtù delle sue facoltà di astrazione, pur partendo in ritardo, è riuscito a intravedere i problemi insiti nella coeva forma regolativa ben prima che essi si manifestassero nella realtà sociale. La forma regolativa costituisce di norma l’implementazione di pensieri maturati nel passato e questa realizzazione richiede tempi lunghi, costruzione di strutture e messa a punto di processi complessi. Banalmente, il pensiero è più agile. Si fa prima a pensare una cosa che a realizzarla concretamente. La teoria plana su una sorta di spazio liscio. I pensatori della seconda metà dell’Ottocento che sono rimasti nella storia del pensiero avevano in comune la critica al sistema regolativo del tempo e, pur da prospettive politiche differenti (da Tocqueville a Durkheim, da Weber a Marx), di fatto preparavano quel mondo nuovo che poi si è impiantato nel Novecento. Allo stesso modo, ma a parti invertite, tra gli anni cinquanta e sessanta del Novecento i pensatori erano in larga parte allineati nella critica allo statalismo del tempo (pur da prospettive politiche antitetiche: da Popper a Marcuse a Foucault) e di fatto lavoravano a quel nuovo regime che vedrà poi la luce negli anni ottanta. 

In secondo luogo, abbiamo detto, si assiste al progressivo accorciamento dei cicli regolativi. La regolazione orizzontale liberale ha prevalso per oltre un secolo – se accettiamo la datazione polanyiana –, dal 1815 (Trattato di Versailles) al 1933 (rigetto del sistema aureo da parte degli USA). La regolazione verticale statalista è stata egemone per quasi un cinquantennio (fino agli anni ottanta). La regolazione neoliberale è entrata in affanno già nel 2008, ossia dopo neanche trent’anni. Questa contrazione dei cicli regolativi si deve in gran parte all’evoluzione tecnologica, che ha come effetto primo quello di velocizzare i processi sociali, portandoli a rapida maturazione. Ogni tipo di regolazione scatena una dinamica sociale. I difetti intrinseci ad un determinato modello regolativo si manifestano quando questo giunge al suo pieno sviluppo. La tecnologia velocizza i processi attivati da un determinato regime, dunque i suoi nodi vengono al pettine con una rapidità proporzionale al miglioramento delle tecniche. 

Il vantaggio che per “costituzione” il pensiero detiene rispetto al sistema regolativo viene ad essere progressivamente riassorbito: il mondo della regolazione recupera terreno sul mondo delle idee. E così viene meno la loro dialettica feconda. La teoria non ha il tempo di assumere quella distanza critica necessaria a sottoporre al suo vaglio il sistema regolativo egemone. Resta impastato in esso, contiguo e non più oppositivo: mantiene la stessa forma, tradendo quella “legge del rovesciamento” all’opera fin dalle origini della modernità. Il pensiero viene meno a quella funzione novatrice rispetto al sistema regolativo vigente svolta brillantemente in passato. 

Questo problema emerge in maniera drammatica oggi, in coincidenza con il fenomeno pandemico e in riferimento alle prospettive di fuoriuscita dalla crisi sanitaria che si profilano.

La tecnologia al posto del pensiero 

Quello che le crisi recenti hanno messo in luce è un’alterazione profonda della dialettica tra pensiero e regolazione sociale. Un’alterazione che, per dirla banalmente, blocca l’avanzamento sociale. Di fronte alle crisi sempre più precoci del regime regolativo, il pensiero non tiene il passo, non riesce cioè a svolgere quel suo ruolo prezioso di tallonamento critico da un lato e di elaborazione di nuove ipotesi regolative dall’altro. Già in occasione della crisi del 2008, si è avvertito che il frame regolativo è stato sostanzialmente riconfermato. Ma l’inerzia è apparsa esiziale soprattutto con questa crisi, quella sanitaria. Al fondo, essa non è altro che il frutto della deregolazione del rapporto tra società e natura che pertiene al nostro specifico quadro regolativo, in cui la gestione della “terra”, intesa à la Polanyi come fattore produttivo, non è più in capo alle istituzioni sociali centrali, ma data in pasto all’accaparramento molecolare, privato (anche, paradossalmente, in Cina, laddove lo Stato pur essendo forte e ben saldo nella gestione dei processi sociali, lascia sostanzialmente mano libera ai privati – e sta qui il segreto del suo successo competitivo planetario – nello sfruttamento della natura, in una logica tutta moderna di ipersfruttamento che travalica lo specifico regime regolativo). 

Quello che avviene – in vizio della lentezza del pensiero rispetto alla estrema velocizzazione dei cicli regolativi – è che l’assetto istituzionale dato (nella fattispecie quello neoliberale), pur in crisi, non muore e non ne lascia nascere altri. La sua vita si prolunga in maniera imprevista. Il paradosso che viene fuori dall’incrocio di questi meccanismi è che, dopo una lunga traiettoria di progressivo accorciamento, i cicli regolativi tornano ad allungarsi. Si tratta ovviamente di un allungamento innaturale, che non ne testimonia la buona salute, ma semplicemente il fatto, ed è questa la nostra tesi di fondo, che le crisi non sono più affrontate e risolte dal “pensiero”, ma dalla tecnologia stessa. Questa, si potrebbe dire, “se la canta e se la suona”: in una sorta di gioco perverso, la tecnologia determina la crisi precoce del sistema regolativo e al contempo fornisce i rimedi per superarla. Rimedi illusori, sia ben chiaro. L’esempio del “fine vita” è molto eloquente. Quel che succede oggi ai pazienti terminali è simile a quel che succede al sistema sociale nel suo complesso. Le macchine possono tenere artificialmente in vita un paziente all’infinito, anche quando sappiamo benissimo che questi non potrà mai più godere di un’esistenza autonoma, normale e dignitosa. Non è certo questo il luogo in cui discutere delle pesanti questioni etiche (spesso strumentalizzate politicamente, come sappiamo) che questa circostanza solleva. L’esempio ci serve solo per sottolineare che, a maggior ragione, un sistema regolativo può essere tenuto in piedi all’infinito anche quando è cerebralmente morto e non è più in grado di produrre vita sociale. La tecnologia sostituisce il pensiero (che resta attardato) e funge da semplice respiratore artificiale.

Il virus ha messo in ginocchio le nostre società, offrendoci al contempo l’occasione di diagnosticare i problemi del sistema regolativo che ne sono all’origine e di allestirne un altro, come avvenuto in passato. Avremmo potuto sconfiggere il virus esplorando le cause profonde del fenomeno pandemico della caduta e ripristinando un minimo d’intenzionalità politica. Per dirla operativamente, con tutta la ricchezza accumulata dalle nostre società potevamo ben concederci due mesi di pausa assoluta (un vero lockdown), producendo in sicurezza tutto quello che era necessario al soddisfacimento dei bisogni primari e ripulendo totalmente la società dal virus. In Cina lo si è fatto. Sono usciti dalla pandemia, senza il vaccino, in soli due mesi. Perché da noi questa soluzione è apparsa impraticabile? Poiché avremmo dovuto compiere un salto regolativo. Non avevamo la forza del pensiero e la sua legittimazione per compiere questo salto. Le condizioni oggettive per farlo c’erano. Ma questo non basta. Avremmo dovuto ripristinare una regolazione verticale che per noi è ancora impensabile. La regolazione orizzontale, essendo ancora giovanissima, è ancora molto legittimata sul piano dell’immaginario, quasi inscalfibile, ma è fallimentare sul piano sistemico-funzionale. Non consente cioè di provvedere al soddisfacimento ordinario dei bisogni della società, quindi nemmeno di affrontare la pandemia. C’erano le risorse oggettive, non quelle “soggettive”, antropologiche, culturali, politiche necessarie per sostenere un salto regolativo che consentisse di dotare la “società” di un’anima collettiva (una coscienza collettiva, avrebbe detto Durkheim), un progetto, un’intenzione.

Come uscirne? L’unica soluzione ammessa era quella “tecnica”. Il vaccino ha consentito di risolvere il problema a valle, senza toccare la struttura regolativa, senza la fatica del cambiamento. 

In sintesi: la crisi derivante dalla saturazione del sistema regolativo (resa precoce dalla tecnologia), invece che essere risolta dal pensiero, è stata risolta dalla tecnologia stessa. Essendo la tecnologia sempre al servizio del modello regolativo dominante, essa non fa che puntellare un pensiero vecchio ed esausto. Trasforma i problemi regolativi in problemi tecnici, quindi li tampona semplicemente, facendoci restare impigliati dentro paradigmi già esausti. La tecnologia fa da respiratore artificiale per sistemi regolativi clinicamente morti. La velleità di riparare i danni ambientali del “paradigma della crescita” attraverso la “transizione ecologica” né l’esempio più flagrante. La dialettica feconda tra pensiero e sistema regolativo che ha prodotto continui avanzamenti sociali è ormai interrotta. La tecnologia, invece che accelerare il cambiamento, invece che stimolare il pensiero a produrre visioni alternative, ne determina il ristagno, poiché interviene risolutivamente al suo posto. Il pensiero può dunque darsi pace e restare in letargo. Il sistema regolativo, dal suo canto, ridiventa paradossalmente longevo (nonostante l’azione dinamizzante della tecnologia), incorporando la crisi come fenomeno endemico, costante e impercettibile. È questo l’effetto regressivo della tecnologia.

De-generation Eu 

Il Next Generation Eu, in questo quadro, appare come una strategia dilatoria. Ci apprestiamo a “guadagnare tempo” (Streeck) ulteriore, lasciando intatta la forma regolativa egemone fondata sulla radicalizzazione della mobilitazione individuale e ricolorandola con nuovi contenuti. Per ribadire tutti gli imperativi della governance liberale, ci si gioca la carta estrema: l’apparente passaggio dall’austerità alla prodigalità.

L’Ue è rimasta del tutto inerte e inerme di fronte alla pandemia. L’incombenza è stata completamente rigettata sulle spalle dei singoli Stati già ampiamente de-sovranizzati. Il virus sollecitava risposte qui e ora, precise, urgenti e in fondo semplici: occorreva fermare la “corsa” degli operatori economici e sostenere per un tempo molto limitato quelli che restavano a casa. Niente di più facile per dei paesi iper-sviluppati. Queste misure, come abbiamo sostenuto sopra, non sono però risultate adottabili poiché richiedevano una logica di verticalità vietata dalla costituzione materiale (oltre che formale) dell’Ue. Il consorzio europeo ha ragionato dunque esclusivamente sul post-pandemia. La crisi ha chiamato a bastoni e l’Ue ha risposto a denari. Essa ha di fatto scommesso sul tracollo dei PIL per una ripresa della dinamica del valore. Un’impresa di “ricostruzione”, tramite il Next Generation Ue, è in questo momento un toccasana, poiché consente, anziché elaborare una risposta istituzionale all’altezza della sfida posta dalla saturazione, di permanere nel medesimo frame orizzontalista, riempiendo di nuovi “contenuti” produttivi (verdi e digitali) la “forma” regolativa vigente. Con il Recovery fund, insomma, l’Ue non risponde alla pandemia ma all’ennesima saturazione, scommettendo di cavarsela senza strappi regolativi. Continueremo, cioè, a chiedere soldi al mercato, invece che stamparli per le esigenze collettive. Continueremo a credere che lo sviluppo derivi dal libero gioco degli attori economici e che le istituzioni pubbliche debbano limitarsi a fornire le infrastrutture neutre che consentano ai giocatori di giocare liberamente. L’edificio è ormai inospitale, ma possiamo guadagnare tempo re-imbiancandolo di verde e ristrutturando gli impianti (il digitale). Un po’ di valore nuovo riusciremo a spuntarlo, così allungando la vita del sistema di qualche decennio. Questa mossa dell’Ue renderà il declino ancor più lento, impercettibile e quindi difficilmente ribaltabile sul piano politico di quanto non lo sia già stato finora. 

Emblematico, in questa chiave, è il trattamento riservato al Sud nel PNRR. Nessuna intelligenza sistemica e sovraordinata, nessuna idea su che cosa, come, per chi, per quali bisogni produrre, ma la solita lista della spesa: infrastrutture, mobilità, scuola, Università, innovazione, ricerca, asili nido, servizi e diritti uguali per tutti, terzo settore, pubblica amministrazione efficiente, giustizia veloce ecc. L’idea che ne emerge è che lo sviluppo sia una partita tutta interna ad un territorio: basta mettere i residenti in grado di fare il proprio gioco e voilà!, tutto fiorisce. Il territorio è visto come un “terreno”, che se ben coltivato, con competenza, amore, buoni semi e buoni aratri darà spontaneamente i suoi frutti, che là fuori non vedono l’ora di acquistare. Un’idea “agricola”, naturalistica dello sviluppo. Un’idea fantastica, fossimo nell’Ottocento. Ma il problema è che siamo ben oltre il duemila. E qui lo sviluppo non dipende dalla capacità dei residenti di produrre qualcosa, bensì dalla circostanza che un territorio trovi un posto degno di remunerazione dentro una macchina produttivo-finanziaria “artificiale” (tutt’altro che naturale), estesa, complessa, tentacolare, stratificata, gerarchizzata e, soprattutto, iper-satura. Per far questo, occorre progetto centrale (verticale) e forza “politica”.

In tanti hanno affermato che ora il Sud non ha più scuse: con la valanga di miliardi che vi si sta per abbattere, se anche questa volta non riuscirà a decollare, sarà solo colpa dei meridionali. Ebbene, i miliardi non susciteranno nessuna rinascita. Ma la colpa non sarà dei meridionali. Sarà dell’ideologia alla base degli interventi. Della totale assenza di un’intelligenza sistemica e sovraordinata. Politica. Un’intelligenza preclusa a monte dalla struttura di governance dell’Ue, rimasta del tutto intatta, nonostante il passaggio dall’austerità alla prodigalità. 

Certo, l’ideale sarebbe avere un’intenzionalità politica tale da permettere ad un territorio di “sganciarsi” dalla macchina economica infernale dentro la quale stiamo, al fine di costruire un autonomo modo di stare al mondo. Ma questo ce lo teniamo per un’altra vita.

Sedare le periferie. Il nuovo governo del Sud

di Onofrio Romano

(Corriere del Mezzogiorno, 9/03/2021)

È importante analizzare gli orientamenti del nuovo Governo sul Mezzogiorno, non tanto perché ci toccano direttamente, ma in quanto disvelano il senso generale dell’operazione Draghi.

Uno studio dell’Istituto Cattaneo di prossima pubblicazione mostra che nelle città meridionali, dopo la crisi del 2008, si è andata consolidando una divaricazione netta nel comportamento elettorale tra abitanti delle periferie sociali e residenti dei quartieri agiati. Un fatto del tutto inedito. Sia nella Prima sia nella Seconda Repubblica, infatti, i partiti cardine del sistema politico (di governo e di opposizione) godevano di un consenso trasversale, raccogliendo percentuali abbastanza omogenee in tutti quartieri delle città. Da qualche anno, invece, il disagio sociale è diventato determinante per gli orientamenti di voto, in una maniera per molti versi paradossale. Più aumenta il benessere, più aumentano i consensi alle formazioni di centro-sinistra, ossia ai partiti che trovano tradizionalmente la propria ragion d’essere nella vicinanza ai deboli. Il voto dei portatori di disagio va invece a formazioni populiste e anti-sistemiche (al M5S, in primo luogo). 

In realtà, questa vena anti-establishment dei ceti popolari non ha mai preoccupato più di tanto l’establishment. Anzi, spesso è quest’ultimo a fomentare attivamente le pulsioni populiste, veicolandole contro le forze riformiste, com’è accaduto nel 2013 con la gazzarra orchestrata contro Bersani e agita da M5S e Occupy Pd, al grido di “Ro-do-tà!”. I grandi poteri si preoccupano solo quando i populismi si alleano con le forze anche blandamente progressiste. È quello che di fatto è avvenuto nel corso dell’ultimo anno e che ha mutato completamente lo scenario. L’alleanza governativa tra M5S e Pd è andata a rompere lo schema della divaricazione elettorale tra gli abitanti delle periferie e le élite urbane, più o meno illuminate. Per i padroni del vapore è questo il vero pericolo. Un ministro come Provenzano – tecnico e politico, figlio della migliore scuola comunista e riformista del Sud – rischiava di fare le cose per bene, di usare il populismo per fare cose popolari. Intollerabile. Passare lo scettro alla Carfagna, distintasi a Sud per le sue campagne a favore dei proprietari di case abusive, è invece un occhiolino strizzato al notabilato meridionale, che prospera sulle istituzioni estrattive. Non è che a Bruxelles ce l’abbiano con i meridionali: è che non hanno alcuna fiducia nei loro stessi piani e modelli. Sanno benissimo che dai fantomatici 209 miliardi (in realtà già spesi per tre quarti con gli scostamenti di bilancio) non ci si trarrà un bel niente, quindi l’unica cosa da fare è normalizzare e sedare le periferie.

Addio, immenso maestro

di Onofrio Romano

(“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 24/02/2021)

Era un pensatore liminare Franco Cassano. Forse Deleuze lo avrebbe definito così come definiva il grande Kafka: un minore. I “maggiori” vedono solo quello che c’è al centro della scena, ben illuminato dai riflettori. E siccome al centro ci sono loro, di norma vedono soltanto se stessi. I minori, al contrario, riescono a vedere tutto: il centro della scena e quello che brulica tutt’attorno; le cose illuminate e quanto si muove ai lati, dietro le quinte, al riparo delle tenebre.

Questo era lo sguardo di Cassano sul mondo. Uno sguardo multiplo, inesausto, desideroso di scoprire la prospettiva altrui, delle persone in alto e di quelle nelle retrovie, dei centri nevralgici e dei luoghi che non contano. Un continuo “esercizio di esperienza dell’altro”, che ha avuto i suoi acuti alla fine degli anni ottanta con “Approssimazione” e poi con “Partita doppia”, ma che era già pienamente all’opera ben prima che egli abbandonasse le consolazioni del marxismo, quando andava a far visita ai mondi allestiti dai suoi avversari politici (“Il teorema democristiano”) o a indagare sulle zone d’ombra della scienza (“La certezza infondata”). Per questo, il suo elogio dello stare sul confine non aveva nulla a che fare con l’estetica della marginalità, con l’esaltazione dello sbraco consentito a chi non viene visto. Il posto di frontiera (e Bari lo è) è un palco d’onore da cui è possibile scorgere e comprendere quello che avviene sia dentro il recinto sia al di fuori di esso.

Il pensiero di Cassano non va però confuso con un bazar postmoderno, dove tutte le prospettive sono equivalenti e ugualmente legittime. Innanzi tutto, egli mette continuamente a tema il differenziale di forza di cui i pensieri e i modi di stare al mondo sono espressione. Ma quel che soprattutto emerge è la profonda cifra tragica del pensiero cassaniano. La tragedia dell’inconciliabilità. L’impossibilità di quella sintesi virtuosa e definitiva vagheggiata dai grandi padri (Hegel e Marx). È questo il tema di fondo che agita il suo libro più noto e ingombrante, “Il pensiero meridiano”. Certo, si tratta di uno spartiacque nel nostro modo di vedere il Sud, che restituisce ad esso – cito – “la dignità di soggetto del pensiero”. Ma messa così sembra un’opera ad uso e consumo del Mezzogiorno. Mentre il pensiero meridiano è a pieno titolo un’espressione apicale del pensiero moderno-occidentale. Il Mediterraneo (e prima ancora l’Egeo) è solo la metafora di una particolare complicità tra terra e mare, che sono gli ingredienti stessi dell’umano. Universalmente. La terra è per Cassano la materializzazione del radicamento, della necessità di un’origine. Il mare, all’opposto, una metafora dell’emancipazione, della libertà, dell’oltrepassamento di sé e dell’apertura all’altro. L’operazione cassaniana non è quella, facile, di contrapporre ai vizi dell’una le virtù dell’altro. Il problema è come evitare la “dismisura”, che dal lato terrestre conduce al dispotismo e dal lato marino conduce al vuoto nichilistico dell’oceano. La sfida è costruire una civiltà che riconosca sia il bisogno di radicamento e di protezione sia l’esigenza di emancipazione e di libertà. Una sfida per tutti. Non riservata ai meridionali.

Ma la tragedia vera è un’altra. Non sta solo nell’impossibilità di trovare un equilibrio tra questi due poli. Sta soprattutto nel fatto che il bene non arriva da sé, lasciando che la storia faccia il suo corso. È questo il tema di fondo dell’opera più matura, intensa e scabrosa di Franco Cassano: “L’umiltà del male” (che si perfezionerà poi con “Senza il vento della storia”). Un libro che aspetta ancora di essere compreso o semplicemente accettato dai suoi lettori. Il messaggio di fondo è semplicissimo: chi ha un’idea di bene, chi crede in un orizzonte di trasformazione che possa giovare all’umanità tutta, non può limitarsi a enunciarla o a praticarla da par suo, ma deve sforzarsi continuamente di riconnetterla alla situazione concreta – antropologica ed esistenziale – della maggioranza degli uomini. Questo messaggio, apparentemente banale, in realtà ribalta del tutto l’immaginario fondativo del marxismo e di ogni progressismo. Quell’immaginario provvidenzialista per il quale seguendo la “pancia” delle persone, indulgendo ai bisogni e alle esigenze immanenti del popolo si giunge diritti al migliore dei mondi. Falso!, ci dice Cassano. Per questa via si ottiene solo il male. Il bene non è inscritto nel cuore degli uomini. È una costruzione artificiale e per molti versi contro natura, che richiede lotta, pedagogia, politica.Il suo pensiero aspetta ancora di prendere corpo.

In questo, siamo stati manchevoli noi: allievi, lettori, concittadini. Dobbiamo ancora meritarcelo Franco Cassano. Addio, immenso maestro.

Perché il Sud resterà indietro

di Onofrio Romano

(Dal “Corriere del Mezzogiorno”, 9/02/2021)

È facile osservare che più un problema è cocciuto più si moltiplicano le diagnosi e le proposte su come affrontarlo. Vi è una sola eccezione: la questione meridionale. A dispetto della sua inscalfibile persistenza, da tempo immemore è finita la biodiversità nel pensiero sul Sud. Esiste una mono-cultura che impregna di sé ogni anfratto, saturando completamente l’ecosistema politico e scientifico. Chiunque può verificarlo. Coloro che parlano di Sud sfoggiano tutti la stessa lista della spesa: infrastrutture, mobilità, scuola, Università, innovazione, ricerca, asili nido, servizi e diritti uguali per tutti, terzo settore, pubblica amministrazione efficiente, giustizia veloce ecc. Cambiano ovviamente gli accenti (di poco), cambia a volte l’ordine delle priorità (di pochissimo), ma la solfa è sempre quella.L’idea che ne emerge è che lo sviluppo sia una partita tutta interna ad un territorio: basta mettere i residenti in grado di fare il proprio gioco e voilà!, tutto fiorisce. Il territorio è visto come un “terreno”, che se ben coltivato, con competenza, amore, buoni semi e buoni aratri darà spontaneamente i suoi frutti, che là fuori non vedono l’ora di acquistare. Un’idea “agricola”, naturalistica dello sviluppo. Un’idea fantastica, fossimo nell’Ottocento. Ma il problema è che siamo ben oltre il duemila. E qui lo sviluppo non dipende dalla capacità dei residenti di produrre qualcosa, bensì dalla circostanza che un territorio trovi un posto degno di remunerazione dentro una macchina produttivo-finanziaria “artificiale” (tutt’altro che naturale), estesa, complessa, tentacolare, stratificata, gerarchizzata e, soprattutto, iper-satura. Per far questo, occorre progetto centrale (verticale) e forza “politica”.L’uscente ministro al ramo, Peppe Provenzano – che, per carità, sono certo rimpiangeremo a lungo – ha affermato recentemente che il Sud non ha più scuse: con la valanga di miliardi che vi si sta per abbattere, se anche questa volta non riuscirà a decollare, sarà solo colpa dei meridionali. Ebbene, i miliardi non susciteranno nessuna rinascita. Ma la colpa non sarà dei meridionali. Sarà dell’ideologia alla base degli interventi. Della totale assenza di un’intelligenza sistemica e sovraordinata. Politica. Un’intelligenza preclusa a monte dalla struttura di governance dell’Ue, rimasta del tutto intatta, nonostante il passaggio dall’austerità alla prodigalità.Certo, l’ideale sarebbe avere un’intenzionalità politica tale da permettere ad un territorio di “sganciarsi” dalla macchina economica infernale dentro la quale stiamo, al fine di costruire un autonomo modo di stare al mondo. Ma questo ce lo teniamo per un’altra vita.

Di “Bollenti Spiriti” e di altri fantasmi. Intervista a Onofrio Romano

Scritto da: Salvatore Romeo , 26 maggio 2015

Da qualche giorno nella coalizione capeggiata da Michele Emiliano è esplosa l’ennesima astiosa polemica. Ma questa volta l’oggetto del contendere non sono i cosiddetti “impresentabili” candidati nelle diverse liste che sostengono l’ex sindaco di Bari, bensì un punto di fondamentale importanza politica e di grande rilevanza simbolica. Nel mirino di Emiliano è finito nientemeno che “Bollenti Spiriti”: il programma di coalizione prevederebbe infatti un suo ridimensionamento, volto a finanziare il cosiddetto “reddito di dignità” (poco più di 500 Euro per i percettori di redditi al di sotto della soglia di povertà in cambio di prestazioni di lavoro di pubblica utilità). Dura è stata la reazione dell’ideatore del progetto, Guglielmo Minervini, candidato nella lista “Noi a Sinistra per la Puglia”. Al netto delle polemiche di  rito, la questione è quanto mai delicata. “Bollenti Spiriti” può essere considerato infatti l’emblema del decennio vendoliano. Sulle realizzazioni di quel programma è stata costruita gran parte della “narrazione” sulla “Puglia Migliore”.  Ma un’analisi completa sulle implicazioni concrete e sui presupposti culturali di quella politica ancora dev’essere svolta. Ne abbiamo discusso con Onofrio Romano, ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Bari.

Una recente ricerca del Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia e Comunicazione dell’Università di Bari (“L’innovazione nelle Politiche Giovanili: il caso Bollenti Spiriti in Puglia”) rivela che 2/3 dei progetti finanziati nel quadro del primo bando di “Principi Attivi”, conclusosi nel 2010, sono attualmente attivi. Tuttavia, ad oggi, solo il 14% dei soggetti coinvolti dichiara che quella stessa attività rappresenta la sua occupazione prevalente. Alla luce di questi dati, come si possono giudicare gli esiti di quel programma sull’occupazione giovanile in Puglia?

La disoccupazione giovanile in Puglia è al 58,1%. Siamo nel novero delle dieci regioni europee con più elevata disoccupazione giovanile. In Italia, solo la Calabria fa peggio di noi. Punto.
Il governo regionale ci direbbe, però, che l’obiettivo di Bollenti Spiriti non è direttamente economico, bensì culturale. Non è creare impresa, occupazione, sviluppo ecc., ma favorire lo spirito d’auto-attivazione, offrire ai giovani un’opportunità di auto-formazione, incrementare la fiducia istituzionale ecc. Tutte dimensioni non misurabili (se non attraverso proxy costruite astrattamente – stavo per dire “ideologicamente”), tanto meno nei loro effetti diretti su sviluppo e occupazione. In queste condizioni, parafrasando Popper, le politiche adottate dal governo regionale diventano “non falsificabili”, quanto ad appropriatezza ed efficacia.
Insomma, tutti sappiamo che per vincere una partita di calcio occorre segnare nella porta della squadra avversaria. Qui in Puglia, invece, ci siamo inventati una porta immaginaria e in quella continuiamo entusiasticamente a insaccare. Ognuno si consola come può. Certo, sempre meglio che insaccare nella porta della propria stessa squadra, ossia fare autogol ed esultare come deficienti, come sta facendo il nostro Presidente del Consiglio…

I principi di “attivazione sociale” o di “autoimprenditorialità” che hanno ispirato “Bollenti Spiriti” vengono oggi rilanciati da diverse istituzioni: governo e Confindustria, ma anche la stessa Commissione Europea con il recente programma “Garanzia Giovani”. L’esito che si prospetta è però paradossale: gli aspiranti imprenditori aumentano mentre il potere d’acquisto dei consumatori, a causa dell’aggravarsi della recessione, diminuisce. Si tratta di un errore di impostazione o gli obiettivi che si perseguono sono altri rispetto a quelli strettamente economici?

Sì, è davvero paradossale. Noi non siamo in una crisi di offerta, bensì di domanda. La crisi non deriva da un’insufficiente valorizzazione delle risorse materiali e immateriali. Siamo, all’opposto, in una crisi d’abbondanza. Il problema è che l’enorme surplus prodotto dalle nostre economie viene catalizzato, come nell’Ottocento, dai titolari del capitale, lasciando a bocca asciutta i produttori. Perciò non ha alcun senso puntare su un’ulteriore valorizzazione “molecolare”. Ne risulteranno attività produttive marginali, periferiche e stabilmente precarie. Solo la politica può ribaltare questa situazione, se si decidesse a intervenire a gamba tesa nei processi di riproduzione e redistribuzione.
Allora, perché si continua invece a insistere con questo tipo di politiche? La ragione c’è ed è tutta ideologica (in senso squisitamente marxiano: promuovere una narrazione che descrivendo l’assetto sociale presente come rispondente a canoni “naturali”, consenta di nasconderne le contraddizioni, permettendo ai dominanti di continuare a dominare). In questo senso, è vero che le misure à la Bollenti Spiriti hanno un obiettivo prevalentemente culturale e non economico. Ma è un obiettivo completamente diverso da quello spacciato dai loro ideatori. E’ convincere le cittadinanze che non vi sia altra via allo sviluppo e all’emancipazione se non quella che passa per la valorizzazione di “mercato”. L’obiettivo è convincere tutti che il mercato sia un’arena “neutra”, senza gerarchie e senza striature di potere, in cui se uno è bravo, volenteroso e talentuoso troverà certamente spazio e riconoscimento. Così, l’assetto che consente ai detentori del capitale di succhiare tutto il valore diventa inamovibile. Questo è l’unico obiettivo.

Una generazione di “imprenditori di se stessi” è una generazione votata alla competizione. E, date le circostanze oggettive particolarmente difficili di questo momento, drammaticamente esposta al fallimento individuale. Che tipo di conseguenze sociali e psicologiche possono derivare dalle politiche di attivazione?  

Devastanti. Il carico di frustrazione, rabbia e depressione cui ci espone un simile innalzamento delle aspettative – del tutto sconnesso dalle condizioni di realtà – ci ricadrà addosso nei prossimi anni, quando le stampelle istituzionali a sostegno delle attività create si sgretoleranno definitivamente. Il gioco perverso di questi strumenti consiste proprio in questo: caricare sulle spalle degli individui le colpe sistemiche. ‘Io, istituzione, ti dò la spinta iniziale; il mercato è lì pronto ad accoglierti; ergo, se la tua attività non funziona è esclusivamente colpa tua’. Se fallisci, vuol dire che tu, esclusivamente tu, sei un fallito. L’operazione ideologica consiste proprio nell’occultare l’esistenza del sistema: esiste solo l’attore. Tutto dipende da lui.
Per fortuna, gli effetti saranno mitigati dal fatto che queste politiche sono rivolte principalmente ai “migliori” (più che “la Puglia migliore”, lo slogan giusto per questi anni avrebbe dovuto essere “la Puglia dei migliori”). E i migliori se la cavano sempre, in qualche modo, anche senza il pistone istituzionale (o, meglio, il pistone istituzionale accompagna loro anche quando non è visibile a occhio nudo). I “normali” sono stati esclusi alla fonte, quindi non subiranno grandi conseguenze.

Il soddisfacimento dei bisogni sociali dei contesti urbani pugliesi è uno degli obiettivi fondamentali del programma “Bollenti Spiriti”. L’idea di fondo è che la cosiddetta “società civile” sia in grado di capire e soddisfare quelle esigenze meglio dell’operatore pubblico. Le cose stanno realmente così?

Penso che queste elezioni rappresentino una cesura rispetto allo spirito degli ultimi venticinque anni, caratterizzati appunto dall’enfasi sulla società civile, l’epopea dei nuovi sindaci e dei nuovi governatori. Questa stagione si è fondata sull’idea che l’auto-attivazione sociale, intrecciata a filo doppio con l’auto-regolazione di mercato, potesse teletrasportare il Sud dentro il gran mondo. La politica è stata relegata in un ruolo neutro, di mera assicurazione dei servizi pubblici essenziali in una logica universalistica di legalità e trasparenza (pensata apposta, cioè, per chi non ha bisogno della politica, perché sta già bene di suo). Siccome questo assetto è quello tipico delle società forti, ricche e centrali, abbiamo pensato bene che calandolo a Sud anche noi saremmo diventati forti, ricchi e centrali. Ma non funziona così. L’assetto fondato su “società civile-mercato-politica neutra” non è la “causa” dello sviluppo e dell’emancipazione, ne è solo l’effetto.
Oggi paghiamo il conto di questo abbaglio. Non serve a nulla lamentarsi moralisticamente dell’emergere dei nuovi cacicchi meridionali (De Luca, Emiliano ecc.) e dei nuovi patrons in odore di mafia caricati nelle liste. Questo è solo il sintomo del bisogno prorompente di grande politica (una politica che dia da mangiare al corpo e all’anima, finalmente) manifestato dalla “società reale” contro gli spacciatori della “società civile”.

Lei in altra sede ha definito Guglielmo Minervini, il grande deus ex machina di “Bollenti Spiriti”, l’”architrave ideologico” dell’esperienza vendoliana in Puglia. I pilastri di quella ideologia (primato del sociale sul politico, valorizzazione dell’individuo contro lo Stato ecc.) sono però egemoni nella cultura politica della Sinistra italiana da tempo. E’ ipotizzabile una prospettiva diversa? E su quali basi?

Certo. Ma occorre porsi una domanda preliminare: chi ha deciso che la sinistra dovesse essere quello che è stata in questi anni? Chi ha pensato che essa dovesse identificarsi con la logica dei “Bollenti Spiriti”? In quale consesso collettivo è stata elaborata questa politica, dove s’è deciso che si dovesse far così e non in un’altra maniera? Qui c’è la nota, secondo me, più dolente. Poiché a prescindere da ogni valutazione sui “contenuti”, quel che è certo è che la sinistra ha rinunciato a elaborare discorsivamente il senso delle proprie azioni all’interno di corpi collettivi e democratici. Queste politiche sono state pensate a tavolino da personaggi nominati dall’autorità monocratica eletta direttamente dal popolo, insieme alle proprie impenetrabili clique. La beffa è che questi personaggi sono gli stessi che ci inondano quotidianamente di retorica dell’auto-attivazione, della partecipazione civica e via blaterando. Allora, prima di tutto, occorre ripristinare, a sinistra, i luoghi della discussione collettiva. Dopodiché, se vogliamo parlare di “prospettive” politiche concrete, io penso che non possa esserci sinistra senza una riassunzione in seno alle istituzioni collettive dei fattori produttivi (lavoro, terra, moneta). Nessuna politica di sinistra potrà darsi fino a che la sinistra continuerà a farsi paladina, più e meglio degli avversari liberisti, della gestione orizzontale (ossia della mercatizzazione) dei fattori produttivi. Solo recuperando sovranità sui questi fattori, è possibile organizzare una vita degna per tutti. In mancanza, continueremo a far servizio ai forti.

Abitare il mondo

di Onofrio Romano

Bisogna stare in guardia contro – quelle che a me paiono – le false dicotomie, le finte contrapposizioni. Ce ne sono diverse ad attraversare i nostri discorsi e tutte c’impediscono di giungere al fondo del problema. Prima tra tutte, la contrapposizione tra tecnocrazia liberista-mercantilista da un lato e popolo sovrano (democrazia) dall’altro.

Non che io pretenda di negarla. È evidentissima nel caso greco. E in Italia ne abbiamo fatto esperienza precoce. Ma ciò che altrove si presenta in forma di tragedia, da noi assume sempre una punta di farsa e non ci facciamo più caso. Nel 2013, ad esempio, abbiamo eletto un Parlamento connotato a stragrande maggioranza in senso anti-eurotecnocratico, seppure con declinazioni interne diversissime e inconciliabili tra loro. A cominciare dalla nostra declinazione, quella di Italia Bene Comune, che alludeva alla possibilità di costruire un nuovo ciclo socialdemocratico contro l’Europa dell’austerity. Senza alcun golpe, questo risultato è stato letteralmente ribaltato e oggi abbiamo a Palazzo Chigi un governo che fa esattamente le cose contro cui la stragrande maggioranza dei parlamentari è stata eletta. Gli unici rappresentanti della ricetta politica che oggi il Governo sta realizzando erano quelli della coalizione Monti, che alle elezioni hanno fatto una ben magra figura. Se guardiamo alla sostanza, il progetto politico che ispira tutte le riforme renziane (al netto dei fronzoli, ossia dell’involucro populista-novatore che lo incarta) è stato votato dal 10% degli italiani. Il restante 90% si è espresso, con declinazioni molteplici, contro quel progetto. Eppure, sfruttando tutte le contraddizioni interne, surfando su una lunga fila di utili idioti (dai grillini agli occupanti Pd), nonché operando all’occorrenza le dovute forzature istituzionali (leggi: mancato incarico a Bersani), la tecnocrazia europea è riuscita a imporre il suo progetto di governo e successivamente anche a legittimarlo sul piano democratico, visto l’esito delle elezioni europee: ma questo è stato possibile poiché, com’è tradizione, gli italiani sono molto più sensibili agli involucri (populisti) che ai contenuti politici (hanno votato l’estetica renziana, non certo un progetto politico). Quindi, lungi da me la volontà di negare l’esistenza di una sistematica prevaricazione da parte dell’élite tecnocratico-liberista-mercantilista europea a danno del popolo sovrano. 

Credo, tuttavia, che questa contrapposizione faccia velo ad problema più serio, indigeribile e per molti versi tragico, che ci riguarda direttamente. Dal lato della tecnocrazia mercantilista c’è un progetto forte e chiaro. Non solo un modello ideale ma una realizzazione concreta e operante, un sistema che “funziona”, a prescindere da ogni valutazione sui suoi effetti sociali, culturali ed economici. Comunque, dentro questo regime, le cose vanno, camminano. Dall’altra parte, invece, semplicemente non si vede a quale altro regime si alluda. C’è uno stare a ridosso degli inconvenienti creati dall’austerity liberista che culmina in una serie di “no”, senza dar vita ad un sistema visibile e, soprattutto, credibile. 

Non è un caso, in queste condizioni, che s’intensifichi il ricorso allo strumento del referendum. E’ la maniera migliore per riaggregare la comunità dei dissenzienti intorno ad un “no” puntuale, rinviando strutturalmente la definizione del “sì”, ossia del “sistema” alternativo a quello che produce i numerosi disastri cui dire no. Da organizzatori di conflitto, ci siamo trasformati in organizzatori di referendum (e prima ancora di primarie). Allestendo il simulacro della contrapposizione amico-nemico, questo offre, infatti, ad una comunità ormai politicamente afasica una possibilità di sfogo, l’illusione di avere una squadra e un progetto per i quali combattere. La sinistra tutta si è sbilanciata moltissimo verso questa modalità politica, sbarazzandosi al contempo delle arti dure della mediazione e dell’organizzazione. Alcuni dei protagonisti del cantiere aperto a sinistra del Pd, oltre ad aver già attivato nuovi percorsi referendari contro le riforme di Renzi, teorizzano esplicitamente nelle loro interviste la necessità di calibrare il soggetto politico a venire intorno all’organizzazione sistematica di referendum, sulla scorta dell’esperienza dei quesiti sull’acqua. Ottimo esempio davvero: l’esito di quella consultazione, infatti, è stato tradito pressoché ovunque in Italia (e spesso anche da coloro i quali se ne sono fatti paladini), senza che i votanti se ne avessero a male. Anche in questo caso, in Italia abbiamo avuto un’anticipazione da operetta di quella che è oggi la tragedia greca sul referendum anti-memorandum. Lo strumento del referendum, in fin dei conti, funziona come sbornia collettiva per dimenticare il vuoto che attanaglia la nostra alternativa di sistema. O, meglio, questo sistema alternativo esisterebbe pure, ma ci è inguardabile. Il referendum funziona e lo desideriamo proprio perché ci occulta la vista sull’altro sistema che le nostre critiche al regime presente evocano.

Abbiamo noi oggi la forza di dire quello che si dovrebbe dire e di mettere in campo quel che si dovrebbe mettere in campo? Siamo in grado cioè di riconoscere e di esplicitare pubblicamente che quel che occorre, allo stato, è che la politica ritorni né più né meno che a “pianificare la produzione e la redistribuzione della ricchezza”? Ne abbiamo la forza, il coraggio? Siamo in grado di andare sui media a dire che la politica deve decidere che cosa, quanto, e soprattutto “come” produrre (con quali parametri sociali e ambientali)? Sapremmo caricarci delle poste in gioco istituzionali incluse in una simile prospettiva? È qui il nodo. Io penso proprio di no. E l’inchiodarsi del dibattito intorno al dilemma “euro sì/euro no” è un’altra forma di rimozione. Un’altra contrapposizione fasulla che serve solo a rimandare il problema di fondo. 

Non abbiamo questa forza perché stiamo ancora nel trauma generato dalle conseguenze nefaste dell’applicazione di quella logica politica (dello statalismo, per dirlo alla grossa). Ma invece di confrontarci intellettualmente e politicamente con quelle conseguenze, provando a elaborare qualcosa di più avanzato che tuttavia resti dentro la logica del “collettivo che decide sovranamente sul proprio destino”, noi preferiamo svicolare e rimuovere. Così, non si va da nessuna parte.

Ma un barlume di speranza c’è. Va accolta, a mio avviso, la provocazione di Emiliano Brancaccio: il popolo greco ha mostrato maggiore lucidità, maturità e determinazione del suo governo e delle sue classi dirigenti. In questo senso: il trauma della “politica pianificatrice dello sviluppo” ce l’abbiamo soprattutto noi, diciamo così, “intellettuali”. Masse crescenti di popolazione stanno, invece, da un’altra parte. E probabilmente sono già pronte ad accogliere la logica politica che più ci appartiene e che più sarebbe opportuno (direi, persino necessario) mettere in campo in questa fase.

Non ci s’illuda che lo stare a ridosso del “disagio” provocato dal regime neoliberista sia sufficiente a costruire un’alternativa politica (come ha giustamente sottolineato Stefano Fassina). Quando prima dicevo che abbiamo smesso di organizzare il conflitto e ci siamo messi a organizzare referendum, non intendevo alludere ad una sorta di natura auto-propulsiva del conflitto, che da sé solo conduce verso l’altro mondo. Il conflitto non lo organizzi se non fai “vedere” un sistema alternativo, la sponda verso cui guidi i naufraghi. Il disagio in sé non basta a giustificare la messa in cammino, se non è nota la destinazione. Il disagio c’è – questo è fuor di dubbio – ma coloro che vi stanno dentro non vedono un sistema differente (perché non c’è un’organizzazione politica che glielo faccia vedere). Che cosa pretendevamo da Tsipras?

Si tratta, infine, di uscire anche dall’altra falsa dicotomia: austerità vs. crescita. Pensiamo forse che gli austeri non vogliano la crescita? Pensano, semplicemente, che una “vera” crescita non sia possibile senza rigore di bilancio. Puntare sugli “investimenti” non è un’alternativa all’austerità. Non è la sottoproduzione il problema, a questo stadio dello sviluppo. A livello aggregato produciamo come mai prima. Non c’è un problema di crescita, di carenza di risorse e di produzione. Il problema è come viene “regolata” oggi la produzione e la distribuzione della ricchezza. Se reclamiamo generici investimenti restando muti sulla questione della regolazione, ossia accettando l’attuale assetto della globalizzazione liberista, quegli investimenti partoriranno topolini. Né si stratta di un problema di scala: abbandonare la macro-regione europea (insieme all’euro) per tornare a competere come stato-nazione (ossia sostituire la svalutazione del lavoro con la svalutazione della moneta, lasciando sempre immutato l’assetto sistemico globale). È un problema di logica regolativa, non di scala. Ce la sentiamo di mettere in piedi, non semplicemente delle strategie di “auto-difesa della società”, come diceva Polanyi, ma una vera e propria cura della “habitation”, ossia l’organizzazione consapevole del nostro abitare il mondo? A questo dobbiamo dare una risposta. Tutto il resto è schermaglia inutile.

La pandemia è la prova (anti-)sovrana

La pandemia è la prova sovrana. La prova – ci dicono – della fallacia del sovranismo. Dimostra, infatti, che siamo tutti interconnessi. Oibò!

Il grottesco della faccenda sta nella circostanza che i sovranisti sono i più furiosi avversari di ogni mossa sovrana contro la diffusione del virus. Il popolo dev’essere libero di circolare. Il virus dev’essere libero di circolare. Via la politica. Si salvi chi può.

C’è poi la Cina. L’unico paese ad avere, ad oggi, sconfitto la pandemia. Come? Con la sovranità politica. Ha bloccato tutto e ha ripulito tutto. La politica ha bloccato i commerci. Il molare ha bloccato il molecolare. Cosa che noi anti-sovrani non possiamo permetterci, perché tutto deve circolare ed è dalla circolazione generalizzata che ci aspettiamo sempre il bene.

L’atteggiamento nostro nei confronti della Cina è quello che Bunuel ha messo in scena nel fantasma della libertà. I genitori si recano in commissariato a denunciare la scomparsa della figlia da scuola e la figlia è seduta accanto a loro. La Cina sta lì a dimostrare che contro la pandemia la sovranità è vincente. I meno sovrasti (USA, Brasile, India) sono i più inguaiati. In mezzo ci sta l’Europa, con quel che resta del suo vecchio welfare che si difende come può, con risultati incerti e parziali. Infine, la sovranista Cina, che ha risolto tutto: crisi economica e crisi sanitaria.

E noi qui a blaterare: “la pandemia dimostra la fallacia del sovranismo”. Bunuel, please, come back.

Emiliano e M5S alla conquista del Sud

di Onofrio Romano

Due suggestioni visive sono emerse nel profluvio di analisi del voto. La prima offerta dal Giornale, che ha mostrato la mappa del Regno delle Due Sicilie del 1816 e quella della valanga elettorale Cinquestelle nel 2018, rivelando la perfetta sovrapponibilità dei confini. L’altra fornita dall’Istituto Cattaneo, che ha evidenziato la sorprendente similarità tra le percentuali ottenute in questa tornata elettorale dal M5S e quelle detenute nel 1992 dalla Democrazia Cristiana. Insomma, i pentastellati sembrano avere occupato posto e ruolo di quelle forze che storicamente hanno mantenuto il Mezzogiorno nel suo stato di minorità, compensando i meridionali con prebende e sussidi per la mancata inclusione nei circuiti della modernità. Le forze della “sedazione”. Il M5S si candida a catalizzare il disagio meridionale, depoliticizzando la rabbia che ne consegue ed evitando che essa si trasformi in una minaccia per gli assetti regolativi egemoni. Lo schema è sempre lo stesso: blandire il ribellismo (all’occorrenza da scatenare contro le forze progressiste) e conservare gli assetti che condannano il Mezzogiorno alla marginalità. 

Come si otterrà questo risultato è ancora tutto da vedere. Quel che è chiaro è che il populismo dei Cinquestelle ha carattere universalistico, non è cioè fondato, come d’abitudine a Sud, sul rapporto diretto tra cittadini e signorotti locali. Del resto, quantità e, soprattutto, modalità di funzionamento della spesa pubblica non consentono più la soluzione particolaristica. Ma qui occorre prestare attenzione al modello rappresentato da Michele Emiliano. Il governatore è la piattaforma girevole tra vecchio e nuovo. È riuscito a frenare in Puglia l’emorragia di consensi del Pd (-27 di decremento percentuale, in confronto ad esempio al -41.5% della Campania) e al contempo a rallentare l’ascesa del M5S (+76 d’incremento percentuale, rispetto al +123% della Campania). Il populismo di Emiliano è l’opposto di quello pentastellato: il suo consenso si basa sul reclutamento di detentori di bacini personali e apolitici di voti, stile Dc. Se i due fronti si dovessero in qualche maniera saldare, si consoliderebbe a Sud una nuova morsa politica che riporterebbe i meridionali al consueto stato di cattività dorata, all’eterno infantilismo politico, dove il lamento ribelle fa velo alla dipendenza dalla benevolenza paternalistica del padrone di turno.