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La pandemia è la prova (anti-)sovrana

La pandemia è la prova sovrana. La prova – ci dicono – della fallacia del sovranismo. Dimostra, infatti, che siamo tutti interconnessi. Oibò!

Il grottesco della faccenda sta nella circostanza che i sovranisti sono i più furiosi avversari di ogni mossa sovrana contro la diffusione del virus. Il popolo dev’essere libero di circolare. Il virus dev’essere libero di circolare. Via la politica. Si salvi chi può.

C’è poi la Cina. L’unico paese ad avere, ad oggi, sconfitto la pandemia. Come? Con la sovranità politica. Ha bloccato tutto e ha ripulito tutto. La politica ha bloccato i commerci. Il molare ha bloccato il molecolare. Cosa che noi anti-sovrani non possiamo permetterci, perché tutto deve circolare ed è dalla circolazione generalizzata che ci aspettiamo sempre il bene.

L’atteggiamento nostro nei confronti della Cina è quello che Bunuel ha messo in scena nel fantasma della libertà. I genitori si recano in commissariato a denunciare la scomparsa della figlia da scuola e la figlia è seduta accanto a loro. La Cina sta lì a dimostrare che contro la pandemia la sovranità è vincente. I meno sovrasti (USA, Brasile, India) sono i più inguaiati. In mezzo ci sta l’Europa, con quel che resta del suo vecchio welfare che si difende come può, con risultati incerti e parziali. Infine, la sovranista Cina, che ha risolto tutto: crisi economica e crisi sanitaria.

E noi qui a blaterare: “la pandemia dimostra la fallacia del sovranismo”. Bunuel, please, come back.

Emiliano e M5S alla conquista del Sud

di Onofrio Romano

Due suggestioni visive sono emerse nel profluvio di analisi del voto. La prima offerta dal Giornale, che ha mostrato la mappa del Regno delle Due Sicilie del 1816 e quella della valanga elettorale Cinquestelle nel 2018, rivelando la perfetta sovrapponibilità dei confini. L’altra fornita dall’Istituto Cattaneo, che ha evidenziato la sorprendente similarità tra le percentuali ottenute in questa tornata elettorale dal M5S e quelle detenute nel 1992 dalla Democrazia Cristiana. Insomma, i pentastellati sembrano avere occupato posto e ruolo di quelle forze che storicamente hanno mantenuto il Mezzogiorno nel suo stato di minorità, compensando i meridionali con prebende e sussidi per la mancata inclusione nei circuiti della modernità. Le forze della “sedazione”. Il M5S si candida a catalizzare il disagio meridionale, depoliticizzando la rabbia che ne consegue ed evitando che essa si trasformi in una minaccia per gli assetti regolativi egemoni. Lo schema è sempre lo stesso: blandire il ribellismo (all’occorrenza da scatenare contro le forze progressiste) e conservare gli assetti che condannano il Mezzogiorno alla marginalità. 

Come si otterrà questo risultato è ancora tutto da vedere. Quel che è chiaro è che il populismo dei Cinquestelle ha carattere universalistico, non è cioè fondato, come d’abitudine a Sud, sul rapporto diretto tra cittadini e signorotti locali. Del resto, quantità e, soprattutto, modalità di funzionamento della spesa pubblica non consentono più la soluzione particolaristica. Ma qui occorre prestare attenzione al modello rappresentato da Michele Emiliano. Il governatore è la piattaforma girevole tra vecchio e nuovo. È riuscito a frenare in Puglia l’emorragia di consensi del Pd (-27 di decremento percentuale, in confronto ad esempio al -41.5% della Campania) e al contempo a rallentare l’ascesa del M5S (+76 d’incremento percentuale, rispetto al +123% della Campania). Il populismo di Emiliano è l’opposto di quello pentastellato: il suo consenso si basa sul reclutamento di detentori di bacini personali e apolitici di voti, stile Dc. Se i due fronti si dovessero in qualche maniera saldare, si consoliderebbe a Sud una nuova morsa politica che riporterebbe i meridionali al consueto stato di cattività dorata, all’eterno infantilismo politico, dove il lamento ribelle fa velo alla dipendenza dalla benevolenza paternalistica del padrone di turno. 

La sinistra spensierata

di Onofrio Romano

In politica funziona sempre così. Quando un modello va in crisi, i suoi apostoli si convincono ch’esso è più attuale che mai, anziché rimetterlo in discussione. Scommettono, cioè, che i fallimenti non siano dovuti alla sua inadeguatezza ma ad un’applicazione incoerente, troppo annacquata, quando non sabotata dal “cattivo” di turno. Paradossalmente, dunque, si riaffermano le stesse ricette di sempre con un’ostinazione e una radicalità senza precedenti. È quello che, nel suo piccolo, sta avvenendo alla sinistra pugliese, protagonista alcuni lustri or sono della fantomatica “primavera”. Ci si sarebbe aspettati, dopo la mazzata del 4 marzo, l’avvio di una riflessione collettiva profonda, senza sconti e auto-indulgenze sulla politica e sulle politiche realizzate in questi anni. È invece bastata una pallida vittoria in qualche sparuto municipio alle amministrative di giugno per generare nell’ambiente una grottesca euforia e convincersi che “no”, il modellino non s’è affatto rotto. Va solo somministrato con maggiore convinzione. Quale modellino? 

Da trent’anni, la sinistra ha smarrito ogni idea di “sistema”, ogni progetto di regolazione generale della società. Per non morire, ha quindi accettato senza condizioni la cornice politica dell’avversario (quella neoliberale, per intenderci), canalizzando tutte le proprie energie politiche verso la dimensione “locale”: civismo, cura dei beni comuni, auto-impresa, attivismo solidaristico, estetizzazione degli spazi ecc. Tutte cose completamente ininfluenti sulle variabili sistemiche che plasmano le esistenze delle persone. Quando non sei in grado di vedere vie d’uscita dal tunnel (costruito dall’avversario), puoi solo provare ad arredarlo. È per questo che la sinistra si ritrova senza un pensiero autonomo ma con un denso catalogo di buone azioni. Ed è per questo che perde alle politiche ma riesce a spuntare ancora qualcosa alle amministrative. Il problema giunge quando questa forma di ripiego si trasforma in strategia politica, reclamando un’ulteriore compressione del pensiero e una rinnovata valorizzazione degli arredatori di tunnel. Si veda, in proposito, la carrellata di donne e uomini di buona volontà (con i pugliesi in prima fila) dai quali, secondo l’Espresso in edicola, la sinistra dovrebbe ripartire. Insomma, la linea dettata dal gruppo editoriale che da tempo tiene al guinzaglio la sinistra è molto chiara: continuare con l’erotismo civico lasciando intatto ‘o sistema. Totale: altri trent’anni di subalternità.

La sciagura

È un’autentica sciagura il ritorno a settentrione dell’innovazione politica (leggi: sardine). Negli ultimi trent’anni essa ha dimorato a Sud. Mentre il Nord della Lega prima maniera si avvitava nella clausura identitaria a difesa della “roba” sua, a Mezzogiorno sorgevano le esperienze politiche più vivaci, quelle che alludevano a una trasformazione sociale in senso realmente progressivo. Dal movimento antimafia al risveglio civico che ha accompagnato i “nuovi sindaci”, fino alla vicenda tardiva, ma più avanzata politicamente, che ha interessato Bari e la Puglia a partire dai primi anni del nuovo millennio. Questa esperienza fruiva di due pilastri inediti che ne connotavano l’eccezionalità: uno di carattere storico, l’altro di carattere intellettuale. Com’è stato più volte sottolineato, si veniva fuori dall’incontro insieme traumatico e generativo con la Vlora, ossia con i vicini di fronte: i due lembi periferici di imperi contrapposti si ritrovavano d’improvviso al centro della storia, chiamati a costruire insieme un mondo nuovo sulle rovine della cortina di ferro. Sul piano intellettuale, poi, emergeva qui la sintesi più avanzata del pensiero critico postmoderno, che riformulava completamente i termini della questione meridionale e che senza rinnegare le radici auree della democrazia d’Occidente, ne denunciava le derive sociali ed ecologiche alludendo ad un’altra possibilità che proprio nel Mediterraneo trovava il suo luogo d’elezione. A questi due pilastri, se ne aggiungeva forse un terzo, di carattere più spiccatamente politico, dato dalla circostanza che chi guidava la nuova temperie era un erede del comunismo italiano e si riprometteva di rifondarlo. Insomma, vi erano tutte le premesse per costruire una vera alternativa di sistema. Promessa, inutile dirlo, non mantenuta. La ragione principale è di carattere strutturale: la “governanza” europea è una gabbia d’acciaio che disinnesca ab origine qualsiasi velleità di mutamento politico. Ma il versante dell’agency non è stato da meno: i nuovi leader hanno utilizzato l’enorme patrimonio storico, intellettuale e politico come risorsa motivante per “recuperare il ritardo”, ossia per rendere il Sud sempre più simile al Nord. Invece che costruire un altro mondo, hanno cercato di integrarsi in quello esistente. La solita subalternità mimetica. Per beffa, tra l’altro, l’operazione sembra riuscita solo dal punto di vista estetico (la Puglia che primeggia al cinema, a Sanremo e nel turismo), mentre a guardare i dati socio-economici tutto resta perfettamente invariato (se non peggiorato) rispetto a vent’anni fa. 

Le sardine bolognesi sono il segno del ritorno alla normalità: il Nord si è ripreso la fiaccola dell’innovazione politica. E questa è una brutta notizia per il Sud e per l’Europa intera. Il movimento in parola è infatti un movimento “conservatore” Ogni giorno dovremmo sorbirci le trovate più peregrine: dall’Ue del green new deal a Taranto, all’Erasmus Nord-Sud. Tutte proposte che alludono all’idea che questo è il migliore dei mondi possibili e bisogna trovare solo lubrificarlo ed espanderlo il più possibile. Quel mondo provoca risentimento disuguaglianza populismo e che lascia il Sud al suo destino e contro cui non c’è piano per il Sud che tenga.

Il neoborbonico come capro espiatorio

di Onofrio Romano

La mozione dei Cinquestelle per l’istituzione di una giornata in ricordo delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia, approvata il 4 luglio scorso a larghissima maggioranza dal Consiglio Regionale pugliese, ha ridato fiato alle trombe neo-borboniche, ossia a quel fortunato filone revisionista inaugurato qualche anno fa dal giornalista e storico per diletto Pino Aprile. La tesi è nota: l’Unità d’Italia è stata poco meno che un’annessione. I piemontesi hanno occupato militarmente il Sud, depredandone le risorse, passando per le armi gli oppositori, radendo al suolo interi paesi. Di più: il famigerato “divario” non è altro che un effetto dell’annessione. Prima del 1861, infatti, il Sud stava, per molti aspetti, meglio del Nord. Sotto i Borbone la vita dei meridionali scorreva serena e persino ben agganciata alla locomotiva della modernità.

La reazione non si è fatta attendere. Appelli, raccolte firme, articoli, prese di posizione di singoli intellettuali e d’intere società di studi storici hanno vigorosamente denunciato sia i contenuti della narrazione neoborbonica sia soprattutto le patologie socio-politiche che si nascondono dietro la sua diffusione e il suo riconoscimento politico-istituzionale (non il primo, per la verità). Non intendiamo aggiungervi qui la nostra denuncia (operazione ormai del tutto soprannumeraria), quanto piuttosto provare a pesare l’effettiva consistenza della “minaccia” neoborbonica. Pesarla sia sul piano quantitativo, ergo nel suo livello di diffusione a Sud, sia sul piano qualitativo, vale a dire nell’effettività della sua cifra “sovversiva”.

In una recente ricerca coordinata dall’Università di Bari – i cui principali esiti sono stati raccolti nel volume Buonanotte Mezzogiorno. Economia, immaginario e classi dirigenti nel Sud della crisi (Carocci 2017), a cura di Daniele Petrosino e del sottoscritto – abbiamo provato a testare, tra le altre cose, la diffusione della “sindrome neoborbonica” presso i membri della classe dirigente meridionale, sia attraverso un’indagine di tipo quantitativo sia con un affondo qualitativo. Ad un campione di oltre 1400 componenti della classe dirigente meridionale (variamente selezionati tra docenti universitari, imprenditori, giornalisti, politici, amministratori pubblici, nuove élite) sono stati somministrati una serie di enunciati (affermazioni di valore attinte da diverse fonti del dibattito pubblico su questioni sociali, economiche e politiche concernenti il Mezzogiorno e non solo) ordinati secondo la tecnica della scala Likert, nei confronti dei quali gli intervistati sono stati invitati a manifestare il proprio grado di accordo o di disaccordo. Tra questi figurano due enunciati “fuori scala” che fanno esplicito riferimento alla narrazione neoborbonica: uno di tipo descrittivo, l’altro di tipo normativo. Rispetto al primo (“L’Unità d’Italia è un mito che nasconde l’annessione, con la forza, del Sud al Nord”), il 60% dei rappresentanti della classe dirigente meridionale si è dichiarato in disaccordo. Sul secondo (“Affinché il Mezzogiorno conosca finalmente il suo riscatto, occorre costruire una forza politica autonoma che ne difenda gli interessi”), il dissenso sale fino a oltre il 73%. Da rimarcare, in questo caso, che gli imprenditori – ossia il segmento che siamo abituati a considerare più dinamico e novatore – manifestano maggiore indulgenza (60% di disaccordo) alla prospettiva del leghismo meridionale rispetto alla categoria dei politici (72% di contrarietà). Insomma, la sindrome neoborbonica non pare insinuarsi in maniera significativa nelle visioni di sviluppo detenute da coloro che si trovano alla testa del Sud, i quali invece presentano, nel complesso, tipi di mentalità del tutto allineati al mainstream del dibattito internazionale (dal neoliberalismo, all’enfasi sulla società civile, alla rivalutazione del ruolo dello Stato). 

Sul fronte qualitativo, l’indagine si è concentrata su un campione più ristretto di classe dirigente: oltre 60 soggetti selezionati tra i responsabili apicali di strutture incidenti per funzione e competenza sugli indicatori territoriali di sviluppo analizzati periodicamente nei rapporti Istat-DPS. Attraverso interviste in profondità, ci si è soffermati sulle ragioni dell’insuccesso delle politiche di sviluppo condotte nell’ultimo trentennio – la stagione del “localismo virtuoso”, come ribattezzata ironicamente da Franco Cassano – nonché sulle visioni e sulle ricette di sviluppo da adottare, a opinione degli intervistati, nella fase presente. Qui la sindrome neoborbonica scompare completamente. In nessuno dei protocolli d’intervista fanno capolino, nemmeno incidentalmente, le tesi care al repertorio neoborbonico. Quando si viene al sodo, ossia alla discussione sulle ragioni del mancato sviluppo e agli orizzonti futuri possibili, gli addetti al ramo appaiono del tutto alieni a infatuazioni revisioniste.

In sintesi, a dispetto della sua fortuna giornalistica e dei colpi di teatro messi a segno da singoli personaggi e consessi politici a corto d’idee, la sindrome neoborbonica non fa breccia tra i componenti della classe dirigente meridionale. Una delle ragioni di questa scarsa diffusione rimanda al secondo punto – quello qualitativo – cui abbiamo fatto cenno: quanto è sovversivo il neoborbonismo? A prescindere dalla loro diffusione, possiamo affermare che i contenuti della narrazione neoborbonica ci portino effettivamente sulla “cattiva strada” e quindi meritino una mobilitazione collettiva in senso oppositivo?

Ebbene, la ragione per la quale il neoborbonismo risulta assente nei discorsi dei membri della classe dirigente meridionale (almeno di quelli da noi consultati) è che esso è del tutto afasico. Non dice niente né sul piano descrittivo né soprattutto sul piano normativo. O meglio, esso non dice nulla di “inaudito”. Volendo essere ancor più precisi, il suo discorso è totalmente fagocitato, integrato nella vanvera corrente sullo sviluppo del Sud. Le fantasie storiche vendute (letteralmente) dal neoborbonismo sono, sul piano descrittivo, inservibili per la spiegazione delle ragioni del fallimento del localismo virtuoso. Ma la sua inoffensività si rivela soprattutto sul piano normativo. Qual è, vale a dire, la ricetta per il Sud proposta dai neoborbonici? Nient’altro che “l’autonomia del sociale”. Essi non vogliono certo il ritorno di un Ferdinando, ma essendo convinti che il Mezzogiorno è in sé vivo e dinamico, che la ragione della sua arretratezza stia nella depredazione secolare subita e non avendo sviluppato, al di là della generica e moralistica accusa di latrocinio rivolta al Nord, alcun apparato critico nei confronti del sistema regolativo vigente a livello globale, i neoborbonici sono convinti che il riscatto del Sud passi per la sua autonomizzazione. Per il “lasciar fare” agli attori meridionali. I quali, in realtà, ci dicono Aprile & Co., già fanno abbondantemente. Se non se ne vedono i frutti è solo colpa della cappa nordista che grava ancora sulle loro teste. Insomma, a guardar bene, quella proposta dai neoborbonici è la stessa ricetta – esattamente la stessa – applicata negli ultimi trent’anni a Sud: favorire l’autoattivazione degli attori territoriali (il localismo virtuoso). I “barbari” neo-borbonici hanno la medesima idea di società (e di sviluppo) dei “civili” che vi si scagliano contro.

Per riassumere: 1) la sindrome neo-borbonica ha scarso seguito presso le classi dirigenti meridionali; 2) le idee che promuove sono (sul piano normativo) del tutto “conformiste”, quindi inoffensive. Al netto della puzza sotto il naso che il cialtronismo intellettuale normalmente suscita tra le persone assennate, il neoborbonismo rappresenta oggettivamente una minaccia spuntata.

Possiamo dunque stare tranquilli? Certo che no. Ma le ragioni per non stare tranquilli non sono quelle denunciate dai protagonisti delle (pur meritorie) campagne anti-neoborboniche. I motivi d’inquietudine che la vicenda solleva vanno ricercati altrove. E, per farlo, la domanda giusta da porsi è: perché ci sentiamo minacciati da un pensiero così minoritario, inconsistente e conformista?

Poiché la vicenda è il chiaro sintomo della “nostra” afasia politica. Il meccanismo è sempre quello rivelatoci a suo tempo da Adorno & C. ne La personalità autoritaria. Il sistema nel quale galleggiamo da oltre trent’anni (quello neoliberale) produce un disagio profondo al quale non sappiamo rispondere. Riteniamo di vivere nel migliore dei mondi possibili, rispetto al quale ogni alternativa è sempre peggiore. Ma nel migliore dei mondi stiamo sempre peggio. Dovremmo metterlo in discussione. Questo, però, implica che ci si assuma la responsabilità “politica” della costruzione del mondo. Cosa inaudita. Questo sistema non lo permette, poiché la sua promessa di benessere è fondata proprio sull’automatismo del mercato-società e abbandonare quella promessa è un salto nel buio di un passato ancora traumatico (quello novecentesco).  Quando le persone non riescono più a giocare come soggetti “responsabili” della propria felicità e del proprio mondo, quando non sono più in grado di agire per il mutamento del sistema, quando sentono di non poter più incidere sulla realtà nella quale risiedono, allora la colpa del loro disagio, anziché al “sistema”, viene ad essere affibbiata a una minoranza qualsiasi, in funzione di capro espiatorio. Se il sistema ci devasta ma ci sembra al contempo immutabile, allora ce lo facciamo piacere attribuendo il disagio al primo minorato che capita a tiro. Capovolgiamo, cioè, la favola de “la volpe e l’uva”. In quella, la volpe diceva di rinunciare all’uva poiché acerba, invece di riconoscere di non sapere balzare così in alto da afferrarla. Nella nostra favola, invece, sosteniamo che l’uva marcia è buonissima, ma solo perché non siamo in grado di coltivarne altra. Dopodiché attribuiamo il mal di pancia che ne segue al neoborbonico di turno che vuole mangiare la nostra buonissima uva (quella marcia). 

“Il pensiero meridiano” è stata l’ultima occasione che ci siamo dati per pensare un altro Sud, un altro mondo. L’abbiamo persa. Inutile ora prendercela con i mentecatti.